di Francesco Selva

La rubrica musicale di Sosteniamo Pereira, A tasca do Chico, ospita oggi la flautista e cantante Elena La Conte. Laureata in antropologia e pedagogia della musica tra Torino, Parigi e Berlino (Université Vincennes Saint-Denis, Université Paris 11, Frëi Universitate), viaggia verso il Brasile svariate volte, forte la passione per la musica brasiliana. Insegna presso asili, scuole primarie e conservatorio.

Tra i suoi progetti: Rue Maxixe, Canto da Iracema, Zgalapipa.

A Lisbona: Faya, Circular, Ensemble Libê e O canto da baleia.

Ciao Elena, grazie per l’intervista, come sei arrivata a Lisbona e come ti trovi nella capitale portoghese?

Sicuramente mi ci ha portata la musica brasiliana. Inizialmente Lisbona era un pit-stop, la porta di accesso al Brasile e al sud America, partendo da Parigi, dove ho studiato e insegnato durante una decade. Le soste sono diventate man mano più consistenti, finché circa tre anni fa ho deciso di fare pianta stabile.

Non è stata una scelta semplice dover lasciare quello che avevo costruito, qui sto bene, la musica si respira, fa da sfondo alla quotidianità, si suona tanto, puoi pranzare ascoltando il fado o frequentare nicchie notturne, apprezzare i musicisti di strada, ci trovi una cospicua varietà di generi, è una città vivace, un ambiente ludico e passionale, dove si suona senza troppi complimenti, lungi dal farne una professione per mero guadagno: ci si diverte. Pochi giorni fa c’è stato un ritrovo al Tejo Bar (un famoso locale dove si fa musica dal vivo e s’improvvisano Jam Session, N.d.R) con una voglia enorme di suonare insieme dopo due mesi e mezzo di lockdown, è stato catartico, pur senza cachet…

Mio malgrado, urge dire che vivo in una condizione di maggiore precarietà rispetto a quando ero in Francia, dove il musicista, così come tutte le persone impegnate nel mondo dello spettacolo, dagli attori ai vari tecnici, possiede lo statuto di lavoratore e conta su una struttura stabile, organizzata, su sussidi che sostengono la non continuità lavorativa (l’intermittent du spectacle).

Qui purtroppo non esiste questo tipo d’istituzionalizzazione. Noi facciamo quello che ci piace ma non significa che non lavoriamo, tutt’altro, svolgiamo un compito importantissimo per la società e dietro c’è tanto impegno, sudore e l’incertezza di una stabilità. L’emergenza Covid è stata un duro colpo se consideri che bisogna suonare tanto per sbarcare il lunario e che non abbiamo contratti che ci tutelino.

Il governo ha elargito qualcosa, ma l’impressione è stata che fosse più semplice per chi è già affermato nel mondo dello spettacolo accedere a degli aiuti economici e pertanto più ostico nei confronti di chi maggiormente ne aveva necessità.

Parliamo di chi ha un lavoro artistico e musicale indipendente. Il mio timore è che la crisi possa accrescere il rischio già alto di vedere sparire proprio quelle nicchie culturali di cui la capitale è ricca.

Col progetto “Faya”, assieme a Chiara Pellegrini e Kristina Van de Sand, hai vinto il Creole World Music Award 2019 a Berlino, come è nata la vostra collaborazione?

Abbiamo sentito una dinamica naturale tra noi crescere già dai primi incontri, il resto è venuto da sé. È bizzarro perché siamo tre personalità differenti, provenienti da scuole diverse. Chiara dal jazz e rivolta al pop, Kristina dalla classica ma dentro vari universi, dal minimal al tango, mentre io sono un’etnomusicologa che ha deciso di intraprendere anche questa strada. Il trio in questa formazione comporta che ci sia a volte una mancanza, di un basso, di una percussione, di uno strumento armonico, ma è a partire esattamente da questo punto che si crea il nostro arrangiamento, riempiendo dinamicamente quel vuoto, passandocelo al balzo, raggirando l’ostacolo. In questo abbiamo ritrovato un’intuizione genuina.

Il premio è stato una bella gratificazione e una conferma, considerando che il progetto è nato a novembre 2018.

C’è poi anche “Circular”, un’orchestra di voci femminili, composta da giochi e improvvisazioni, cori e suoni, che risveglia alla dolcezza e ad una spiritualità atavica…

Siamo un collettivo di voci a cappella basato sull’improvvisazione, la direzione avviene in tempo reale, attraverso segni e gestualità del coordinatore, un linguaggio nominato Rythms with signs, ideato e messo a punto da Santiago Vasquez, percussionista e compositore argentino, fondatore del CERPS: centro de estudos de ritmo y percusion con senas. Poi c’é Aixa Figini, sua allieva a Buenos Aires, che una volta arrivata a Lisbona ha indirizzato questa scuola focalizzandola sul canto, che è la sua materia. Potrei dire che siamo forse l’unico ensamble al mondo che ha sviluppato questa performance, la cui esaltazione sta nel lato catartico, nella capacità di catturare e di lanciare in un mondo parallelo, di richiamare ad una sensazione antica, ancestrale, di convergenza in un tutt’uno.

Nei concerti tendiamo a integrare il pubblico ed è un’inclusione eccezionale perché alla fine dell’atto le persone ci trasmettono grande felicità e serenità.

