di Francesco Selva

Nel secondo appuntamento con la rubrica musicale A tasca do Chico, intervistiamo Aladar Noko, cantante, performer, ballerin*, e attivista transfemminista.

Originari* del sud Italia, immigrat* a Milano e fuggit* compiuti 18 anni a Parigi, incontra il suo luogo ideale in una nascente comunità queer, sviluppa le sue doti artistiche, fonda e lavora con collettivi di arti visuali, danza e teatro, ponendo al centro delle sue performance il corpo e i suoi limiti, in un concetto di distruzione del dominio sistemico e del pensiero binario. Il suo primo album, Little Boy*Young Grrrl, che sarà lanciato a fine giugno in versione italiana, incorpora vari stili, cavalcati da una voce sinuosa ma prepotente.

Ciao Aladar, benvenuto a Sosteniamo Pereira. Sei cresciut* e vissut* tra le varie capitali europee, Parigi, Londra, Milano e ora anche Lisbona…

Ciao!

Ho toccato Lisbona diverse volte negli ultimi anni, ma si è creato un vero legame quando, in un momento piuttosto buio e complicato della mia vita, ho fatto un viaggio che ha avuto come ultima tappa proprio la capitale portoghese, passando per il Marocco.

È stato in questo periodo che è nat* Aladar, assieme all’idea di registrare un disco. Le prime linee sono state scritte, di fatto, tra Marocco e Lisbona.

È una città che ha un rapporto unico con la musica, un luogo dove il funaná, il kuduro, il baile funk, il fado, il samba e tanti altri generi si mescolano, è una realtà molto particolare e viva, più unica che rara, nella quale ho l’impressione che la musica proveniente dalle ex-colonie stia attuando una vera e propria riscrittura post-coloniale. Lisbona è una città che suona, tanto che il tempo, per me, qui in Alfama, è scandito dalle melodie che sento per strada.

C’è per esempio una donna che canta sempre alla stessa ora ed io so che sono le 5 del pomeriggio. Spero che questo tipo di atmosfera non venga totalmente assorbita dalla morsa economica e capitalista, com’è successo a Parigi.

Il suono della capitale francese è molto diverso; c’è frastuono, c’è sottofondo di sirene e sferragliate, urla e metropolitana, bottiglie spaccate e sgasate, che sono presenze urbane altrettanto interessanti, ma quando arrivi a Lisbona la differenza è enorme.

Che sound hai sviluppato nel tuo disco, quali le influenze?

Lo definisco un sound abbastanza eteroclito, quasi un caos di radici e d’influenze, spesso contrastanti, che tenta di sfuggire a categorie precisissime.

C’è una forte componente elettronica e derivazioni anni 80, ma anche infiltrazioni di blues e jazz, parti sperimentali e cambi improvvisi, oltre a un’intensa carica punk. Nel complesso direi che rientra nell’elettro-pop. Fra le mie maggiori ispirazioni ci sono in primis: Anohni, voce di Antony and the Johnsons, sempre impressionante e capace di trafiggermi; Linn da Quebrada, che è un’artista trans-black proveniente dalla periferia di São Paulo; Giuni Russo; Peaches; Elza Soares e non per ultima Nina Simone. Ma anche Fever Ray, Kiddy Smile, M.I.A, Mykki Blanco, dalle nuove composizioni sonore.

Vorrei citare anche un progetto locale: il Fado Bicha, che sta facendo un grande lavoro di riscrittura del fado, ricercando temi e testi di poeti omosessuali che non si sono mai esposti. C’è da dire inoltre che ci sono tradizioni trans anche in Italia, come il Femminiello/a napoletano, che incontrano sempre una certa resistenza ad essere divulgate.

Lungo le tracce ci si confronta con profonde tematiche politiche e sociali, da quale contesto è nato?

L’album è partito dalla volontà di scrivere un progetto in prima persona e di raccontare l’esperienza mia e delle persone che mi circondano.

Ci troverai storie personali e vissuti che vengono dalla realtà. È un album incazzato ma allo stesso tempo una dichiarazione d’amore, uno specchio della solidarietà tra persone queer, non binarie, l’ambiente che ha costruito la mia vita.

Inizialmente non credevo che Aladar sarebbe uscit* pubblicamente.

Come dicevo, ho iniziato a scrivere in una fase alquanto cupa della mia vita, in cui stavo elaborando una violenza sessuale subita tanti anni fa… c’è voluto tempo per fare i conti con essa. Il sentimento infine permeato in tutto il lavoro è sostanzialmente un rifiuto dell’idea che quell’esperienza restasse solo mia, intima, da nascondere, da gestire, da tenere dentro per sempre.

Né potevo accettare che fosse una violenza che un mostro avesse fatto a me specificamente. Non esistono mostri nella società.

Penso, invece, che esista una società che costruisca vittime e carnefici, e lo fa edificando tabù, di modo che ci sia sempre qualcuno da colpevolizzare, da bastonare, da prendere per capro espiatorio.

È un sistema perfetto, capace di non far sentire i suoi abitanti coinvolti e nel quale io non avrei potuto fare nient’altro che essere vittima. E di continuare a esserlo, considerando la conseguente incapacità di reagire, la difficoltà di denunciare, il timore di essere giudicat*, di subire un interrogatorio, di dimostrare la mia parola contro quella del carnefice. Semplicemente, non volevo che questa mia esperienza restasse un tabù, tutt’altro.

