di Luca Onesti

Uscito nel 2018 con Mimesis edizioni, Joca, il “Che” dimenticato, è un libro inchiesta che ricostruisce la vita di Libero Giancarlo Castiglia, emigrante italiano che si unì alla guerriglia contro la dittatura militare in Brasile. Narrando la biografia di Joca e provando a far chiarezza sulle vicende che ancora tengono celate la dinamica della morte sua e dei suoi compagni di lotta, Alfredo Sprovieri riscopre la figura di un emigrante che ha lottato, in un paese diverso dal suo, per gli ideali di libertà e di giustizia che hanno patria nel mondo intero. È un libro breve e avvincente, ma per un paese come il Brasile, in cui l’oggi si richiama al passato della dittatura, è compiuta un’operazione difficile e allo stesso tempo di vitale importanza: i frammenti di una storia sono ricomposti in un insieme, sono sottratti al silenzio, e danno speranza ad una lotta che rimane attuale.

L’autore del libro, Alfredo Sprovieri, è anch’egli calabrese e ha incontrato la figura di Joca seguendo le strade tortuose della sua professione, quella di giornalista. Vi proponiamo un’intervista che, con Alfredo, abbiamo fatto in esclusiva per Sosteniamo Pereira.

 

Una famiglia italiana che negli anni ‘50 emigra a Rio de Janeiro. Un ragazzo arrivato a 11 anni in Brasile decide qualche anno dopo di prendere la strada della lotta armata contro la dittatura. Chi era Libero Giancarlo Castiglia?

Era un ragazzo normale, studioso e riflessivo. Da immigrato e operaio ha conosciuto le ingiustizie e diseguaglianze che colpivano i più deboli e ha cominciato ad appassionarsi di giornalismo militante per denunciarle, poi il colpo di Stato del 1964 lo ha messo di fronte a una scelta radicale: tornarsene in Italia e dimenticare quella storia oppure non far finta di girarsi dall’altra parte e provare a cambiare le cose. La sua è una scelta eroica, che lo trasforma giovanissimo in Joca e che lo porta a combattere in Amazzonia contro la dittatura militare.

Il tuo racconto non è incentrato solo sulla biografia di Joca, ma si allarga a raccontare la storia brasiliana, dall’elezione del presidente “Jango” al colpo di stato. E poi si percorrono le storie di intellettuali come Mauricio Grabois e di operai, contadini e militanti che presero parte alla guerriglia in Amazzonia…

Sì, quella che racconto è una storia collettiva, perché come insegna Albert Camus la ribellione agli abusi di potere è solo apparentemente e in un primo momento una scelta individuale. Racconto le vicende di un gruppo di amici e attraverso loro quelle di una generazione che non ha abbassato la testa. Per quanto riguarda il Brasile, poche decine di ragazzi che hanno capito che bisognava fermare subito quel parassita autoritario che di lì a poco invece avrebbe contagiato tutto il continente dando vita al Plan Condor, che resta uno dei crimini contro l’umanità più atroci dello scorso millennio.

Quando si pensa al Brasile degli anni ’60 e ’70 vengono in mente subito due cose, la bossa nova e il calcio. E il tuo libro mi è piaciuto molto anche da appassionato di pallone. Ma ci spieghi cosa c’entra la lotta contro il regime militare con il 4-2-4 di un allenatore un po’ matto?

Per scelte editoriali ho toccato meno di quanto avrei voluto entrambe le ambientazioni, che sono anche due mie grandi passioni. Volevo scrivere un libro breve e dritto al punto. Però non potevo però evitare di raccontare anche la storia di João Saldanha, un fumantino giornalista comunista che per quasi sbaglio divenne allenatore della Nazionale brasiliana e cambiò per sempre il calcio con le sue scelte all’insegna della fantasia. In Brasile questo sport ha un influente peso culturale e alcuni illuminati come lui o come Socrates l’avevano capito, usando il campo di gioco per diffondere messaggi di libertà. I generali non potevano tollerarlo, e raccontare questo braccio di ferro è stato molto appassionante.

Come è stato accolto il libro in Brasile?

Sono successe cose che davvero non mi aspettavo, come quando in occasione del 25 aprile il consolato italiano a Rio ha voluto dedicare una giornata di riflessione al libro e alla storia che racconta. La gente accorsa all’evento ha promosso una raccolta fondi e attraverso un’associazione sono stati comprati i diritti per tradurlo in portoghese. Ma ancora non è stato pubblicato e non conosco novità a riguardo, immagino sia per il clima politico che nel frattempo è molto cambiato. La cosa che mi emoziona di più però è quando mi scrivono dal Brasile per inviarmi foto di cortei e manifestazioni contro i governi in cui portano una stampa della copertina del libro. Sono foto molto belle, spesso accompagnate dal messaggio: “Joca Presente!”. Una roba che mi commuove sempre, una specie di miracolo.

