Storia di Dante Vacchi: il fotografo italiano che fondò i Comandos portoghesi

Dante vacchi

Dante Vacchi e Anne Gauzes a Nóqui (Nord Angola) – 1962

Il 2 ottobre di sessant’anni fa usciva il primo numero dell’Espresso. Le celebrazioni sono in corso già da qualche tempo. Ne fa parte una mostra nelle sale del Vittoriano che celebra l’anniversario con una carellata di fotografie e copertine della storica rivista. Fra queste, la copertina scandalosa (e che fece effettivamente scandalo) e disturbante del 19 gennaio 1975 che introduceva un’inchiesta dal titolo “Aborto: Una tragedia italiana” e che marcò la campagna a favore della legalizzazione dell’aborto. L’immagine è quella di una donna incinta e crocifissa. L’articolo a firma di Enrico Arosio che presenta la mostra la descrive così: «In croce come Gesù, e però femmina, incinta e nuda. Drammatica, con quella luce livida, e insieme dolce. La chioma nera che scende sul petto pallido, la morbida curva del ventre teso dalla gravidanza, le braccia snelle, l’ombra scura del pube».

Il fotografo che la realizzò, sempre secondo l’articolo di Enrico Arosio, era «Dante Vacchi, un satanasso che aveva seguito la guerra d’Algeria per “Paris-Match”». Il “satanasso” – che per la verità durante la Seconda guerra mondiale portava il nome di battaglia di “Ombra” – non era un fotografo qualsiasi. In Italia, il suo nome è quasi del tutto dimenticato. In Portogallo, circola ancora negli ambienti dei reduci della guerra coloniale ed è forse noto a qualche storico o tra gli appassionati di fotografia. Nel 1961, giungendo (forse) dall’Algeria e accreditandosi come fotografo di Paris Match, Dante Vacchi fondò, con l’aiuto di un pugno di militari portoghesi, i Comandos, cioè le truppe di élite che furono in prima linea, fino al 1974, sui tre fronti della guerra coloniale portoghese.

Andiamo con ordine. Uno dei problemi, quando si cerca di ricostruire la carriera portoghese di Vacchi, è la scarsità di documenti e di informazioni di prima mano. Circola una versione ormai consolidata della storia che è stata a lungo ripetuta senza molte verifiche. Si parla di un fotografo italiano (o italo-francese) che lavorava per Paris Match e che arrivò nel nord dell’Angola  insieme alla giornalista Anne Gaüzes (in seguito nota anche con il cognome Vuylsteke).

I due giornalisti intendevano realizzare un reportage sui primi scontri tra i portoghesi e i movimenti indipendentisti.

Siamo nel 1962: in un periodo, cioè, in cui il regime di Salazar si guardava bene dall’ammettere l’esistenza stessa di un conflitto aperto. Qui, tra una fotografia e l’altra, Vacchi sembrò dimostrare un’inattesa competenza nelle tattiche della guerriglia. Apparentemente, era il frutto dalla partecipazione al conflitto algerino o a quello indocinese, oppure a entrambi, non si capiva bene se come giornalista o come sergente della legione straniera. A questo punto, Vacchi avrebbe offerto la sua consulenza all’esercito portoghese, creando un primo nucleo di soldati addestrati dal quale più avanti si sarebbe poi sviluppato il corpo militare vero e proprio, su iniziativa, soprattutto, del tenente colonnello Almeida Nave. Insomma, se non il fondatore, Vacchi sarebbe stato per lo meno l’ispiratore dei Comandos portoghesi.

Che Vacchi si trovasse in Angola con l’appoggio diretto dello stato maggiore lusitano sembra confermato dal suo stesso reportage. Anche come fotografo, Vacchi lavorava chiaramente con il permesso e l’appoggio delle forze armate, e la pubblicazione del suo lavoro in Portogallo – con il necessario assenso della censura – lo dimostra.

Il libro, intitolato Angola 1961-1963 e firmato con Anne Gaüzes, uscì infatti nel 1964, per i tipi dell’editore Bertrand di Lisbona, marchio storico dell’editoria portoghese.

Nel frattempo, Vacchi pubblicava un secondo libro sull’Angola,dalle pretese quasi antropologiche: Penteados de Angola. È un libro dedicato alle acconciature tradizionali delle donne angolane, del quale Vacchi curò personalmente l’edizione, fin nei minimi particolari. A partire dai primi anni Sessanta, in ogni caso, Vacchi iniziò a operare in Portogallo.

Abitava a Lisbona (non si sa se continuativamente o saltuariamente), godendo probabilmente dell’appoggio di quel gruppo di transfughi dell’Algeria francese legati all’ambiente dell’OAS (Organisation de l’Armée Secrète) e poi raccoltisi intorno alla fantomatica agenzia di stampa “Aginter Press” gestita dall’altrettanto misterioso Yves Guérin-Sérac.

Sono forse questi contatti che gli permettono di firmare un raro servizio fotografico nella residenza ufficiale di Salazar, pubblicato in Italia su Epoca. Per il resto, il lavoro di Vacchi a Lisbona era quello di un semplice fotografo: tra le altre cose, pubblicò un reportage sui bacalhoeiros, le flotte che pescavano i banchi di merluzzo al largo dell’isola di Terranova, un altro libro fotografico su Porto e la regione del Douro, lavorò per giornali e riviste o per committenti privati (come, ad esempio, la compagnia aerea di bandiera portoghese, la TAP).

