Come nasce un libro illustrato? Intervista a Catarina Sobral

“Le tecniche cambiano sempre, da un lato perché ogni libro ha un tono unico, e dall’altro perché mi piace molto sperimentare, perché mi annoio a fare sempre le stesse cose, perché continuo sempre a cercare, insoddisfatta”.

Un giorno un ricercatore in biblioteca scopre una nuova parola: Cimpa. Nessuno sa cosa significhi e si fanno varie ipotesi: potrebbe essere un verbo, e gli studiosi si chiedono cosa vuol dire cimpare, oppure potrebbe essere un aggettivo, e tutti iniziano a descrivere delle cose cimpose… Un bambino racconta quanto la vita di suo nonno sia interessante e piena di sorprese, rispetto a quella del più noioso vicino di casa, il dott. Sebastiano. Un nonno che fa pilates, fa aeroplanini con il giornale invece di leggere le notizie e passa molto tempo a scrivere lettere d’amore.

Da queste idee originali ed ironiche nascono i due libri, scritti e illustrati da Catarina Sobral, editi da La nuova Frontiera junior Mio nonno e Cimpa. La parola misteriosa. Catarina Sobral è un’illustratrice portoghese di 28 anni, è nata a Coimbra e nel 2014 ha vinto il Premio internazionale di illustrazione alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna. L’abbiamo incontrata pochi giorni fa a Lisbona, città nella quale vive e lavora, per intervistarla.

Il tuo ultimo libro, Mio nonno, è raccontato dal punto di vista di un bambino. Che cosa vedono gli occhi di un bambino che quelli di un adulto non vedono? Il libro parte da un punto di vista autobiografico?

No, è completamente una storia di fantasia. È curioso quello che mi chiedi perché ci sono molti libri illustrati sul punto di vista dei bambini, invisibile agli adulti: Where the Wild Things Are, di Maurice Sendak, Come away from the water, Shirley, di Jon Burningham, Allons voir da nuit!, di Wolf Erlbruch e altri ancora. Credo nell’idea che i bambini siano più immaginativi, che riescano a vedere il modo attraverso un prisma diverso, ancora senza i filtri della realtà. Quando faccio dei laboratori di illustrazione con i bambini ammiro il loro modo di vedere e ritrarre il mondo, che non è imitarlo, e a volte imparo a disegnare in forma più creativa. Mio nonno è il mio primo libro raccontato da un bambino e il suo discorso ancora mi sembra molto adulto nella descrizione della quotidianità dei personaggi. L’unica differenza mi sembra ci sia nel finale: è una risposta emozionale, lanciata senza preoccupazione di consistenza o di conclusione.

Il nonno del libro assomiglia ai ritratti che José de Almada Negreiro ha fatto a Fernando Pessoa, ci racconti come hai pensato a questa somiglianza e a questo accostamento?

Gli somiglia nell’illustrazione che cita Pessoa e Almada. In quella pagina ho provato a ritrarre il quadro nella maniera più fedele possibile, rimanendo nell’estetica del libro, e credo di esserci riuscita con grande approssimazione. Ma il nonno non è stato disegnato con questa preoccupazione, e mentre ero alla ricerca di una tecnica e di un linguaggio visuale per il libro il mio obiettivo era avvicinarmi alla tradizione grafica degli anni ’50, e non per forza alla fisionomia di Pessoa. Che però ha finto per venir fuori lo stesso: il nonno ha gli occhiali, i baffi, il cappello ed è vestito con giacca e cravatta (anche se quasi tutti i miei personaggi maschili sono così). Poi ho voluto riferirmi a Monsieur Hulot e quindi ho aggiunto la pipa.

Nelle tue illustrazioni ci sono riferimenti iconografici ad altri illustratori o ad altre forme d’arte e di linguaggi?

Ci sono molti riferimenti ad altre opere d’arte che mi influenzano e alle quali voglio rendere omaggio. I libri parlano tra di loro e parlano anche con altre forme di espressione artistica e mi piace rintracciare queste conversazioni nei libri, nelle musiche, nei quadri, ecc. Perciò mi piace introdurle per prima cosa e egoisticamente per me stessa. Altrimenti non farei dei libri!