In questa forma la comunicazione è semplice, rudimentale, di facile accesso a tutti e senza esclusioni, invoglia alla partecipazione e ad un’interazione diretta dei presenti, una caratteristica non così comune da incontrare nel mondo dell’arte.

Chiaramente c’è stato un assiduo e parallelo lavoro di ricerca musicale e antropologica, andando dai rituali afrodiscendenti come il candomblè ai canti degli Inhuit (indiani d’Alaska), passando per le celebrazioni popolari e i cerimoniali, abbracciando una serie di fattispecie tribali. Questo perché il coro prevede un ampio utilizzo di looping che naturalmente comportano un’evocazione e un richiamo a cose che sentiamo dentro di noi, come derivanti dal passato, che è giusto conoscere se vogliamo proporle.

Oggigiorno, con un numero di produzioni e auto produzioni sempre crescente, cosa credi stia cambiando sul piano musicale?

Dal mio punto di vista, ciò che più influisce nel quotidiano è la questione promozione. Devi essere necessariamente iscritto ad ogni tipo di piattaforma digitale, starci dietro e mantenerti al passo, il che finisce col tirare tempo ed energia a discapito della creatività. È assurdo come sia diventato un aspetto fondamentale alimentare i social network o non si va da nessuna parte.

D’accordo che possa essere un modo di auto valorizzarsi, ma per quanto mi riguarda é una condizione che mi sembra di subire.

Se la prima preoccupazione di un gruppo diventa avere una foto o un video professionali, per mostrarlo e farsi pubblicità, si rischia di mischiare le cose e di perdere il sentimento autentico del suonare e che la promozione diventi pomposamente più importante del contenuto, bisogna restare vigili.

Credo che quando un’artista ha elaborato la sua identità e i suoi contenuti, quando ha svolto un lavoro interiore di ricerca e sviluppo, allora sì, può fare il passo successivo, quello della promozione, quantomeno per avere realmente qualcosa da trasmettere. Ad ogni modo chi possiede davvero grandi capitali sono le major ed è loro l’ultima parola, ergo risulta difficile per chi si auto promuove fare grandi numeri. Quella della musica rimane comunque un’industria e la commercializzazione è sempre la vendita di un prodotto.

Nell’arte c’è equilibrio fragile tra la sua messa sul mercato e la sua funzione.

Qual è la funzione della musica?

La musica accompagna. Nel quotidiano, negli eventi, nella propria intimità, nei rituali, nelle cerimonie, nelle feste, ovunque, è un fenomeno sociale ed emotivo, è sempre presente. C’è la cosiddetta musica da tappezzeria, come nei centri commerciali, usata con lo scopo di creare un ambiente specifico, ma il principio vale anche per la ninna nanna cantata ad un bambino: tutta la musica ha una sua funzione. Vedi questi ragazzi che se ne stanno ora seduti nel parco ad ascoltare con una cassa accesa, è uma forma di trasmettere e di dire: “Sono qui, sono presente!”. La musica è un linguaggio universale, crea sempre una reazione o un’emozione, che sia di piacere, di rabbia, di disgusto, di allegria, di nostalgia, di felicità e così via. Ci s’impiega un istante a percepire l’intenzione emotiva di una musica. Poi chiaro, è una questione prettamente soggettiva e di sensibilità.

Con “O canto da baleia” porti la musica ai più piccoli. C’è bisogno di dedicare più tempo e spazio alla musica, partendo dalle scuole?

Si tratta in realtà di uno spettacolo adatto ad un pubblico intergenerazionale, i bambini così come gli adulti sono intrigati dalle musiche, dalla lavagna luminosa, dai disegni, dai suoni che si svolgono durante la performance.

Si è dimostrato un modo per unire più fasce d’età con la scusa, nostra, di proporre un’esibizione per l’infanzia. Per questo ha potenziale per essere trasposto ovunque, nei festival così come nelle scuole. I bambini sono il pubblico più onesto e genuino che si possa avere, è sufficiente un telo azzurro che ondeggia come un mare sulle loro teste per eccitarli, si sorprendono, ridono, gridano, si nascondono o se non gli interessa non prestano attenzione. A volte ci ringraziano, ci abbracciano, è gratificante. Per me è un prolungamento naturale avendo studiato pedagogia della musica.

Al di là della musica nelle istituzioni, a me in generale manca la musica come elemento antropologico, come un linguaggio d’incontro casuale tra persone e non un prodotto di consumo destinato al puro divertimento del pubblico.

Lisbona è un ambiente dove quest’aspetto resiste ancora. Infine credo che solo quando ci riapproprieremo della musica, della produzione, del lavoro e del viaggio in chiave non capitalistica, riusciremo a riportare autenticità a tutto questo, a quello che realmente sono.

Lasciaci con un disco da ascoltare

Non è un disco, è un gruppo di percussioniste e cantanti di Bogotà: La perla.

Francesco Selva è autore e ideatore del Collettivo Selva, un bar virtuale, un bancone bilingue, un luogo dove confrontarsi o farsi due risate attraverso racconti brevi e poesie, storie del quotidiano trascritte in chiavi differenti, che abbracciano vari temi, che finiscono per tentare di spiegare, o no, l’essere umano.