Vedo Pinochet sorridere. Dopo circa due anni di detenzione a Londra, accusato di genocidio, terrorismo internazionale e altri crimini efferati ai danni dei suoi concittadini, il giudice spagnolo Baltazar Garzón che lo aveva fatto arrestare si è arreso alle pressioni politiche, lasciandolo libero di tornare in Cile.

La televisione sta trasmettendo le immagini del suo ritorno. Scende su una sedia a rotelle dalla rampa dell’aereo militare. È il 2000, e il mio stupore si stampa come una figurina sullo schermo da cui sto vedendo la scena. Lui è disteso, anzi, è proprio contento di aver superato una delle poche, vere, minacce che ha vissuto dopo il golpe militare del 1973. Ancora una volta aiutato dagli Usa e dall’ex premier britannico Margaret Thatcher, l’anziano dittatore torna in Cile per motivi “umanitari”, grazie all’immunità diplomatica che possiede come senatore a vita.

Il governo cileno del Presidente Frei Ruiz-Tagle, anche per questo, ha rifiutato la richiesta del giudice e, adesso, con tanto di cerimonia militare pubblica sta letteralmente festeggiando il suo ritorno in Patria. Appena sceso dalla rampa, Pinochet si alza in piedi con un bastone bianco, abbraccia diversi militari là presenti, e comincia a camminare deciso verso l’uscita. I presunti problemi di salute che lo avevano inchiodato sulla sedia a rotelle sono magicamente scomparsi. Finalmente può tornare a sfoderare la sua consueta arrogante impunità, e il mio stupore diventa indignazione.

Non riesco a credere che la farsa pubblica di un tale assassino avvenga sotto gli occhi di tutti, e proprio nel “luogo del delitto”. Ma com’è possibile che, dopo il ritorno alla democrazia, si permetta tutto questo?

Tra i motivi che mi hanno spinto nel 2017 a fare armi e bagagli e a recarmi in Cile per due mesi per realizzare l’ennesima “inchiesta politica”, c’è sicuramente anche questa domanda, e quell’indignazione, nascosta ma mai sopita dentro di me.

Prima di allora, infatti, non mi erano sorti molti dubbi sulla vicenda cilena.

Ricordo un libricino a fumetti, letto d’un fiato quando non avevo neanche 10 anni, in cui veniva raccontato il colpo di Stato del ’73 dalla prospettiva della sinistra comunista italiana. Dovevano averlo avuto mio padre o mia madre da qualche amico, negli anni ’70. Oggi lo considererei un importante reperto archeologico, ma allora mi sembrò una sorta di rivelazione del male nel mondo, quasi una guida all’ingiustizia che i militari e i capitalisti sono capaci di compiere pur di continuare a comandare e lucrare sulla pelle degli altri.

Considero per anni, perciò, Salvador Allende un eroe politico e Augusto Pinochet un vero e proprio mostro, senza aver il minimo dubbio. Sostenuto anche da alcune struggenti canzoni che hanno segnato la mia adolescenza (come They dance alone di Sting e la versione degli Inti Illimani di Run Run se fue pa’l norte, di Violeta Parra), e dalla lettura delle straordinarie poesie di Pablo Neruda, non metto in discussione quella dicotomia. Più scopro la loro forza poetica, più si rafforzano le mie convinzioni di giovane e libero comunista in un mondo che va esattamente nella direzione opposta e contraria. Pur non essendo cileno, Allende e Pinochet rappresentano per me due simboli morali e politici, opposti e cristallini.

Non avrei mai pensato, però, che gli artefici del ritorno alla democrazia avrebbero difeso il vecchio generale. Le immagini alla TV, per la prima volta, insinuano in me un dubbio atroce. Quasi dieci anni dopo, a Barcellona, quando il “movimento degli indignados” riempie ancora le piazze di mezza Spagna, il Cile torna al centro del mio interesse umano e politico.