Com’è cambiato il tuo linguaggio dal tuo primo libro,  A greve, fino all’ultimo, Mio nonno?

È andato maturando. Oggi penso di più nella composizione, nel contrasto, nel senso della lettura e mi è meno difficile usare i colori. Le tecniche cambiano sempre, da un lato perché ogni libro ha un tono unico, e dall’altro perché mi piace molto sperimentare, perché mi annoio a fare sempre le stesse cose, perché continuo sempre a cercare, insoddisfatta. In Greve ho usato collage e monotipia, in Cimpa olio, cera, grafite, in Mio nonno acrilici su acetato, in Vazio… tutto. Negli ultimi libri ho usato gli stessi materiali ma in modo diverso, tentando sempre di trovare un’identità propria per ogni libro.

Com’è nata l’idea di Achimpa? E in generale, come nasce l’idea di un libro illustrato? Vengono prima le illustrazioni o le parole?

Volevo scrivere un libro sulla classificazione delle parole e mi è venuto in mente che avrei potuto sovvertire il motivo, ricorrente nella letteratura, del legame narrativo. Cioè che avrei potuto riprodurre la stessa struttura che si trova nella leggenda di Carlo Magno, nell’Orlando Furioso, o anche nel libro per bambini Um dia, um guarda-chuva (degli autori italiani Davide Calì e Valerio Vidali, ndr)… sostituendo l’oggetto che fa da legame (l’anello; spade, elmi e cavalli; l’ombrello) con una parola. In Cimpa il susseguirsi degli eventi non è dovuto al fatto che l’oggetto cambia di padrone ma dipende da una parola che cambia di classe, prima era un nome e poi diventa un verbo, poi un avverbio, ecc. Le mie idee possono avere origini molto diverse tra loro: una peripezia (la scomparsa di tutti i punti – Greve), un modo di concatenare gli eventi di una storia (Cimpa), la relazione tra il testo e l’illustrazione (in Mio nonno il narratore racconta solo una parte della storia), un gioco grafico (il Vazio –  significa “vuoto” in portoghese, ndr – è una silhouette bianca, un buco nella pagina). Sono ispirate da molte forme d’arte: i fumetti, la letteratura, il cinema, altri libri illustrati… e poi si trasformano in un tema o in una trama. Perciò, il testo (o la storia, nel caso di Vazio) sono nate quasi sempre prima delle illustrazioni, ma l’ordine delle pagine o delle immagini che la storia mi suggerisce, a volte, aiutano a sistemare il testo stesso. Il mio ultimo libro invece è nato al contrario: avevo voglia di disegnare cappelli.

Hai già un rapporto stretto con l’editoria e con altri illustratori italiani: nel 2014 hai vinto il premio internazionale di illustrazione della Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna e i tuoi libri Mio nonno e Cimpa sono stati tradotti in italiano e pubblicati dall’editore La nuova Frontiera. Com’è stata la tua esperienza in Italia e che accoglienza hai avuto nel nostro paese, da parte dei lettori per esempio? Quali le differenze con il Portogallo, se ce ne sono?

Per ora ho sentito questa ricezione solo a distanza, attraverso la critica e le note uscite sulla stampa. Sono state buone e più frequenti che in Brasile o in Francia, ad esempio, dove ho pubblicato da più tempo. La Fiera di Bologna però è un territorio non solo italiano ma internazionale, i giurati della Mostra e del premio sono specialisti in illustrazione provenienti da diversi paesi. Posso dire che il mio lavoro ha avuto dei bei riconoscimenti all’estero, ma è per il Portogallo che lavoro di più. Le differenza tra i mercati dei vari paesi si fanno sentire nei prezzi (nel senso della diversa disponibilità a spendere più o meno snoldi i un libro illustrato), nell’audacia editoriale, nell’offerta (la Francia ad esempio ha molte riviste per bambini), ma non nella qualità. Il Portogallo è un mercato editoriale d’eccellenza per quanto riguardo i libri illustrati. È un paese di illustratori.

di Luca Onesti

 

Questo articolo è stato pubblicato su Art a Part of cul(ure) remove background noise il 7 aprile 2015. Clicca qui per leggere l’articolo originale

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