Punto e a capo.

di Simone Faresin

Lo spazio tempo è una gelatina in espansa-dispersione che sussulta ad ogni minima variazione, basta un colpetto e si mette a danzare ondeggiando e ondeggiando in un continuo carnevale. Che sia una samba, una cumbia, una marrabenta, una kizomba o una semba. Un battito di ciglia e già mi ritrovo a fine corsa, le onde continuano a susseguirsi lungo le spiagge di tutto il mondo, continuando ad erodere quel poco di emerso che c’è su questo pianeta e a me, ahimè, tempo scaduto, devo tornare nel mio tropico.

Son già passati due anni qui tra la sabbia e la polvere del Mozambico, il vento tra le palme, i sapori e i colori, il calore che sballa, il Sole impietoso, le nottate fresche e sempre animate e la realtà senza vergogna della miseria più misera.

Tre sono le grandi opere che potrei reinterpretare: il Decameron, i Miserabili e i Malavoglia; tutti rivisitati in chiave moderna e afro-sub-australe. Mi auguro davvero di scriverli, con tanto di contratto editoriale. Dai cazzo!

Tornato dal reportage in Gorongosa nelle zone dov’era passato il conflitto tra Frelimo e Renamo (tra chi comanda da 40 anni e chi vorrebbe comandare), gli ultimi giorni sono una corsa fino all’imbarco del volo TAP che mi riporta a Lisbona, nel mio regno. Non riesco neanche a salutare tutti, mi ero preparato una lista di cose da fare, gente da rivedere, debiti da saldare ma zero, come sempre è già tanto se ne faccio la metà.

“Gli uomini fanno progetti e gli Dei sorridono.” So fuckin real, aggiungerei io.

Tra questi progetti c’era l’idea di stampare e distribuire le prime 100 copie del primo cd del Colectivo imprevisto, 15 tracce (prima versione studio, “senza trucco e parrucco”) per dare un’assaggio della collaborazione nata tra me e alcuni degli artisti che ho conosciuto tra Maputo e Beira (MOZ TRIP) oltre a facilitare la negoziazione per marcare date nel 2018 tra concerti, presentazioni, performance etc. Nada, il grafico c’ha meso un botto a ultimare la copertina e altri dettagli, mas por enquanto esta on-line. Buon ascolto!

 

Voltar, regressar. Da un lato mi fa anche piacere, mi manca la famiglia portoghese e la famiglia italiana. Sono stufo di avere allucinazioni di tortellini, cappelletti in brodo, tagliatelle… Stanco di stare sempre in prima linea, provato da tutte le avventure in cui mi sono calato. Inebriato dai sapori selvaggi, dagli orizzonti verdi infiniti e ubriaco di donne e amici, convivi animati e feste a prova di vampiro (si torna a casa quando il Sole sta già scaldando la pelle, gli occhi bruciano e il cervello in pappa supplica il silenzio e l’oscurità della camera da letto o il divano nella sala a casa di un amico).

Il piano iniziale era tornare in Europa a Marzo con l’inizio della primavera (per non soffrire l’inverno) ma sembrava che papà non stava proprio bene e, non sia mai, meglio che torno già per Natale. Le mie valigie sono rimaste da due anni a Lisbona, mi auguro di averci lasciato dentro abbastanza roba invernale o sono fottuto. E chi se lo ricorda più il freddo? Solo a vedere una foto della pianura Padana nebbiosa da dove sono arrivato quasi mi viene un attacco di depressione. Una volta che gli alberi si spogliano dell’incendio di colori autunnali, a scomparire non sono solo le foglie ma anche i colori stessi e con loro la voglia di vivere. Che schifo, avevo rimosso quel grigiume. Nebbie fatate, terre incantate in un continuo ritmo di lavora lavora, produci produci, consuma consuma, paga paga paga… Pe fortuna che mi sono levato dai coglioni anni fa, per fortuna che sono andato a farmi un giro, grazie Signore Dio, grazie!

“Lancia il tuo cuore davanti te e corri a raggiungerlo.”

Proverbio arabo.

