Intervista esclusiva a Pepetela, scrittore angolano ed ex guerrigliero

Pepetela – foto di Luca Onesti

Arthur Carlos Maurício Pestana dos Santos, più noto con lo pseudonimo di Pepetela (“ciglia”in lingua umbundu, è stato il suo nome di battaglia durante la guerra coloniale) è una delle voci letterarie più autorevoli dell’Africa contemporanea. Nato a Benguela, in Angola, nel 1941, lo scrittore è di famiglia di origine portoghese ma ha abbracciato sin da giovanissimo le istanze indipendentiste del suo paese.

Sin dalla guerra di indipendenza, durata 13 anni, Pepetela ha militato nell’MPLA (Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola – Partito del Lavoro), il partito sostenuto da Cuba e Unione sovietica che ha combattuto prima i portoghesi e poi, in una lunghissima guerra civile, durata fino al 2002, i partiti dell’UNITA e del FNLA, appoggiati da Stati Uniti, Zaire e Sudafrica. Dopo l’indipendenza è stato vice-ministro dell’educazione nel governo del poeta e primo presidente dell’Angola Agostinho Neto. Dopo sette anni al ministero ha però deciso di accettare un incarico come docente di sociologia all’Università di Luanda e dedicarsi “professionalmente” alla scrittura.

Nel 1997 è stato insignito del premio Camões, il riconoscimento letterario più importante per la letteratura di lingua portoghese.

Tra i suoi libri tradotti in italiano: Jaime Bunda, agente segreto. Racconto di alcuni misteri, 2006, E/O; La generazione dell’utopia, 2009, Diabasis; La montagna dell’acqua lillà, 2011, Sette città; Predadotori, 2013, Tuga Edizioni.

Luca Onesti e Daniele Coltrinari di Sosteniamo Pereira hanno incontrato Pepetela in un caffè storico di Lisbona e vi propongono la lettura di questa intervista esclusiva.

Com’è iniziata la sua passione per la scrittura e com’è diventato scrittore?

A scuola avevo una professoressa che mi incoraggiava a scrivere delle storie e ho iniziato così. Poi ho fatto molte altre cose nella vita e ho pubblicato solo molto più tardi, ma sin da molto presto pensavo che sarei stato scrittore.

Facevo le altre cose perché le dovevo fare ma nell’intimo ero scrittore.

La sua biografia è ricca di avvenimenti: lei ha combattuto nella lotta di indipendenza dell’Angola, ha dovuto rifugiarsi all’estero per le sue idee politiche, e ha lavorato per il ministero dell’educazione del primo governo di Agostinho Neto, dopo l’indipendenza. In Italia non tutti conoscono la storia dell’Angola contemporanea. Ci racconta un po’ della sua esperienza?

Quando ero molto giovane ho notato che c’era un’enorme ingiustizia sociale e molto razzismo.

Nonostante io fossi parte della minoranza privilegiata, ero molto sensibile alla situazione dei miei amici che abitavano nei quartieri poveri e che molte volte andavano a scuola in cattive condizioni. Sono sempre stato sensibile a questa ingiustizia e attraverso la famiglia e quello che leggevo, ho compreso aveva a che vedere con la colonizzazione e con il colonialismo. Mi ha aiutato anche il fatto di essere andato a studiare a Lisbona ed essere entrato a far parte di una associazione di studenti delle colonie, la Casa dos Estudantes do Império.

Lì parlavamo molto della situazione delle nostre terre, dei nostri paesi e arrivavamo alla conclusione che quello di cui c’era bisogno era lottare per l’indipendenza.

Man mano quindi che cominciarono ad apparire i primi partiti indipendentisti, io e molti altri siamo dovuti fuggire dal Portogallo. Normalmente andavamo in Francia e poi dalla Francia ci disseminavamo in altri paesi. Io sono stato mandato dal partito in Algeria per studiare e poi, dopo essermi laureato in sociologia, andare a combattere.

E il cammino è andato avanti così: lotta per la liberazione e l’indipendenza, lotta contro i sudafricani, poi ho dato il mio contributo nel governo di Agostinho Neto e poi, finalmente, ho deciso che ne avevo abbastanza di tutto questo e che quello che volevo era scrivere.

