Ogni racconto è un decennio del XX secolo e un luogo lontano dalle luci e dai clamori delle grandi città portoghesi. Il nuovo libro di Davide Mazzocco, giornalista e scrittore, Novecento Lusitano (Tuga Edizioni, 2019),  è un viaggio in dieci tappe: dieci storie a partire dalla geografia meno nota, quella di chi, chinandosi su una mappa, la penetra con occhi che conoscono il territorio.

Pubblichiamo parte di un racconto di Novecento Lusitano (Anni Sessanta, Coimbra, Beira Litoral) per gentile concessione di Tuga Edizioni.

 

Illustrazione di Paula Dias

Il padre di Martim era tornato da Londra con una valigia piena di LP. Ci trovavamo a casa sua per ascoltare i Beatles, i Rolling Stones, Bob Dylan, Elvis, Aretha Franklin. Io, Joaquim e Paulo stavamo in una República di fronte al Jardim da Sereia e dovevamo salire fin quasi a Santo António dos Olivais per arrivare al suo giradischi. Nel momento in cui la puntina scendeva e incontrava il primo solco periferico del vinile, la musica ci proiettava lontano dalle pareti scrostate dell’università, dal grigio Portogallo dei burocrati, dalla caotica promiscuità della República, dalle case delle nostre famiglie, in cui l’unico orpello era una dignità costruita a forza di sacrifici.

Per Martim era diverso, suo padre era medico, una persona facoltosa che girava l’Europa ed era in contatto con le principali strutture ospedaliere del continente. Per lui il ponte verso l’altrove iniziava dal balcone di casa.

Era stato lui ad avere l’idea di creare un gruppo, lui a scrivere le nostre canzoni, lui a metterci nella testa che potevamo fare la rivoluzione a suon di note. Voleva rompere il sistema, iniettare il virus del rock nella cattedrale del fado cantato dagli uomini. Diceva che il modello erano Mick Jagger e Keith Richards, erano loro i veri rivoluzionari, non quegli altri quattro di Liverpool. Se qualcosa andava conservato del fado quello era il mood, quindi dovevamo fare un rock sporcato dal blues.

Lui aveva la voce roca e per il controcanto c’era Paulo, il bassista. Io e Joaquim facevamo meglio a tenere la bocca chiusa. Nella República ci odiavano tutti perché provavamo fino a tardi con chitarra e basso. La domenica, però, partivamo la mattina presto e andavamo fino a Santo António dos Olivais con gli strumenti. L’unico che viaggiava leggero era Joaquim che suonava la batteria. Il padre e la madre di Martim sgomberavano il campo e si portavano suo fratello Fernando sulla Serra da Lousã.

Non esisteva altro che la musica. Come capita nei branchi di lupi o nelle mute dei cani da tiro, in maniera del tutto animale avevamo riconosciuto il nostro capo e la nostra guida in Martim. Negli occhi di Paulo mi sembrava di cogliere qualcosa di più della semplice fascinazione che ci aveva unito in questo collettivo artistico-rivoluzionario. Ero stato io, un giorno, con le mie scarpe bucate, a suggerire a Martim il nome del gruppo: Sapatos Furados. Diceva che la scarpa forata dava un senso di prossimità al popolo, sottolineava precarietà, diseguaglianza e ingiustizia. Sosteneva che nelle nostre esibizioni pubbliche le scarpe forate sarebbero state il nostro tratto distintivo. Quanto alla musica, il suo progetto era quello di virare la canzone politica di un José Afonso su toni blues, introdurre il basso e la batteria in una musica dominata dal binomio voce-chitarra classica. Nel 1966 Afonso aveva tenuto un concerto a Coimbra, ero andato un po’ controvoglia con mia sorella e un suo amico. Una canzone mi aveva colpito più di tutte le altre: parlava di vampiri che mangiano tutto e non lasciano niente. La fame implacabile dei vampiri era il tema dominante del testo che evocava, nella mia mente rapida e spugnosa, le immagini belle e terribili della pittura fiamminga.

I vampiri erano i maggiordomi dell’universo tutto, i signori prevaricatori e i comandanti senza legge. Erano questi i testi che avremmo dovuto scrivere. Lourenço, guarda che prima o poi Martim si accorgerà di quanto siano distanti i nostri mondi, profetizzava Joaquim, ma in quel tempo mi sembrava impossibile pensare che un giorno le nostre strade si sarebbero separate. Quando Martim ci apriva la porta di casa, nei suoi occhi trovavo l’imbarazzo di chi è consapevole di avere troppo. Il progetto degli Sapatos Furados nasceva, in fondo, come medicamento spirituale alla nevrosi che gli faceva ritenere immeritata la sua posizione di superiorità nei confronti dei suoi amici. Chi di noi avrebbe potuto avere accesso a tutta quella musica senza i viaggi di suo padre e il suo giradischi? Saremmo cresciuti a pane e Amália Rodrigues e, nella migliore delle ipotesi, con dosi vitaminiche di José Afonso. Quando il piatto iniziava a girare, invece, le idee fluivano. Il disegno astratto e il linguaggio universale delle note portavano nel silenzio della stanza ritmi impensabili e testi che parlavano alla nostra generazione. Ogni tanto Joaquim riusciva a rimediare un pacchetto di sigarette che veniva consumato con estrema cautela ed equa spartizione. Inoltre, avevamo eretto una specie di altare temporaneo alla bellezza femminile: le fotografie di Isabel de Castro, Marilyn Monroe e Lucia Bosè venivano allineate su una mensola durante le nostre prove.