In quegli anni lavoro a un post-doc presso l’Università di Barcellona con un importante filosofo politico spagnolo, José Manuel Bermudo, che ha istituito diversi anni prima un seminario pubblico che ospita pensatori, professori e filosofi da tutto il mondo, non di rado anche latinoamericani. Così, un giorno, arriva un simpatico ricercatore cileno, con il quale un gruppetto dei partecipanti al seminario, tra cui il sottoscritto, prolunga il dialogo accademico in una caotica bettola catalana. Tra tapas di fuet e pan con tomate, lui ci racconta che anche in Cile esiste in quel momento un movimento sociale importante, ma in quel caso sono gli studenti universitari a occupare la scena politica nazionale.

Ci narra di enormi manifestazioni di piazza contro il primo governo di destra dal ritorno alla democrazia, capitanato dal miliardario Sebastián Piñera, e di una nuova generazione coraggiosa che sfida la polizia e i militari nelle strade.

Ma, soprattutto, ci chiarisce amareggiato, come quel movimento non può avere un reale impatto sulle decisioni politiche, perché il Paese è bloccato da anni a causa di un sistema elettorale in cui una minoranza eletta è a tutti gli effetti maggioranza parlamentare in Senato, considerata la camera più importante del sistema bicamerale cileno. Tutto ciò avviene a causa di alcune leggi votate sotto la dittatura e contenute nella costituzione del 1980, scritta da alcuni politici di destra vicini ai militari, e ancora vigente.

Pochi anni dopo quest’incontro, questa volta a Parigi, poco prima di partire per la Colombia, assisto a una conferenza di un intellettuale cileno sul movimento degli studenti del 2011 che, rispondendo a una mia domanda sulla vicinanza tra questo e il movimento degli indignados, mi risponde gentilmente che “l’associazione è totalmente fuori luogo”. Secondo lui quel movimento ha radici esclusivamente cilene. A quel punto l’interesse e la curiosità verso quanto sta accadendo in Cile supera i miei intimi livelli di guardia, anche se, di solito, si associano come un tarlo a quanto sto facendo tranquillamente, senza turbare il mio stato di semi pigrizia. Tranquillità strana, perciò, che pochi mesi dopo mi porta su sperdute montagne colombiane per parlare con gli abitanti della comunità di pace di San José de Apartadò. Tornato dalla Colombia mi capita per le mani un libro francese dal titolo: Il risveglio democratico del Cile. Una storia politica dell’esigenza di giustizia (1990-2016). A quel punto capisco di entrare in una strada senza ritorno, che mi spinge nuovamente a viaggiare nel 2017.

Nel libro, infatti, si parla non solo del movimento degli studenti, ma di un movimento molto più generale e composito, nato all’inizio degli anni 2000, che rimette in discussione la democrazia nata dalle ceneri della dittatura.

Qualcosa che mi fa pensare al momento preliminare di un fenomeno che chiamo “creazione politica” della società.

Una richiesta di memoria e giustizia che sta delegittimando la “democrazia del consenso” frutto del compromesso tra i partiti della cosiddetta “concertazione”, governo congiunto tra il centro-sinistra che ha traghettato il Paese verso lo Stato di diritto e l’apparato militare ed economico ereditato dal periodo autoritario.

Secondo Marie-Christine Doran, l’autrice del saggio, la richiesta di una “democrazia del conflitto”, in cui la critica e la lotta politica non vengano solo legittimate ma abbiano un ruolo attivo per democratizzare la società, è ormai l’orizzonte comune delle lotte popolari.

Secondo questa pensatrice canadese, esistono una molteplicità di soggetti civici, politici e popolari che hanno generato una vera e propria effervescenza sociale e politica, perché stanno rifiutando il mito della democrazia intesa come stabilità sociale (ovvero come conservazione politica ed economica), che ha segnato la transizione dalla dittatura alla democrazia, e stanno convergendo attorno a un obiettivo considerato centrale: il cambiamento costituzionale.

Ciò porta molte persone, per esempio, a includere nell’urna elettorale un “bollettino di voto” a favore dell’Assemblea costituente in diversi momenti elettorali (le comunali del 2008 e del 2012, le legislative del 2009, e le presidenziali del 2009 e del 2013). Sorgono spontaneamente anche diverse associazioni a sostegno dell’Assemblea Costituente (AC), come il Forum per l’assemblea costituente, il Movimento nazionale per l’assemblea costituente e il Comitato d’iniziativa per l’assemblea costituente, che hanno un grande appoggio da parte del mondo studentesco.

