Cammino svelto, le ombre tra le palme iniziano a farsi così scure e dense da rubare luce anche ai lampioni che ogni cento metri scrivono il mio percorso per uscire da questa selva. L’oscurità avvolge la realtà riducendola a dubbie figure agitate dal vento.

Essere un felino con le zampe felpate è il massimo, puoi avvicinarti alla preda senza farti sentire, il rumore delle palme che danzano agitate è così persistente che sembra possa avvicinarsi una bufera. Riesce persino a distrarmi dai miei pensieri. Io ho solo calli sotto ai piedi, nessuna preda, il mio unico contatto sta ancora lavorando, ho poche ore e un budget limitato.

Finalmente arrivo alla spiaggia, la sabbia adesso è fresca e il vento salino mi grattugia la faccia. Vado verso la strada principale. La carcassa di un autobus bruciato mi aiuta a orientarmi, il percorso a ritroso funziona. Le primi luci delle case iniziano a fare compagnia alle costellazioni in cielo. Non vedo la Luna, forse non è ancora apparsa all’orizzonte.

L’Ultima Notte Africana

L’infradito di destra inizia a staccarsi dalla suola, ne ha fatti di chilometri con me ma non è ancora autorizzata a mollare il colpo. Intravedo un edificio a due piani con un grande tetto di paglia all’africana e i decori zebrati sulle colonne, dev’essere il German Bar. Sulla parete dell’edifico, oltre all’immancabile pubblicità della birra 2M, c’è la scritta “Complexo Alemanha” ricordandomi che dove c’è una bella località turistica i crucchi non mancano all’appello. Avanzo lungo il sentiero, conto i soldi che mi sono rimasti in tasca: 250 meticais.

Mi bastano per almeno due birre e per comprare l’acqua e qualcosa da mangiare durante il viaggio di ritorno a Maputo. Niente caffè, maledizione. Appena ritorno nella capitale mi rifaccio al bar dietro casa, nell’Avenida Lenine. Café e la mia sandes mista com ovo, tomates e cebola. Devo trovare il modo di fare più soldi, non è possibile che anche in questo tropico dall’altro lato del mondo mi arrampico sui vetri e improvviso ogni mese. Maledetti soldi e maledetto il mondo che non ce li ha. “Non è cambiando cielo che si cambia anima.”

Eh, il saggio Orazio, zio caro. Ma adesso è inutile pensarci, è una serata meravigliosa, il vento m’ha ricaricato, sto’ tutto elettrico, pronto a improvvisare pur di godere anche stasera prima di salutare Vilankulo até a próxima visíta.

Mi dispiace non aver rivisto Amade e la sua famiglia, l’anno scorso ero con loro a Natale.

Mi ricordo ancora quel temporale, credevo davvero che si stesse squarciando il cielo. Che tuoni. Farsi la doccia tra le frasche e due stuoie, le donne che pensano a tutto e io bello servito e riverito a capotavola, Governatore del Tutto e del Nulla. Lo special guest.

Un po’ come adesso entrando al German Bar: sono l’unico bianco; tre ragazzi al tavolo da biliardo animati dalla sfida in corso, altri quattro a discutere ad un tavolo e poi lei, la barista, bellissima, sola al bancone.

Mi avvicino sfoderando un sorrisone, a quest’ora è forse l’unica ragazza in circolazione e vedendo quanto è bella sono mentalmente pronto ad aspettarla dopo lavoro se dovesse essere necessario. Bellissima, ci guardiamo negli occhi “si, sei stupenda” cerco di dirle con lo sguardo, mi avvicino, ogni sua curva e ogni suo dettaglio sono la conferma che c’è terra in vista, un’isola del tesoro, il galeone pirata gonfia le vele e parte all’arrembaggio.

«Boa noite maravilha! Tudo bem?»

Lei non nasconde lo scazzo universale che le occupa la testa, non riesce neanche a fare finta.

«Não ta nada bem, mas pronto, o que posso fazer?».

