In una caldissima mattina di ottobre lascio quella che per un mese è stata la mia prima casa a Rio de Janeiro, nella festosa e sempre affollata Praça São Salvador, nel cuore vibrante di Flamengo.

Porto con me le prime, intense impressioni accumulate sulla cidade maravilhosa, qualche incomprensione di troppo con le vecchie coinquiline, un po’ di amarezza, uno zaino molto pesante, una valigia che già scoppia e due bustone della spesa, colme di svariati oggetti di cui nemmeno ricordo l’esistenza.

Mi preparo a passare una giornata in una pensione, in attesa di entrare nella seconda di quelle che sarebbero state le mie tre case in tre mesi.

L’indomani metto piede per la prima volta nel meraviglioso quartiere di Humaitá, dove si trova l’appartamento di Arthur, un carioca trentasettenne, incredibilmente alto, coi capelli e la barba lunghi, che pare un po’ quegli attori che interpretano Gesù.

Arthur mi accoglie subito con un sorriso ed un abbraccio, proprio quello di cui avevo bisogno dopo giorni pieni di caos ed imprevisti. Nella sua casa dalle tinte forti, piena di piante verdi e rigogliose, mi sento finalmente investita da un’energia nuova, diversa: qui tutto sembra perfetto, ogni dettaglio è curato, inserito in un ordine preciso. Arthur deve essere leggermente ossessivo compulsivo, vista la sua predisposizione all’ordine maniacale in ogni angolo dell’appartamento (cosa che io adoro). E nella mia di stanza, dopo nemmeno un giorno, regna già il caos. Coitadinho, Arthur.

Nel tardo pomeriggio vengo coinvolta in una conversazione familiare con lui e la zia di ottant’anni, passata per una visita: una signora a dir poco incredibile, sorridente e piena di vita.

Si parla, ovviamente, del Brasile, della sua gente e di tante altre questioni personali e molto profonde, fino ad oltrepassare l’Atlantico, approdando nella lontana Lisbona, ricordando assieme la bellezza e la malinconia di una città che resta nel cuore e l’amore per un Paese che sfida il tempo e permane: siamo tutti e tre dello stesso avviso, tutti e tre incantati, irrimediabilmente innamorati.

La signora Palmira ha paura di fare un viaggio in Portogallo perché forse non farebbe più ritorno in Brasile, mentre Arthur ci va ogni anno, per ritornare a Rio rigenerato, più felice. Dopo appena un mese di vita in Brasile, dove ero arrivata senza alcun punto di riferimento, non mi ero mai sentita realmente sola, assorbita dalla frenesia quotidiana, fatta eccezione per quei momenti di riflessione da cui non si ha scampo, quei necessari, inevitabili momenti di sana solitudine e nostalgia: era allora che la reale percezione della lontananza mi faceva apprezzare ancora di più tutto ciò che avevo “lasciato” e che avrei ritrovato con una consapevolezza diversa al mio ritorno, quella che non hai nella tua routine quotidiana, quando le persone e le situazioni che vivi ti sembrano scontate.

Da quando ero arrivata a Rio, mi sentivo come se stessi vivendo un sogno ed il Brasile fosse dietro l’angolo, proprio dove c’era “casa”.

Un po’ perché ognuno di noi ha il suo modo di vivere le distanze e “sanarle”, un po’ perché le persone erano davvero gentili e la città, con la sua buona dose di caos, mi sembrava in parte ben familiare. Con Arthur e la signora Palmira, quel giorno in cucina, ho sentito per la prima volta un’intensa comunanza di sentimenti e di energie. Mi sono sentita parte di una “casa”, di un’intimità segreta che non mi apparteneva, ma nella quale mi era stato concesso entrare.

Ed è stato davvero bellissimo sentirmi, ancora una volta, un po’ meno sola.

Io e Arthur abbiamo vissuto assieme per poco. Ricordo bene di una domenica mattina a rischio diluvio in cui non sapevo cosa fare, quando un caffè al volo in cucina si è trasformato in una conversazione densa, durata ore.

Arthur è un professore di storia dell’arte che ama la musica, è anche un ballerino ed è gay, in una città, in un Paese in cui non è affatto facile essere liberamente ciò che si vuole, ciò che si è. Arthur mi parla del suo lavoro con un trasporto che nessuno mi aveva mai trasmesso prima: un lavoro che è una missione di vita, perché fare il professore, in Brasile, significa avere la possibilità di cambiare concretamente un ordine di cose.

Quelle di Arthur non sono lezioni canoniche, dove il professore impartisce il proprio sapere in maniera unidirezionale, senza creare un’atmosfera distesa di scambio reciproco. Le sue sono lezioni pratiche, dinamiche, fanno riflettere e scuotono le coscienze dei più giovani, troppo sovraccaricati in famiglia da responsabilità che non gli competono e vittime di un sistema che perpetua diseguaglianze, senza offrire loro una concreta possibilità di cambiamento.

