di Silvia Sourez

Ho raggiunto telefonicamente il cantastorie Fausto Romano; lo avevo incontrato agli inizi di marzo a Lisbona dove si era trasferito per scrivere il suo nuovo romanzo e se ne andava in giro a chiedere alla gente se fosse felice:

Sei felice in questo periodo di stop forzato?
Tutto è degno di gioia, diceva un saggio.

Dove sei? Che fai?
Sono tra le montagne nel nord del Portogallo, ho deciso giorni fa di lasciare Lisbona e venirmene in mezzo alla natura. Sto continuando a scrivere – uno scrittore è sempre un po’ in quarantena –, corro, leggo Tolstoj e aiuto un’anziana vicina con l’orto. Sto imparando un sacco di cose, ad esempio: è una minchiata che tutti i contadini si svegliano presto, lei prima delle dieci non scende dal letto, forse per questo andiamo d’accordo.

C’era troppa saudade a Lisbona?
Io sono un consumatore di saudade, se ci fossero supermercati di saudade ci passerei ore e avrei la tessera per la raccolta punti. Sicuramente Lisbona sta avendo un rapido cambio di pelle: è una città che vive di turismo e dei turisti ci sono solo i nomi sbarrati sui registri delle prenotazioni degli hotel.
Così come per la musica: Lisbona custodisce dei veri e propri simposi musicali, dove puoi ascoltare grandi artisti e grande musica; ecco, vedere le loro porte sbarrate con i cartelli “Non sappiamo quando apriremo” mi intristisce un po’, ma qualcuno diceva che “nel silenzio nasce la musica”.

Anche tu, come tanti “fuori sede”, non sei potuto tornare in Italia?
Per tornare in Italia ci metterei due giorni tra voli e scali: dovrei fare una triangolazione toccando diversi paesi ed entrando in contatto con centinaia di persone e rischiando di prendere e diffondere il virus.
Ho deciso così di rimanere qui, tanto chiuso per chiuso…

Hai paura?
Ho paura dell’uso che i governi possano fare della paura: la storia ci insegna che è stata sempre un guinzaglio usato da ogni dittatura.

Come pensi che il Governo Portoghese stia affrontando questo periodo?
Mi capita di seguire di più le notizie italiane che quelle portoghesi ma non riesco comunque a capirci niente: sono troppe, contrastanti, parlano tutti e ognuno dice la sua in un linguaggio anglofono, vuoto, pieno di frasi fatte. Sui siti internet ci sono bollettini di guerra, il pessimismo macchia ogni articolo e i giornalisti si spintonano andando a caccia del titolo che accalappi più lettori. Per fortuna che noi italiani siamo un popolo d’irriducibili commediografi capaci di alleggerire ogni situazione.

E dell’Unione Europea, del MES?
Il MES mi ricorda la marca di sigarette che fumava mio nonno, poi hanno scoperto che il fumo era nocivo e lui ha smesso. Il concetto di Europa è bellissimo:
il problema è che è fondata (come quasi tutto l’Occidente) su un sistema economico e consumistico tremendo dove ogni Stato vuole essere più figo e forte dell’altro. Insomma, cos’altro deve piombarci addosso per farci sentire uniti, parti uguali di un pianeta che dobbiamo tenerci stretto e di cui non siamo i padroni?! Io sento che questa è una grande occasione per l’umanità, per crescere, rinnovarsi, abbandonare il superfluo… non possiamo sprecarla.

Gli italiani hanno fin da subito risposto allo “restate a casa” trasformando i loro balconi in palcoscenici pieni di musica; in Portogallo questo è venuto meno, secondo te perché?
Perché i portoghesi non hanno i balconi. A parte la battuta idiota – non la trascrivere – dall’Inno di Mameli sparato a tutto volume dai balconi sembra ci sia un ritorno patriottico e una rinnovata fiducia nella politica, ma non è così.
C’è, casomai, una rinnovata fiducia nella vita: è per questo che rispettiamo le regole e ce ne stiamo boni a casa.

Molti artisti hanno scelto di fare delle dirette social per condividere la loro arte, anche tu?
L’artista ha sempre bisogno di un pubblico, quindi è normale.
Sono più avvantaggiati i musicisti in questa ricerca, mentre per un attore, un regista, uno scrittore, il mezzo non lo aiuta molto. Qualcuno parla di “teatro in streaming”, ma il teatro vive e sopravvive grazie al rapporto diretto tra gli attori e gli spettatori radunati in un unico luogo; è un rito che non può piegarsi allo “streaming” e mai lo farà.

In Italia si parla di riaprire i teatri a fine dicembre…
E pensa che sono stati i primi a chiudere, come i cinema. Non mi meraviglia:
cosa ti aspetti dai nostri governanti? Quando poi, in questi giorni di clausura, a chi abbiamo chiesto conforto, compagnia? Ai libri, ai film, insomma, alle storie.

A proposito di storie: il tuo romanzo parlerà di questo periodo?
Io racconto storie per andare lontano, esplorare vite che non potrei vivere; se ora raccontassi del virus e di come lo stiamo vivendo, mi sentirei ridondante. Forse tra vent’anni ne sentirò la necessità e il piacere. Anche se a Natale saremo invasi da libri su “La mia quarantena”.

Prima dicevi che questa pausa è un’occasione per l’umanità: come valorizzare allora questo tempo?
Non è una pausa, la pausa è la nostra vita normale che scorre spesso senza che ce ne rendiamo conto. Io non ho consigli da dare; una cosa è certa:
in questo tempo siamo portati a pensare al presente, all’ “hic et nunc”, ed è una rivoluzione bellissima.

Fausto Romano (Galatina, 1988) si definisce un cantastorie. Diplomatosi in recitazione presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, ha realizzato i cortometraggi Cratta, vincitore di numerosi premi tra cui il Premio “Fellini”, Nessuno si lascia a Natale e La giraffa senza gamba, in concorso alla 74ª Mostra del Cinema di Venezia e finalista ai Globi d’Oro. Ha pubblicato Grazie per aver viaggiato con noi (Lupo Editore, 2013) e Anche i pesci hanno il mal di mare (Alter Ego Edizioni, 2016).
Il suo ultimo romanzo è  Ninnanò (Alter Ego Edizioni, 2019).