In un attimo mi ritrovo dall’essere un cliente che “ci prova” ad essere uno psicologo che improvvisa una consulenza fuori ufficio, sotto un tetto di paglia, in un bar fatto dai crucchi appena sotto al Tropico del Capricorno.

«Hey, cosa ti succede? È un peccato non vederti sorridere, scommetto che sei ancora più bella se sorridi».

Una smagliante doppia fila di denti bianchi le illumina il volto a confermare la mia tesi.

«Stupenda, come ti chiami?».

«Ana».

«Io Simon, piacere».

«Saimon? Es de onde?».

«Italiano!».

«Parli molto bene il portoghese».

«Obrigado querida, ho vissuto 4 anni a Lisbona. Ma dimmi, che ti succede? Hai avuto una giornata pesante?».

Lei si appoggia al bancone coi gomiti e usa le mani per sorreggersi la testa carica di un fardello troppo grande da sopportare, parlarne allevia il peso.

«Tutti i giorni è pesante. Lavoro qui da mattina a sera, siamo solo in due oltre al proprietario e quando torno a casa ho ancora tutto da fare, il mio fidanzato non mi aiuta in niente e crea solo altri problemi».

Sentire la parola “fidanzato” già preclude tutta una serie di fantasie che stavo coltivando da quando ero entrato ma mi siedo sullo sgabello, mi appoggio al bancone e resto con lei a conversare. «Che ti combina il tuo ragazzo?».

Lei sbuffa come dire “il solito” e arriva la conferma.
«È un poco di buono, beve troppo e poi fa disastri. Non trova lavoro, gli ho lasciato una baracca da gestire ma neanche quello riesce a fare; si lascia coinvolgere dagli amici e finiscono per bere quello che dovrebbe vendere e poi viene qui a cercare soldi».

Che idiota, uno che spreca un’opportunità così dev’essere proprio tonto. L’alcool è un problema davvero serio in Africa. Ci credo bene che la società musulmana evita l’alcool come fosse il demonio, è realmente una delle principali cause dei problemi che assediano molte famiglie.

La mancanza di soldi è una cosa, ma la confusione che si crea a causa del tasso alcolico alto nella testa di un uomo non ha precedenti. Solo danni e falsi record.

La frustrazione per la vita merdosa che molti devono affrontare ogni giorno trova rimedio nella tontura che l’alcool inizia a dare dalla seconda bottiglia in poi.

Una rinfresca e anima ma dalla seconda in poi è solo andare alla deriva. E qui si beve, a sério. Sono diventato un professionista nelle uscite tra amici ad evitare di entrare in rodate senza fine.

Soprattutto dopo la prima e unica volta che bruciai il budget del viaggio a Zavala a causa dell’entusiasmo che scaturì la sera prima, facendo un briefing con mano Miguel all’Associazione dei Musicisti.

Doveva essere una birretta e via, concordare dove e quando trovarci e poi tornare a casa a dormire. Miguel è un giovane brillante, alto più di me, un ottimo cuoco che lavora al Radson, uno degli hotel più lussuosi di Maputo. Un palazzo futuristico che vedendolo in foto pensi “minkia che bella città Maputo!” si, certo, dove girano i soldi. Il resto è l’ombra di una città che cade a pezzi. Senza manutenzione e, peggio ancora, senza molta speranza.

I palazzi costruiti dai portoghesi ai tempi della Lorenço Marques stanno venendo giù poco a poco come le lapidi nel cimitero ebreo abbandonato tra l’Avenida Karl Marx e la Eduardo Mondlane. Miguel è sveglio e iniziò a raccontarmi un sacco di cose interessanti. Mi piacque fin da subito quando lo conobbi fuori dallo Xima Bar in compagnia di Leman Pinto, uno storico jazzista Mozambicano che a 70 anni suonati vive ancora come un artista di 30 e suona ancora alla grande.

Diventammo subito amici, d’altronde se paghi una rodata sei subito un figo in questa terra tra l’Indico e la natura più selvaggia.