Quindi sono andato a insegnare all’Università e ho cominciato a scrivere in modo più professionale.
Il fatto di aver lottato sin da molto presto per l’indipendenza ad ogni modo ha molto a che vedere con la letteratura perché univo le due cose, in fondo scrivendo sentivo che stavo contribuendo a creare l’amor proprio dell’angolano, l’orgoglio di essere angolano.

Perché in fondo si tratta di questo: la creazione della nazione angolana.

Negli ultimi anni, ad esempio nel libro Predadores, del 2005 (Predadotori, 2013, Tuga Edizioni), lei ha parlato dell’Angola di oggi e dell’élite che sta governando. Avendo vissuto gli anni della liberazione, come spiega l’evoluzione e il cambiamento del governo e della società, fino alla situazione attuale?

È un discorso complicato. Noi quando lottavamo lo facevamo per l’indipendenza ma non solo per quella:l’indipendenza aveva un obiettivo, che era quello di creare una società più giusta. L’indipendenza l’abbiamo raggiunta, il che già non è male.

La società più giusta invece non siamo ancora riusciti a raggiungerla. Per chi ha vissuto questa esperienza è normale essere un po’ frustrato, nonostante quel che è successo si possa comprendere… Ed io lo comprendo: c’era bisogno di creare una borghesia perché oggi, nel mondo, non c’è altro sistema, e siamo dovuti entrare nel mondo del capitalismo, aspettando che un giorno ci sia un’alternativa.

In una società divisa in classi è evidente che chi ha il potere politico finisce anche per avere grandi privilegi economici, con la corruzione o senza di essa. La corruzione, forse, è solo un modo per rendere più rapido questo processo.

Quindi sono più o meno conformato con questo stato di cose, nonostante il fatto che a volte io lanci delle grida, nella misura in cui permettono di lanciare delle grida. Per lo meno nei libri nessuno mi impedisce niente, posso scrivere quello che voglio e mostrare che non era proprio questo che noi volevamo, e ribadire che dobbiamo continuare a lottare per migliorare le cose.

Poi, certo, resta una certa frustrazione.

Nel 2001 è uscito un suo poliziesco che ha avuto molta fortuna, Jaime Bunda, Agente Secreto, seguito, nel 2003, da Jaime Bunda e a Morte do Americano. Il protagonista del libro è un detective incapace, che commette errori continuamente. Com’è nata l’idea di questo personaggio?

L’idea di scrivere un libro poliziesco è vecchia, quando avevo 15 anni ho anche provato a scriverne uno. L’idea era dovuta a quello che leggevo all’epoca, e quello che vedevo al cinema: c’era molto cinema americano e molti polizieschi. Ma ho sempre avuto questa idea, che uno scrittore debba sempre tentare di fare cose differenti, non rimanere sempre fermo nello stesso stile, nella stessa tematica.

E questa idea di scrivere un poliziesco ha finito per coniugarsi con l’apparizione del personaggio, che era apparso molto prima che iniziassi a scrivere il libro… Era apparso in una situazione che non aveva niente a che vedere con un poliziesco: una partita di basket.

Dopo l’indipendenza, nella confusione di quel periodo, per due anni non c’era stato sport organizzato. Però ad un certo momento si decise di creare una federazione di basket e furono cercati i vecchi giocatori per formare una squadra nazionale e giocare contro un paese amico qualsiasi. Doveva essere una partita internazionale par richiamare l’attenzione e fu scelto il Congo, che è sempre stato un paese amico.

Loro avevano una nazionale che giocava, mentre i nostri giocatori stavano da due o tre anni senza allenarsi e a mangiare, quindi erano tutti grassi. Io ero in tribuna, vicino alle persone che avevano formato la Federazione, l’Angola stava perdendo, come era ovvio che fosse, e c’era un signore della Federazione che continuava a dire: “Non so perché non fate giocare mio figlio, mio figlio gioca bene, è lui che può cambiare la partita!”. Quindi ho pensato: chissà che stella del basket dev’essere suo figlio… Poi, già nel secondo tempo: “Finalmente fanno entrare mio figlio!” Io ho guardato e ho detto: non è possibile! Era una cosa enorme, un po’ più alto di me ma comunque basso per un giocatore di basket, grasso, rotondo. Era lui che avrebbe cambiato il risultato, il Messi della situazione!?

È entrato e non è rimasto un minuto in campo, perché gli passavano il pallone e lui non riusciva a saltare, con il sedere grande (si dice “bunda” in Angola) che aveva. È così che ho pensato al nome di Bunda, era proprio un personaggio…

Un giocatore di basket quindi le ha dato l’idea per il personaggio del detective?