E in Italia? C’era qualcuno che conosceva già la figura di Joca?

Era una figura conosciuta a pochi e per sommi capi, visto che erano già usciti un po’ di articoli negli anni passati che hanno provato a delinearne qualche tratto, ma con dieci anni di ricerca negli archivi della dittatura è venuto fuori un personaggio davvero importante per la storia, con imprese che spesso non erano conosciute nemmeno dalla sua famiglia, che del resto da un giorno all’altro lo ha visto andar via per non tornare più.

Libero Giancarlo Castiglia, detto Joca, come “Che” Guevara, ha dedicato la sua vita a una lotta di liberazione in un paese diverso da quello in cui è nato. Col tuo lavoro di inchiesta hai unito i fili che legano la Calabria al Brasile, e hai ricostruito la storia di questo emigrante-guerrigliero. Ma questi fili sono intricati e difficili da riannodare, perché in molti punti sono stati deliberatamente recisi. Perché, come dice il titolo del tuo libro, Joca è stato dimenticato?

In Brasile qualcuno l’ha definita conspiração do silencio. Questi ragazzi dovevano essere uccisi e i loro corpi dovevano essere fatti sparire, in modo che nessuno sapesse del loro coraggio, che nessuno provasse a emularli o vendicarli. E invece tanti oggi ancora ne parlano, e così sarà per tanti anni ancora. Devi considerare che dal punto di vista del diritto internazionale Castiglia era un cittadino italiano ucciso da un esercito regolare in una guerra sporca, il suo corpo per questo motivo brucia ancora di più, perché prima o poi potrebbe essere la giustizia italiana a chiedere il conto di questi eventi.

Nell’esergo del libro scrivi che tutto quello che racconti “è davvero accaduto, e sta accadendo ancora”. Il libro è uscito a inizio 2018, qualche mese prima che Jair Bolsonaro fosse eletto presidente del Brasile. In che modo quel che sta accadendo oggi in Brasile si rapporta al periodo della dittatura militare?

A doppio filo. C’è un episodio del libro in tempi di pace, è realmente accaduto – come tutti i fatti raccontati, del resto è un libro-inchiesta -: siamo in un teatro comunale, un ex torturato riconosce il suo boia e prova a fare una battuta distensiva, ma il militare reagisce male, dimostrando che non solo non ha dimenticato, ma che quella storia non è finita. Ma è tutta la storia in generale ad essere connessa con il presente: il cattivo per antonomasia del libro si chiama infatti Sebastian Rodriguez De Moura, conosciuto come maggiore Curiò. È l’uomo che ha avuto il comando militare di quella tremenda spedizione di morte e subito dopo, negli anni ’80, sappiamo che mandava molte lettere a un giovane capitano dei parà, di cui è rimasto amico e mentore fino ai nostri giorni. Curiò scriveva tante cose davvero pericolose per il pensiero democratico e rassicurava il giovane sul fatto che presto il “bastone del potere” sarebbe passato nelle sue mani. Sapeva cosa stava dicendo, visto che oggi quel giovane capitano si Chiama Jair Messias Bolsonaro ed è presidente della quarta democrazia del mondo.

Con l’ultima domanda torno a 10 anni fa, quando una notizia di agenzia richiama l’attenzione di un giornalista precario e senza ferie, che decide di seguire una sua pista nonostante lo scetticismo del direttore e dei giornalisti che contano. Il giornale in cui scrivevi, “L’ora della Calabria”, qualche anno dopo, nel 2013, conobbe una vicenda che spiega molto bene come funziona il giornalismo in Calabria. Mi ricordo che quell’anno leggevo da Lisbona il blog aperto dai giornalisti della vostra redazione occupata nella città che è anche la mia, Cosenza. Ci racconti un po’ di quella esperienza?

Un’esperienza dolorosa e bellissima. Un giornale chiuso e decine di famiglie trovatesi senza un reddito perché un gruppo di giovani giornalisti ha deciso di pubblicare una notizia invisa al potere. Cose che in una democrazia moderna si ritiene da film in bianco e nero e che invece in una regione con un’economia povera come la Calabria sono possibili, vista anche la fragilità della società civile e la commistione criminale fra potentati economici e politica. Ma più in generale da quegli anni è in tutto il paese (e forse non solo) che la crisi economica è stata usata per falcidiare la professione e restringere così le libertà di stampa e di espressione per tutti. Io ero andato via prima di quell’episodio, ma c’ero all’occupazione della redazione, perché quella vicenda avvertiva tutti del pericolo imminente, ma proprio come il sacrificio di Joca, anche quello ben presto ha incontrato la volontà di farcelo dimenticare. Ho scritto il libro annodando un po’ le due cose perché mi sono reso conto che era l’unico modo di poter dire un giorno che davanti a tutte quelle ingiustizie io almeno non sono rimasto in silenzio.