Maputo è una città internazionale ma questo non significa che un mozambicano si annoi a conversare con uno straniero, anzi, è stimolante e un bianco qui appare sempre come un’opportunità per svoltare la giornata, un’occasione pronta dietro l’angolo. Basta poco a trasformare una giornata qualsiasi in una giornata indimenticabile. Soprattutto se hai il portafoglio pieno. Io invece arrivo da una scuola d’improvvisazione totale, mai avuto i soldi ma ne ho scritte di serate e avventure ovunque. Mi basta essere ben disposto e cavalco ogni situazione.

Ma non bevo quanto un fratello di Moz.

La sera all’Associazione era un venerdì, mi ero addirittura fatto prestare i soldi da un amico italiano pur di correre dietro a questa esperienza a Zavala durante il festival internazionale della Timbila. Già immaginavo lo scenario e il documentario meraviglioso che avrei portato a casa. Avevo tutto sotto controllo, quando Miguel si offrì di offrire un secondo giro risposi prontamente «Não, obrigado, ou não saimos daqui”», ma poi accadde l’imprevisto.

Conoscemmo un musicista Portoghese e uno Guinense che erano di passaggio per un altro festival. La conversa si fece interessante, parlando vien sete e la birra mozambicana è ottima, risultato: in meno di un’ora eravamo già un gruppo affiatato a caccia di una serata epica, tutta nostra.La macchinata era da barzelletta tropicale: un Mozambicano, un Portoghese, un Guinense e un Italiano. Tra l’altro il portoghese ero convinto di averlo già conosciuto a Lisbona, conosceva ArtCasa quindi almeno di vista dovevamo già esserci incrociati.

Dopo vari giri finimmo alla Feira Popular, un posto che ho rimpianto in molte fredde notti quando vivevo a Porto e che rimpiango anche adesso mentre scrivo. Di giorno la Feira è un insieme di bar e ristoranti e ci sono delle vecchie giostre dove i bambini si divertono alla grande. Di notte i ristoranti chiudono e dalle 23 aprono le discoteche di kizomba, afro beat e house music a cannone fino alle 8 del mattino, dove gli adulti si divertono alla grande. Un posto “a colpo sicuro” per un malandro safado come me. Ci fosse il teletrasporto ci tornerei in un battito di ciglia. Quella sera l’afro beat al Bamboo la stava facendo da padrona, il nostro quartetto dava abbondantemente nell’occhio, in molte si avvicinarono per ballare e non si diceva di no a nessuna, strusciamenti, vari giri di birra e ci ritrovammo nel parcheggio ad aprire la bottiglia di whisky che Miguel aveva comprato per il viaggio. «Solo un giro di shot». Sì, certo.

Un’ora dopo la bottiglia non c’era più, il Portoghese fu il primo a mollare il colpo, restavo l’unico bianco in gioco e m’illudevo di avere ancora tutto sotto controllo. Quando due ragazze iniziarono a litigare per chi delle due dovesse ballare con me un lento già non stavo su questo pianeta, ero nella stratosfera convinto di essere il più figo al mondo, due bambole stupende litigavano per me, ero carico come un pannello solare nel deserto e disinibito al punto giusto di cottura.

Il Guinense cadde per secondo, Miguel finì a dormire in macchina, neanche riuscì a tornare a casa e il giorno dopo, a mezzogiorno, invece che essere all’incontro per il viaggio, ero a letto annebbiato dal whisky e concentrato ad approfittare ancora della buona compagnia che avevo a fianco tra le coperte. Ricordo che lei si chiamava Rana. Glielo chiesi tre volte e non riuscii a non sorridere.

Rana, sicuramente le avrò detto qualche stronzata tipo che in Italia è una marca famosa di tortellini ma non le spiegai che significa sapo. Anche se a baciarla il principe lo ero diventato io.

Torno alle labbra di Ana che mi stanno parlando a venti centimetri del suo fidanzato e dei suoi guai.

«A volte viene qui ubriaco a farmi scenate di gelosia e a creare confusione anche con il mio capo e poco ci manca che perdo il lavoro per colpa sua».

Mi dispiace sinceramente, se potessi la porterei via con me, lontana dai suoi problemi, fino a Maputo a crearci insieme una nuova vita e ad essere felici.