Arthur, ad esempio, non parla loro del Modernismo come da manuale, ma di quanto il Modernismo sia stato rivoluzionario, usandolo come pretesto per ricordare quanto oggi siano ancora persistenti i residui del colonialismo e quanto la storia si ripeta. Cosa fa la chiesa evangelica con le minoranze (neri in primis) se non il lavaggio del cervello che al tempo fecero i gesuiti con gli indios – seppur in maniera meno cruenta – , sminuendo la loro cultura, facendo loro credere che la propria è quella “giusta”?

Eppure Arthur non si perde d’animo e crede fervidamente nel potere dell’educazione, il solo capace di rompere un sistema che perpetua diseguaglianze sociali inenarrabili. Fra tutte le persone che ho conosciuto in Brasile, Arthur, mi mancherai moltissimo.

Mi mancherai quasi quanto quelle con cui ho condiviso la quotidianità.

Eppure, Arthur, dopo la nostra convivenza non ci siamo più visti, ma nelle ore interminabili in cui siamo rimasti a parlare mi hai dato tanto, e te ne sono grata. Ogni persona meravigliosa e positiva che incontro, come te, è sempre una felice scoperta che mi fa riempire poco a poco quei terribili vuoti che corrispondono al mosaico della mia incompletezza.

E sicuramente anche tu hai contribuito a rendermi un po’ più chiara la visione di quella società nebulosa e contraddittoria in cui mi sono trovata immersa da straniera, da “privilegiata”. Io devo ringraziarti, Arthur, perché mi hai insegnato che c’è ancora qualcuno che crede nel lavoro che fa, nel potere dell’educazione, qualcuno convinto che la conoscenza possa permettere ai più svantaggiati di avere coscienza della propria condizione umana e naturale, di rivendicare il loro diritto ad esistere, il loro diritto ad avere diritti, a vivere in una società giusta, e non in una prigione che detta diseguaglianze.

Le cose che mi hai detto, Arthur, io non le so spiegare come fai tu, anche perché, in fondo, io vengo da fuori, con una storia diversa, con il mio passaporto “giusto”.

Io non so cos’è la povertà vera, penso di averla vista per la prima volta qui, ai margini delle strade dei quartieri belli e ricchi, nello stradone che viene dal Galeão e va verso la scintillante zona sud.

E la povertà vera è qualcosa che non si racconta, Arthur, è qualcosa che osservi a testa bassa e ti insinua dubbi, ti pone delle domande alle quali mai troverai risposte, è un pugno nello stomaco che incassi e che fa male.

Attraverso la pittura, la danza e la musica, Arthur, tu parli d’identità laddove c’è ancora chi fatica a riconoscersi come nero, come indigeno, come persona; parli di subordinazioni, di sfruttamenti e imposizioni antiche che oggi trovano nuove vittime, dando consapevolezza ad ognuno della bellezza unica che porta dentro.

Nella tua scuola s’incontrano ragazzi provenienti da diverse comunità (quelle che conosciamo come favelas), perché per loro, riuscire a frequentare una scuola della zona sud della città, è un’opportunità preziosa di riscatto, ma significa anche lottare ogni giorno con un contesto che punta loro il dito contro e rafforza le discriminazioni. E se io avessi ascoltato qualche mese fa la storia della ragazzina che piange vedendo gli uccelli su un albero fuori scuola, suscitando la presa in giro delle compagne, forse non mi avrebbe fatto l’effetto di adesso.

La ragazzina di cui parli vive ghettizzata, in una comunità della zona nord, ed io non avrei nemmeno il diritto di parlarne, io che alcune comunità della zona nord le ho viste solo di passaggio andando al Fundão e alla UFRJ: immense distese di baracche di mattoni rossi, prive di finestre e alle volte anche di tetti (se di tetti si può parlare), senza un inizio né una fine. Niente più.

Solo baracche, monocrome, che sembrano inghiottire la grande strada che porta alla Ilha do Governador. Lì non ci sono alberi, non ci sono animali.

E una ragazzina che da quella desolazione arriva nella Rio sud bomboniera, non può che commuoversi di fronte a quella natura incredibile, quasi nuova, che pure le appartiene.

Quando tu dicevi di credere nel cambiamento di questi ragazzi, Arthur, quando tu dicevi di gioire quando qualcuno di loro riusciva ad entrare in un’università, io sentivo il tuo entusiasmo, la tua consapevolezza di stare dalla parte giusta. Resterò sempre un’europea ed una privilegiata, ma grazie a te, Arthur, e grazie a quello che ho vissuto, mi sento arricchita. Una “privilegiata” in un altro senso.

E capisco realmente quanto sia importante oggi avere una passione, una vocazione, mettere il proprio contributo reale, concreto, a servizio di un sogno, di un obiettivo.

Qualche giorno prima di tornare in Italia camminavo per Botafogo ed ho intravisto una sagoma familiare da lontano: era Arthur, ho provato a correre verso di lui ma l’ho perso fra la folla. Avrei voluto salutarti con un ultimo abbraccio, Arthur:

lo stesso di quello sconosciuto che mi aveva accolto, quella mattina di ottobre, e mi aveva fatto sentire meno sola, dall’altra parte del mondo.

di Michela Graziosi

Michela Graziosi è dottoranda in Filologia Romanza presso la Sapienza di Roma, dove si occupa di lingua, letteratura e traduzione portoghese e brasiliana.