Io ho lanciato cuore, speranze, sogni e desideri davanti a me, senza manco sapere dove sarebbero atterrati, ma li ho ritrovati e ne ho raggiunti molti. Ho colto più di una palla al balzo, un carpe diem quotidiano, un prendi tutto e non lasciare niente nel piatto. Con il 2018 inizia davvero una nuova vita, con nuove sfide, un livello più alto e difficile. Torno in Italia a riabbracciare le mie origini, a ritrovare le mie radici, dove era iniziato il tutto, tornando con la soddisfazione di chi può dire: “Veni, vidi, vici.” Sul serio, sicuramente esagero, ho perso anche qualcosa lungo il percorso, ma sono soddisfatto di questi due intensissimi anni sotto all’equatore, saltando da un lato all’altro del Tropico del Capricorno come fosse giocare con la corda in cortile. E nel frattempo cos’è successo? Ho imparato a conoscere un po’ il Mozambico ed il suo popolo, ho imparato a vivere anche alla mezza giornata e ho vissuto cose che ogni uomo meriterebbe sperimentare. Sono un tubetto di colore mezzo spremuto ma almeno c’hanno dipinto una bella opera e la tela è fatta con un paio di jeans riciclati, come le opere di quel matreko di Bias.

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Tornai a Maputo di domenica, giusto in tempo per un’ultima serata al Nucleo de Arte. Arrivai all’aeroporto di Beira che teoricamente mancavano 5 minuti alla chiusura del check-in e scoprii che invece non lo avevano ancora aperto. Fantastici, tempistiche africane, le adoro essendo un ritardatario cronico. Avevo finito i soldi, dovetti chiamare un amico italiano nella capitale, concordare un valore non impossibile da restituire calcolando che lunedì o martedì al massimo avrei avuto un bel gruzzolo in tasca. Il biglietto per Lisbona era già assicurato da un mese, ottimo. Arrivato a Maputo contratto come un beduino il prezzo del taxi, rapida sosta a casa per lasciare le valigie, poi diretto a casa dell’amico che mi presta i soldi con cui pago anche il taxi.

Al Nucleo non mi vedevano da due mesi, festa e tripudio, recupero tutto quello che mi ero perso nel frattempo: praticamente niente, sempre tutto uguale. Mi piace questa cosa del Moz, posso tornarci tra 5 mesi come tra 5 anni, non cambia un cazzo.

Ma cos’e’ il Mozambico?

Risposta secca: il Mozambico è un grande paese, selvaggio e misterioso, dove la bellezza non ha limiti e dove ci si continua a stupire e meravigliare, godendo per i colori e i sapori che “il Creatore” ci ha messo a disposizione.

“A Dio piacciono i Caran d’ache.”

Risposta da blogger/pseudo scrittore:

il Moz ha un territorio molto esteso, è tre volte l’Italia e alterna fasce aride a fasce sempre verdi e umide. Spiagge tra le più belle al mondo e un popolo allegro e ospitale.

I portoghesi arrivarono dopo che già erano passati arabi e indiani, ma nessuno aveva interferito tanto nella cultura di queste antiche tribù quanto i nostri cugini “occidentali”. Vale per i “tuga” come anche per noi spaghettari fascisti con le campagne in Eritrea, in Libia, in Somalia e il disastro in Etiopia.

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Ancora mi ricordo la strana sensazione a sentirsi etichettati come “invasori” in un documentario sui Rastafari e le loro origini africane e sulla vita di Haile Selassie, discendente dalla stirpe di Salomone, che vide la sua Etiopia invasa da Mussolini. Tra l’altro fu la più grande campagna coloniale della storia, incredibile… Incredibile che negli anni ’30 si era così invasati da parlare di “impero” e altre stronzate razziali. Hey, meno di cent’anni fa…

Raga, per capire la politica militare degli States dovete prima comprendere che i loro strateghi e generali pentastellati sono sempre stati affascinati dalle gesta dell’impero Romano e dal fascismo Mussoliniano.

Non vale la pena tornare sui danni della colonizzazione ma ammetto che sono ferite profonde che solo tra un 30/50 anni saranno forse dimenticate. Non avete idea dei danni fisici e psicologici che hanno lasciato.

L’assurdità delle azioni umane corrode più di qualsiasi acido.