A partire dal 1966, la presenza di Vacchi in Portogallo inizia a diradare, per poi cessare quasi del tutto dopo il 1968.

davide vecchi 2

Soldati del Batt. Caçadores 280 (da “Angola 1961-1963”)

Com’è potuto accadere che un civile, un giornalista giunto “casualmente” in Angola sia stato incaricato di addestrare il primo nucleo dei Comandos portoghesi? Difficile da dire. Le ricerche d’archivio confermano che Vacchi lavorava con il consenso delle forze armate, e che la polizia segreta salazarista, la PIDE, era informata delle sue attività.

Probabilmente, furono cruciali proprio i rapporti con il gruppo di Guérin-Sérac, il quale a sua volta manteneva contatti diretti con il Secretariado Nacional de Informação del governo salazarista.

Ma da dove venivano le sue asserite competenze in tema di guerriglia e controguerriglia?

In questo caso, un po’ di luce giunge da qualche fonte italiana. È infatti possibile identificare il fotografo Dante Vacchi con Dante Cesare Telesforo Vacchi di Conselice, condannato dalla Sezione Speciale della Corte d’Assise di Ravenna nel 1946, quando aveva 21 anni, per collaborazionismo con l’occupante tedesco. Anche questa storia è curiosa.

Due anni prima, nel 1944, Vacchi rimase coinvolto in una sparatoria nella quale era stata ferita una passante. Era in borghese e insieme a un altro individuo, identificato con il nome di Roberto Ermanni, di Correggio. I due furono subito fermati da un milite della milizia ferroviaria, che li condusse alla stazione dei carabinieri di Cotignola. Qui, Vacchi esibì un salvacondotto scritto in italiano e in tedesco, la cui autenticità venne confermata sia dal Comando tedesco di Cotignola che da quello di Lugo. I due vennero, perciò, immediatamente rimessi in libertà.

Le stesse ragioni che ne motivarono il rilascio causarono però il mandato d’arresto spiccato contro di lui dopo il 25 aprile del 1945. Vacchi venne scovato a Santa Margherita Ligure il 6 gennaio del 1946 e ricondotto a Ravenna dove, a seguito di un’istruttoria piuttosto frettolosa, fu sottoposto a giudizio. Ermanni, invece, non verrà mai più identificato. Vacchi fu perciò accusato, da solo, di aver collaborato attivamente con i tedeschi nell’ambito di una banda di irregolari (detta, con un tocco romanzesco, “delle ombre”) al diretto servizio delle forze di occupazione. La condanna, pesante, fu di 20 anni di reclusione, ridotti a 15 (3 dei quali di libertà vigilata) per le circostanze attenuanti concesse per via dell’età dell’imputato. Altri 5 anni gli vennero poi tolti dalla Cassazione, nell’aprile del 1947, e un altro ancora gli fu condonato nel 1950, in Corte d’Appello.

A conti fatti, Vacchi non avrebbe dovuto trovarsi in libertà prima del 1955. Nel settembre del 1952 si trovava invece a Casablanca, in Marocco, dove si sposava con una cittadina francese. Se si tratta dello stesso Cesare Dante Vacchi che, in alcuni giornali del maggio del 1952, era annunciato in partenza, insieme a un compagno di nome Edoardo Mari, per un tour in scooter lungo quattro continenti, se ne dovrebbe dedurre che il tour si era fermato appena al di là dello stretto di Gibilterra. Fu probabilmente in Marocco, in ogni caso, che Vacchi iniziò il mestiere di fotoreporter. È in tale veste, infatti, che si trovava già in Libano durante la crisi del 1958.  Nelle sue memorie, il fotoreporter spagnolo Enrique Meneses ha raccontato di aver lavorato a stretto contatto con Vacchi a Beirut, proprio in quell’anno. Meneses racconta delle avventure, piuttosto picaresche, del fotografo freelance italiano in Libano e in Kuwait. All’epoca, Meneses era l’inviato responsabile per il Medio Oriente di Paris Match. È quindi probabile che Vacchi sia riuscito a pubblicare sul periodico francese proprio attraverso il fotoreporter spagnolo.

Resta da capire se questo Dante Vacchi, fotoreporter che lavorava in Libano e nel Golfo Persico (anche) per Paris Match, sia lo stesso condannato dalla Corte d’Assise Speciale di Ravenna. O se non si tratti piuttosto di due omonimi, e mentre uno si sposava a Casablanca, l’altro era ancora rinchiuso in prigione in Italia. La prova che si tratti della stessa persona la fornisce il diario di un diplomatico inglese della legazione britannica negli Emirati Arabi Uniti, Donald Hawley. Alla data del 5 aprile 1959 (siamo quindi negli anni in cui il Vacchi fotoreporter, secondo Meneses, si trova nei Paesi del Golfo Persico), Hawley racconta di aver pranzato con un certo Dante Vacchi di Ravenna, giornalista che «scrive» per Paris Match. Durante il pranzo, Vacchi racconta al diplomatico di essere stato, durante la Seconda guerra mondiale, il «più giovane ufficiale» del Regio Esercito e di essere stato «giudicato», al termine del conflitto, a Genova, per «crimini di guerra». Il racconto, a grandi linee e al netto di probabili esagerazioni e di sicure approssimazioni, combacia. Ed è questo Dante Vacchi, della cui esperienza bellica ora sappiamo le origini, che giungerà nel nord dell’Angola nel 1962.

Lo stesso che, a seguito probabilmente dell’indulto del 1967, lascerà gradualmente il Portogallo e ricomincerà a lavorare anche in Italia per diverse testate giornalistiche. Tra le quali, appunto, l’Espresso.

Le due immagini che illustrano questo post sono state gentilmente fornite dal Ten. Col. Com. António Neves.

di Giovanni Damele

 

Questo articolo è stato pubblicato su Caleidoscopio lusitano il 2 ottobre 2015. Clicca qui per leggere l’articolo originale

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