Scendo dallo sgabello, la prendo per mano e girando intorno al bancone la stringo in un abbraccio. I miei problemi sono sempre una passeggiata rispetto alle vite degli altri. Lo sento davvero.

«Non bevi niente? Tra poco chiudo».

«Dai, solo una per festeggiare il nostro incontro ma solo se bevi con me, un brindisi per darci la forza di andare avanti, sempre!».

Sorride e prende due birre ben gelate dal frigo alle sue spalle. Studio bene le sue curve, è una donna fantastica. Conversiamo fino alla chiusura. I ragazzi che erano presenti hanno già intuito l’andazzo e andandosene la squadrano male, ce ne freghiamo entrambi. Non esiste niente meglio dell’amore e del piacere fisico per distrarsi dai mal di testa che certe preoccupazioni sanno dare. E qui mancano i soldi anche solo per poter pensare. La tratto come si merita, con gentilezza e carinho. Le amo tutte davvero, fosse anche solo per un giorno. Non accenno minimamente al fatto che tra qualche ora me ne tornerò mille chilometri più a sud. E non importa. Passeggiamo mano nella mano lungo la spiaggia, una conversa piacevolissima, il mondo sembra un meraviglioso pianeta disabitato solo per noi due, non provo mai a baciarla fino a quando sedendoci l’abbraccio e poso le mie labbra sul suo collo, delicato come se stessi baciando i petali di un fiore.

Le onde scandiscono il tempo meglio di qualsiasi tic-tac. Non c’è nessuna fretta, ogni suo dettaglio è un mondo da scoprire e conoscere tra baci affettuosi e carezze ma appena si accorge del calibro della mia emozione il ritmo s’infervora come il vento. Le stelle sono le uniche testimoni delle nostre effusioni. Il respiro si fa più accelerato e anche quello del vento che ingrossa le onde e spettina le palme, scompigliando i tetti di paglia e spaventando i bimbi sotto alle coperte. Intanto io a ruggire come un leone mentre vengo impetuoso e le onde a infrangersi sulla scogliera. Mi sento il dio del tuono, del mare, alato e con gli artigli nella sabbia, il dio del porco tutto, sono in rima con l’universo, sono vita, sono tamburo, sono un fiume in piena, sono il valore di quest’esistenza, sono il perché di tanta grandezza, perché tanto di così bello in mezzo ad un universo esageratamente immenso.

Me ne fotto di quale sarà il conto alla fine. Sono vivo, punto.

Ho spazio per gridare felice, per espandermi, per increspare le onde negli stagni del tempo, per sentirmi attraversare da un oceano nel petto e arrivare dall’altra parte ritrovandomi sempre a casa. Gioia, calore, amore, la delicatezza di ogni suo dettaglio offerta al mio tocco e alle mie labbra avide di baci, prendo tutto, accetto tutto, ti amo.

Albeggia, restiamo abbracciati in attesa di vedere lo show di colori do novo dia riflettersi sull’Indico. Le prime vele nere dei pescatori si lanciano verso un’ignoto tinto di blu, la giornata sta nascendo adesso, è ancora tutta da scrivere. Io mi sento il Re del mondo, l’importante è che non mi addormento e non perdo l’autobus per Maputo. La regina mi reclama.

Fine.

 

di Simone Faresin

 

Da qualche parte ho letto che finché un uomo ha una storia da raccontare ha un’opportunità in più di sopravvivere. Carico il mio vecchio revolver, ho solo 4 colpi. Rullo di tamburo, pronto in un click. Sono un cacciatore d’immagini e un cacciatore di storie; storie dal sottobosco, da un altro tropico e storie da grandi megalopoli. Seguo le tracce fresche di un’umanità mammifera che sopravvive in una società sempre più insettifera. Troverò la regina che dalle cavità della terra comanda questo caos frenetico, l’ultimo colpo è per Lei.

4 Colpi è un progetto letterario di Simone Faresin in collaborazione con Sosteniamo Pereira.