Un giorno di metà giugno decido di andare per la prima volta a Cova do Vapôr da Trafaria. Dopo un caffè nella piazza centrale, proseguo a piedi, per una strada che in 45 minuti mi avrebbe portato alla mia destinazione.

Per la via vedo un gruppo di case tutte ammassate vicino alla riva che attira la mia attenzione. Volto per una stradina secondaria e mi addentro in quello che sembra essere un agglomerato di abitazioni tutte abbandonate.

Non c’è nessuno per le strade. Solo qualche gallina, due cani e un gatto. Le vie non sono asfaltate o pavimentate. Tutto è sabbia e terra.

Ma il piccolo sobborgo non è abbandonato.

La dimensione della via principale che percorre longitudinalmente tutto l’agglomerato di case è stata ridotta da una piscina di plastica dove dei bambini stanno sguazzando, approfittando della prima giornata calda della stagione.

Una delle tante occupazioni di suolo pubblico che si possono vedere qui e di cui nessuno si lamenta, vista la grandezza delle case, costruite pezzo per pezzo, quando si riusciva a mettere da parte un po’ di denaro per l’acquisto del materiale necessario per attuare l’espansione.

Qui anche la lavatrice è un lusso. Si tiene fuori dalle case, magari si presta ai vicini che non se la possono permettere. Le case sono basse, piccole e contorte, ma tutti tentano di farle diventare una reggia.

Fiori e prato finto di plastica. Tavoli e sedie. Statue di santi. Giochi per bambini lasciati in mezzo alla strada.

Improvvisamente, tra i mille panni stesi a decorare la via come festoni di una sagra di paese, in una strada trasversale appare l’insegna Caffè America e sotto di essa il nulla, un rettangolo nero; sarà aperto?

Un vecchio signore con la maglia azzurra gira l’angolo, entra e viene inghiottito, forse, dall’America stessa o dal suo sogno.

Quante volte gli abitanti di Primeiro Torrão avranno pensato al Nuovo Continente, guardando l’Oceano, intrappolati tra la sua vastità e la limitatezza del piccolo barrio in cui si sono trovati a vivere.

testo e foto di Beatrice Massimi

 

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