Queste organizzazioni moltiplicano forum e seminari nel Paese per costituire meccanismi istituzionali e giuridici in grado di legittimare un AC, nonostante l’attuale costituzione lo renda quasi impossibile, perché permette una riforma costituzionale solo se approvata dai 3/5 dei deputati e dei senatori eletti in parlamento. Anche per questa ragione, quando Michelle Bachelet, dopo un primo mandato (2006-2010), riviene eletta Presidente della Repubblica nel 2014, lo fa proprio in rappresentanza delle richieste dei movimenti a cui si riferisce Marie-Christine Doran.

Non a caso la Presidenta inserisce nel programma di governo un pacchetto di riforme tra cui anche la trasformazione della famigerata costituzione del 1980. Grazie al sostegno di una nuova coalizione politica chiamata “Nuova Maggioranza”, costituita dal Partito socialista (PS) e dai suoi alleati storici, come la Democrazia Cristiana (DC), insieme con altri partiti di centro-sinistra (il Partito comunista e la Sinistra civica), Bachelet pianifica un processo costituzionale di tipo istituzionale, anche se legato a doppio vincolo con la partecipazione popolare da cui proviene la richiesta. Per la prima volta nella storia della Concertazione politica, e con l’intento esplicito di mettere fine al processo di transizione che essa rappresenta, Bachelet avvia alcune riforme strutturali: la gratuità nell’educazione e il rafforzamento dell’educazione pubblica, una riforma tributaria che riduca le diseguaglianze, e un progetto di riforma costituzionale subordinato alla partecipazione e alla legittimazione popolare.

Cerca, insomma, di recuperare l’origine costituente che la costituzione del 1980 non ha: il popolo, non un dettaglio.

Tutto ciò avviene perché il Paese è effettivamente attraversato da un fenomeno di politicizzazione generalizzata, di cui trovo conferma anche in un documento dell’Onu sullo sviluppo umano, che mi convince una volta per tutte della necessità di partire per il Paese di Allende e Neruda:

La società cilena si incontra in un processo che apre al dibattito: che Paese vogliamo? che dobbiamo cambiare e cosa desideriamo mantenere? chi deve partecipare alla presa di decisione? […]. Oggi si mettono in discussione questioni che prima si davano per scontate, e ciò che prima risultava inattuabile oggi sembra plausibile. Appaiono nuovi attori che mettono in tensione la configurazione e l’esercizio del potere nella società. Si tratta di un processo profondo, e il dibattito riguarda una ridefinizione dei limiti del possibile e, di conseguenza, di ciò che può essere socialmente deciso.

Anche da questa prospettiva, la situazione è molto simile ciò che ho chiamato “tentativo di creazione politica”, ossia il momento storico in cui si cerca di cambiare la natura del potere collettivo, per democratizzarne tutte le istanze di decisione attraverso una riflessione pubblica e una partecipazione diretta alla sfera politica ampiamente intesa, e grazie a una rielaborazione creativa dell’organizzazione sociale e della sua temporalità. Ridiscutere i limiti e la legittimità di ciò che viene considerato possibile o impossibile è una delle maniere per stimolare tale trasformazione, e la parola “impossibile” scompare dal lessico comune quando si tratta di affrontare questioni politiche. Ma, come già constatato nei casi della Colombia e del Brasile nelle mie precedenti inchieste, ciò comporta naturalmente anche una rielaborazione di quanto considerato reale e legittimo attraverso la creazione di un immaginario specifico.

Insomma, il documento mi entusiasma e mi convince definitivamente che in Cile sta succedendo qualcosa di davvero importante: un processo di riflessione pubblica su “l’identità della società”. Probabilmente per questo è stato individuato nella costituzione l’oggetto privilegiato della trasformazione. Ogni costituzione, infatti, potrebbe essere considerata l’ossatura legale e istituzionale più importante che organizza il “carattere della società”. Ammesso che ciò si possa fare realmente. Cambiare costituzione, infatti, può portare a rimettere in discussione l’immagine che la società ha di se stessa, e richiede una rielaborazione del tempo collettivo (presente, passato, futuro), la valutazione critica della legittimità del potere collettivo, una riflessione sul carattere dei problemi e delle creazioni comuni, e un chiarimento su come vivere questa trasformazione.