Ci sono in giro ancora troppi reduci del “prima dell’indipendenza” e della stessa lotta di liberazione. Quando moriranno tutti e i loro figli invecchieranno, le nuove generazioni non saranno neanche minimamente interessate a questo passato, sono tutti globalizzati i giovani d’oggi. Smartphone, facebook, youtube; padre, figlio e spirito santo. Click! Da un lato meglio così, certe divisioni non aiutano a cooperare e lasciano sempre un amarognolo che a volte riaffiora nel palato durante una qualsiasi discussione. Un termine alla base di un’interessante tertulia culturale che ricordo a Maputo è la “deframmentazione della memoria”, parlando di come i nomi tradizionali mozambicani fossero stati deturpati e modificati per poter essere facilmente registrati e digeriti dal sistema organizzativo/burocratico straniero che prese il controllo del paese.

Occuparti la terra e la mente è un’invasione.

Tenerti occupato fisicamente e mentalmente è la costante espansione.

A livello pratico l’africano del duemila lotta quotidianamente e a volte si chiede com’è che sia lasciato ancora in difficoltà mentre gli altri se la spassano tra benessere e innovazione tecnologica. Non a tutti è ancora chiaro il ruolo che gli è stato deliberatamente affibbiato da quelli che mandano, da chi comanda, governanti o imprenditori corporativi che siano.

Quello che avevo studiato sui libri di Storia non è Storia ma pura Attualità.

Si ruba e ci si approfitta delle risorse africane, costantemente.

Legna, sabbia, petrolio, gas, rubini, diamanti, terra, cibo e, purtroppo, esiste ancora la schiavitù.

Certo, in un numero molto meno elevato rispetto a due secoli fa, ma la fila degli oppressori pronti ad approfittare di giovinetti inesperti e di ragazze di tutte le età sembra non sfoltirsi mai.

Tutti sullo stesso barco, nello stesso chapa. Quello che accumuna mozambicani, italiani e il restante 90% della popolazione mondiale sono i problemi che abbiamo da affrontare: corruzione, inquinamento, isolamento, ignoranza e dispersione. L’umanità é unita più che mai adesso che abbiamo problemi globali, uguali per tutti e dobbiamo assolutamente affrontarli.

Mi ha colpito vedere quanto potenziale rimane parado, bloccato, per falta di aiuto, mancanza di condizioni basiche. Non parlo di investimenti milionari, parlo di piccole cose che non si riescono mai a sistemare. A qualcuno fa piacere che la moltitudine rimanga costantemente ignorante e in difficoltà, se stessimo tutti bene e felici non ci preoccuperemmo minimamente di avere qualcuno sopra di noi a dare ordini, non avremmo bisogno di assaltare qualcun’altro o di invadere il suo spazio per estrarre l’oro nascosto sotto ai suoi piedi. E invece? Imprese occidentali e orientali sono sempre in prima linea per accaparrarsi tutto il più rapidamente possibile e “si fottano” quelli che vengono sloggiati di casa. Raga, palestinesi, curdi, indigeni, aborigeni, congolesi, rwandesi, birmani, siriani, questi non sono “altri” ma siamo sempre noi, umani. E gli interessi in ballo? Follia pura legittimata. Capricci.

Per il Moz e per il Mondo: ordine, giustizia, riorganizzarsi e fare arrivare ovunque acqua, elettricità e dignità. Si fottano gli interessi economici, quelli non hanno niente a che fare con l’equilibrio naturale che permette la Vita su questo pianeta. Scriviamo regole nuove che ci difendano dalla brama di potere e dalla costante voglia di fatturare, tanto uguale e similare alla smania di un drogato di potersi bucare.

Torno in Europa a ricaricare le batterie e a vedere cosa si può fare, io in Moz ci voglio ritornare. Torno in Europa dove ancora si può parlare, discutere e manifestare, dove se fai opposizione non ti vengono a sequestrare o a sparare. (Forse).

“Me ne fotto” che l’evoluzione sia esistita o meno, che esista adesso! Che si dimostri che abbiamo un cervello ed una sensibilità unica nel bel mezzo di uno sconosciuto infinito in una continua espansa-dispersione in cui, in un modo o nell’altro, dobbiamo sempre e comunque trovare un senso e una direzione.

Senza fine, a luta continua!

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Simone Faresin a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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