Sì, quando ho deciso di fare il libro poliziesco ho pensato: e se il detective si chiamasse Bunda? Bunda, come Bond. E ho scelto Jaime, che non è la traduzione di James, ma è la parola più simile a James. Ed è rimasto Jaime Bunda, proprio per prendere in giro James Bond.

E c’è un momento in cui il personaggio dice: “Il mio nome è Bunda, Jaime Bunda”. Quindi c’è stato un matrimonio tra due cose nate in momenti molto diversi. È molto frequente nel mio modo di scrivere, prendere una cosa da qui, un’altra da lì, che molto tempo dopo si incastrano tra loro.

Il libro quindi gioca a sovvertire il genere poliziesco, nato in Europa e negli Stati Uniti, c’è in questa ironia anche un atteggiamento anti-coloniale. Lei stesso ha descritto il suo personaggio come un James Bond sottosviluppato, senza tecnologia…

Sì, è totalmente incapace. Il libro va per il lato satirico, dell’humor. Gli angolani (e anche gli italiani!) hanno questa caratteristica di fare satira su se stessi e io ho giocato con questa cosa. Jaime Bunda in effetti finisce per scoprire ma non scopre quello che cercava…

Quali sono i prezzi dei libri nel mercato angolano?

Sono prezzi altissimi. È un problema perché chi ha soldi non perde tempo a leggere, pensa a fare altri soldi. I giovani e gli studenti invece normalmente non hanno molto denaro. I libri che vengono dal Portogallo pagano i trasporti e tutte le tasse prima di essere venduti in Angola e quelli che sono fatti là sono molto cari perché il governo invece di promuovere la lettura, diminuendo le tasse, fa il contrario: c’è un’imposta sulla carta, una sull’inchiostro, poi c’è una tassa chiamata “industriale”, che è quello che deve pagare la tipografia, poi ci sono i costi gli intermediari fino al libraio. Il governo dovrebbe non solo diminuire le tasse, ma dovrebbe dare dei sussidi perché i libri siano economici e arrivino dappertutto. Questo avvenne solo al principio, dopo l’Indipendenza: si riuscì a fare in modo che un libro fosse venduto in Angola al prezzo di una banana. L’Unione degli scrittori angolani (un’associazione di scrittori, con uno statuto indipendente, che, dotata di una relativa autonomia rispetto al controllo politico, riuniva la maggior parte degli scrittori angolani ed era anche l’editrice più importante del paese, ndr) riceveva dei forti sussidi, i libri erano la mercanzia più economica che c’era sul mercato e molta gente li comprava.

Ma questo è durato fino a quando non si è tolta la parola “socialismo” dalla Costituzione. Il socialismo per tanti aspetti era rimasto lettera morta, era solo scritto nella costituzione ma nella pratica non funzionava molto bene. Per i libri invece era socialismo, di fatto.

Poi è cambiato tutto, con l’ultraliberismo economico. Ora gli editori privati o gli editori portoghesi pubblicano ma a prezzi impossibili per i livelli di salario che ci sono in Angola.

Cosa pensa dell’avvento dei testi in formato elettronico? Potrebbe abbassare i prezzi e aumentare la fruizione del libro? Questo vale anche per un paese come l’Angola?

È vero che si abbassano un po’ i prezzi. Ma l’Angola è un mercato limitato, e l’ebook è solo per le persone che hanno accesso a internet o hanno un e-reader, è quindi per una certa classe sociale. Penso che si possa attivare un processo più democratico nel futuro, ma prima bisogna garantire alle persone l’accesso al computer, poi passare all’accesso a internet, e poi ad avere carte di credito per comprare attraverso internet. I figli dell’élite hanno tutto questo, e in più hanno delle Ferrari.

Però non hanno tempo per leggere, passano il tempo con la loro Ferrari in casa. Perché con la Ferrari non possono neanche andare sulla strada, quella è una macchina che ha bisogno di una strada liscia.

La Ferrari dunque arriva a Luanda, va su una piattaforma che la porta a casa, esce dalla piattaforma e rimane nel giardino di casa per fare fotografie con gli amici!

di Sosteniamo Pereira

Questo articolo è stato pubblicato su Il Becco il 27 giugno 2014. Clicca qui per leggere l’articolo originale
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