Sempre che ciò non avvenga per imposizione elitaria o autoritaria, ma attraverso una partecipazione democratica reale, ossia un fenomeno di partecipazione collettiva complesso che rafforzi l’impegno diretto in pratiche democratiche esistenti o da inventare. Quando tutto viene considerato oggetto di un possibile cambiamento, come avviene nei momenti pre rivoluzionari, il senso, i contenuti e le rappresentazioni del senso comune sono di nuovo oggetto di una contesa e di una creazione generali.

Mi immagino, allora, che nella nazione sudamericana esista una partecipazione popolare ampia e potente come quella che ho vissuto a Barcellona durante il movimento degli indignados, e che ci sia un gran parlare di temi e di problemi pubblici a diversi livelli del tessuto sociale. Una specie di euforia simile a quella presente quando, nel 1989, i cileni rifiutano che Pinochet resti Presidente sino al 1997, vincendo un referendum popolare che sembra perduto in partenza.

Mi domando, come al solito, la ragione del silenzio scandaloso dei mezzi di comunicazione di mezzo mondo su quanto sta accadendo.

La ricerca delle Nazioni Unite, infatti, rivela che, secondo un’inchiesta autorevole e affidabile, nonostante la crescente astensione elettorale, il 92% delle persone simpatizza/si identifica/appoggia qualche causa pubblica e vorrebbe che il Paese vivesse dei cambiamenti rapidi e profondi nei principali settori della convivenza civile (dalla costituzione al sistema educativo, passando per quello giuridico).

In modo non lineare le persone che prima erano poco o affatto interessate alla cosa pubblica cominciano a ritenerla decisiva per le proprie vite, e chi è già impegnato in rivendicazioni specifiche inizia ad ampliare l’orizzonte rivendicativo, a fare richieste che non riguardano solo il proprio interesse, ma anche quello di diversi e plurali attori sociali, sino ad arrivare a chiedere il cambiamento delle istituzioni pubbliche (lo Stato o le leggi pubbliche, in primis).

Ma, ci tengono a precisare gli autori del documento, sebbene la politicizzazione della società cilena sia indiscutibile, essa è eterogenea, ambivalente ed esposta a forti tensioni.

Le sfide che affronta il Cile implicano un lavoro di lungo respiro. I risultati di questo sforzo non sono garantiti. Il tempo della politicizzazione situa i cittadini e le cittadine di fronte all’opportunità di recuperare la capacità di sognare e di sentirsi realmente costruttori della società e delle vite che desiderano. […]. I tempi della politicizzazione sono complessi e senza garanzie, però sono anche dei tempi strappati alla tentazione del cinismo e alla sensazione di inutilità. L’invito che viene da questo tempo è quello di impegnarsi una volta di più nella conflittuale e interminabile costruzione dell’ordine desiderato.

Come fare a non partire davanti a tutto questo? Non posso restare in Ecuador, dove vivo al momento della scoperta del documento dell’Onu.

Le domande che mi sorgono richiedono un viaggio di comprensione, un’inchiesta politica. Perché la costituzione è così importante per l’attuale processo popolare cileno? Cosa sta cambiando davvero? Siamo sicuri che esista un processo di politicizzazione così profondo? Come sta procedendo il processo istituzionale della Bachelet?

Perché nessuno ne parla?

di Emanuele Profumi

Questo testo è stato estratto da Il Cile, il futuro già viene (Prospero editore 2020)  per gentile concessione della casa editrice. Emanuele Profumi è ricercatore in filosofia politica e giornalista free lance. Scrive e pubblica per riviste italiane e straniere ed è stato anche corrispondente estero. In Italia ha già pubblicato altre Inchieste politiche sul Brasile (Aracne, 2012) e sulla Colombia (Exorma, 2016). Viaggia da quando non ha neanche un anno, ha girato tutta Europa e mezza America Latina, fermandosi a vivere sulle Ande (Quito), davanti al mare (Barcellona), o in una metropoli globale (Parigi).