Martim sosteneva che il rock fosse desiderio e peccato e che, per riuscire a fare buona musica, si dovesse solleticare la fantasia in tutti i modi. Alla fine delle sessioni di prova l’altarino veniva smontato, le foto spartite e utilizzate per dar sfogo al naturale impulso del nostro basso ventre. Ne conseguivano: le porte dei bagni della República che rimanevano chiuse troppo a lungo, il fiato in eccesso che riempiva i cessi, lo sguardo colpevole che cercava di non incontrare gli occhi di chi, di lì a poco, avrebbe fatto lo stesso.

Era stato Martim a risolvere il problema più complesso, quello relativo agli strumenti. Aveva rimediato una batteria usata da un tizio che aveva suonato in Angola. Si chiamava Victor ed era circondato da un alone di leggenda.

Raccontavano che facesse parte di un complesso americano che suonava nelle colonie d’Oltremare e che fosse stato incarcerato due anni nel campo di Tarrafal.

Il Fottuto Dittatore spediva in quell’inferno capoverdiano i comunisti, gli antifascisti e persino quelli che si schieravano con i repubblicani antifranchisti. Victor aveva cinquant’anni ma ne dimostrava settanta. Diceva che a Tarrafal aveva cagato persino l’anima e che era tornato da quell’inferno terrestre con quarantanove chili addosso. Arrivato in Angola aveva imparato a suonare la batteria e si era esibito con questo gruppo di americani. Quando nel 1961 erano iniziate le azioni di guerriglia aveva capito che era ora di tornare in patria ed era riuscito a procurarsi dei documenti falsi per imbarcarsi su un cargo e tornare in patria. Su quel cargo era salita anche la sua batteria africana, quella che ora campeggiava nella stanza di servizio di Martim.

Il nostro amico benestante sosteneva che Victor, oltre ad avergli venduto a un prezzo stracciato quella batteria, ci aveva anche regalato il testo per un canzone contro il Fottuto Dittatore.

Nel nostro nome c’era la nostra missione: gli Sapatos Furados dovevano raccontare storie come quelle di Victor, lavorare di fino, giocare con le metafore, utilizzare le allegorie, passare attraverso le maglie della censura con l’intelligenza, proprio come faceva José Afonso parlando dei vampiri. Bisognava parlare di Tarrafal, della fame e della sete provate dagli oppositori politici, degli inferni tropicali e dei soprusi perpetrati ai danni delle popolazioni colonizzate. Di canzoni d’amore ce n’erano già abbastanza, dovevamo scrivere d’altro, farci muovere dalla passione politica, dalla volontà di cambiare il nostro paese.

Una volta pronti sette brani avevamo organizzato un concerto in una República a due passi dalla Sé. L’organizzatore si chiamava Jorge ed era un fuori corso costantemente ebbro, amante del rock, ricco di entusiasmo, ma privo di qualsiasi risorsa economica. Ci aveva pagato in birre e, anzi, ci aveva anche chiesto delle sigarette. Erano venuti ad ascoltarci in dodici, nemmeno tutti i residenti della República.

Le ragazze erano tutte in coppia, il pubblico non assimilava alcuna vibrazione, non c’era dialogo, né empatia. Inoltre Joaquim sembrava deconcentrato, arrivava in ritardo sui piatti. Si trattava di una questione di decimi di secondo, ma erano comunque asincronie inconcepibili dopo giorni e giorni di prove.

Martim era nervoso, guardava Joaquim con insistenza. Cantava una rivoluzione imminente, un sole che sarebbe sorto rischiarando la strada al popolo e accecando gli oppressori, una fratellanza che avrebbe fatto scomparire il vecchio concetto di famiglia e una forma di amore nuovo, non più proprietario. Tenevamo il ritmo con la nostra divisa di scarpe forate, mandavamo al diavolo il Fottuto Dittatore senza mai nominarlo: quanti capivano che “il maiale con la corona di smeraldi” e “il cinghiale sfuggito al bracconiere Emídio Santana” erano António de Oliveira Salazar? Quanto talento regalavamo a chi non poteva apprezzarlo?

Alla fine del concerto Martim ci aveva spiegato che era un passaggio obbligato. Non importava fare la fame, subire umiliazioni e correre dei rischi, perché quando un giorno sarebbe arrivata la libertà noi ne saremmo stati la voce. Essere giovani voleva dire essere pronti al cambiamento: il proprio, quello degli altri.

Ci sentivamo parte di qualcosa di grande ed era come se custodissimo dentro di noi i semi del futuro. […]

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