Il mio vissuto riguarda tutti e tutte. Il corpo è politico ed ogni esperienza individuale e intima è parte della collettività. Il contenuto del disco, pertanto, integra ad una storia di violenza una celebrazione della sorellanza, tratta di trasformare il dolore in rabbia o in amore, parla di transizione e di reinvenzione, sempre guardando alla voglia di stare insieme, di ballare, di cantare, di esserci.

Una delle canzoni già sulla rete è Amore Liquido. Ti sei ispirat* alla definizione di Zygmunt Bauman?

No, non c’è correlazione diretta. Ho letto quella parte del suo lavoro anni fa ed ero cosciente che poteva esserci ambiguità quando ho scritto il pezzo.

Tuttavia ho preferito lasciare aperta questa ambiguità, semmai queerizzando il concetto di Bauman, perché se la sua definizione mantiene un punto di vista dominante, rifacendosi ai canoni della società dei consumi, dove il potere si alimenta, disgregando e liquefacendo i legami, per chi vive ai margini o è esclusc* da tale potere invece, vale a dire lavoratrici e lavoratori del sesso, persone trans*, POC, persone con disabilità, persone sieropositive, e i soggetti non regolamentati dalla legge, ossia tecnicamente fuorilegge, la teoria non si applica, o meglio, nessuna teoria universale si applica.

L’universalismo è un’invenzione del potere patriarcale, concentrato principalmente nelle mani di pochi uomini cis, bianchi, etero e ricchi.

Dalla mia, credo che oggi i legami nel mondo queer siano molto più solidi rispetto al passato, che la maglia sia sempre più fitta. Con Amore Liquido ho voluto esprimere il concetto di un amore di dominanza, maschile e tossica, che vede le donne e le femminilità come parte subordinata. Il liquido rappresenta uno stigma, un simbolo di quelle relazioni spacciate come amore, è una matrice vischiosa che ti rimane addosso, avvolge, macchia indelebilmente, è una presenza che si percepisce ma resta difficile da riconoscere, perpetrandosi nel tempo, capace fintanto di farti credere di stare impazzendo, una prigione liquida.

Perciò uso ripetere: mai fidarsi di chi dice “faccio questo perché ti amo”.

Il 14 di maggio, il FRA (European Union Agency for Foundamental Right) ha pubblicato uno studio sulla percezione della libertà dei soggetti LGBTI. I risultati non sono incoraggianti…

Se fossi pessimista, probabilmente sarei già mort*… se poi consideriamo le realtà irraggiungibili e i soggetti marginali o vulnerabili che non possono esporsi, penso che un’indagine statistica sia soltanto la punta dell’iceberg.

Se guardassi le statistiche mi passerebbe il desiderio di esistere. Non è in base ad esse, pertanto, che si può avere una misura obiettiva del coraggio o dell’ottimismo delle parti coinvolte. Sul fronte odierno ci sono lotte che dai vari poli si vanno intersecando, c’è più coscienza nelle comunità, sono nati tantissimi movimenti e collettivi, molti spazi safe, le lotte transfemministe prendono una dimensione globale, si organizzano e si articolano attorno a delle analisi dei corpi più complesse, ci sono sempre più persone coinvolte e pronte a schierarsi, con ironia ma anche coi denti laddove occorra, contro le violenze strutturali.

Questo è un enorme supporto per chi, fin da piccol*, si ritrova da sol* a dover subire le violenze di una società oppressiva e a cercare di dare un nome e un valore alla propria esperienza, cercando di ribaltare il linguaggio dello stigma sociale. In questo, Internet è un importante strumento di connessione.

Non è mai stata una lotta facile, son millenni che cercano di indurci a credere che esistano solo due sessi, due generi e una sola sessualità, che il sistema sia binario, quando le realtà queer sono documentate da tempi immemori.

E mi fa sorridere che si guardi al bicchiere mezzo vuoto piuttosto che a quello che si sta facendo, con milioni di donne e di frocie che scendono in piazza e gridano, che rivendicano, nelle università e ovunque, la libera auto-determinazione dei corpi. Io preferisco vedere quello che c’è e di cui si parla troppo poco.

Se guardiamo a quello che manca, finché ci sarà oppressione della libertà, la situazione sarà drammatica. Per una persona queer, soltanto quando il genere sarà abolito, soltanto quando gli organi genitali non saranno più uno strumento per costruire un’identità di genere, un potere, saremo tutte e tutti liber*.

È una visione utopistica, ma noi continueremo fino a che questo sistema non sarà smantellato. Tremate, siamo ovunque.

Lasciaci con un disco da ascoltare

Pajubà, di Linn da Quebrada, 2017.

Francesco Selva è autore e ideatore del Collettivo Selva, un bar virtuale, un bancone bilingue, un luogo dove confrontarsi o farsi due risate attraverso racconti brevi e poesie, storie del quotidiano trascritte in chiavi differenti, che abbracciano vari temi, che finiscono per tentare di spiegare, o no, l’essere umano.