Lisbona è entrata nella mia vita da piccola, in un viaggio con i miei genitori in roulotte. E per lungo tempo se n’è stata lì nascosta in un angolo di me, come una cucciola sonnecchiante che attende solo un segnale per destarsi al mondo.

Un unico luogo era rimasto nella mia mente, la Chiesa do Carmo, senza tetto, con le volte gotiche svettanti nell’azzurro d’infinito della luce atlantica. Avrei saputo solo dopo che quello era il fulcro di energia della città, una sorta di aleph borgesiano, teatro di eventi che attraversano il tempo e lo spazio. Lì si ritirò nel 1423 a vita monastica il generale Nuno Álvares Pereira, dopo aver sconfitto i castigliani che volevano conquistare il Portogallo. Lì il 25 aprile del 1974, durante la Rivoluzione dei Garofani, si arrese Marcelo Caetano erede del dittatore Salazar, e il Paese tornò libero.

Nel 1775 un terribile terremoto fece crollare la chiesa lasciando in piedi solo le arcate gotiche. Una città distrutta con migliaia di morti, una tragedia che scosse tutta l’Europa: Voltaire gli dedicò un poema in cui dimostrava inconfutabilmente che Dio non poteva esistere se era accaduto tanto male.

“Poveri umani! e povera terra nostra!/ Terribile coacervo di disastri!/ Consolatori ognor d’inutili dolori!” scrive il filosofo francese nel suo Poema sul disastro di Lisbona e non è escluso che Giacomo Leopardi avesse presenti proprio questi versi quando compose La ginestra.

Ma gli archi gotici a ogiva resistettero, e rimasero lì, a incorniciare l’assoluto del cielo di Lisbona. La luce sale dal fiume Tejo e fa carambola con gli azulejos, le ceramiche che impreziosiscono i palazzi della città, creando giochi di riflessi che invadono anche il passante più distratto. Arcate resilienti che rimangono in piedi dove tutto è macerie. Miracolo dell’architettura gotica o forse semplicemente um milagre. La Regina Maria I del Portogallo avrebbe voluto far ricostruire il tetto della Chiesa do Carmo più ricco di prima, ma i romantici si opposero: quelle rovine erano belle perché ricordavano un’assenza, il rimpianto di un tempo che fu. E così divennero altro, il perimetro di una piccola parte di un cielo troppo vasto.

Cercare di dare una finitudine all’infinito sapendo che non è possibile.

I portoghesi amano immergersi in questa loro saudade, nella nostalgia di ciò che potrebbe essere e non è possibile che sia: una lotta continua nel cercare di contenere tempo e spazio che invece seguono altri percorsi, non si misurano con logiche umane. Abitanti dell’ultima striscia di terra di Europa proiettata sull’alto mar aperto, i portoghesi si sono sentiti periferia persino del loro stesso impero, perché anche quando furono potenti c’era la vastità dell’oceano sul quale si affacciano come su un baratro, a ricordare loro di essere continuamente sul bordo dell’ignoto, dell’inconoscibile.

Eppure proprio in questo senso di fragilidade de todo o projecto humano, come dice il filosofo Eduardo Lourenço, hanno costruito la loro stabilità, la loro capacità di elaborare le emozioni, e nonostante gli scossoni della storia e dell’economia europea, sono rimasti in piedi come le arcate gotiche della Chiesa do Carmo.

Circa dieci anni fa, Lisbona si è risvegliata dal lungo sonno dentro di me con una forza dirompente. Ha incominciato ad abitare i miei sogni, si alternava con Parigi. Una notte si è presentata di pietra farinosa e rosata, un po’ come Gerusalemme, altro mio luogo dell’anima.

Nel sogno sono in compagnia di un’amica d’infanzia, che non vedo da tempo ma con la quale in passato ho fatto molti viaggi. Siamo indecise se andare a salutare uno scrittore toscano che ha fatto conoscere il Portogallo all’Italia, e che ora riposa nel cimitero di Prazeres di Lisbona nell’angolo degli scrittori portoghesi. La città sembra deserta, a casa non ci sarà nessuno. Ma siamo venute solo per due giorni e sarebbe un gran peccato non tentare. E infatti nella scena successiva del sogno sono nel salotto di casa dello scrittore, su un divano bianco che fa angolo, la stanza è come un alveolo circolare senza spigoli. E’ tutto tondo, come scavato in una pietra morbida e chiara, la luce penetra da una grande finestra circolare ritagliata nella roccia. Seduti comodamente su un divano leggiamo dei racconti e li commentiamo insieme.

Dietro questo sogno c’è la vita vissuta. Era accaduto qualcosa poco prima. Ho insegnato Italiano e Latino nelle scuole superiori di Roma per circa vent’anni. Nel marzo del 2010 al Liceo Scientifico “L. Pasteur” organizzammo un viaggio d’istruzione a Lisbona che era molto di più di una semplice gita scolastica. Fu preparato infatti da un progetto di conoscenza della cultura portoghese che impegnò le classi tutto l’anno: i ragazzi lavorarono con ricerche e power point sull’arte, sulla storia e sulla cultura lusitana. I nostri alunni suonarono e cantarono il fado in una conferenza a scuola prima di partire. E invitai lo scrittore toscano, che ormai viveva a Lisbona, a tenere una lezione sul suo rapporto con il Portogallo nell’aula magna dell’albergo dove alloggiavamo, piena di un’ottantina di liceali dalle scarpe fangose dopo una gita a Cabo da Roca sotto la pioggia. Fu un momento di magia.

Ma questa è già un’altra storia che ho raccontato nel mio libro La trama dell’invisibile, sulle tracce di Antonio Tabucchi.

E’ la primavera del 2017, e io della scuola italiana non ne posso più.

Io che ho amato tanto il lavoro d’insegnante, vissuto i miei alunni, il loro accendersi una luce negli occhi quando gli parlo di Dante o Seneca, che ho sentito vitali persino le loro noie, i loro sgarbi, le lezioni che finiscono a urlacci come a volte è sano che capiti. Io adesso a scuola, in classe, mi sento in gabbia, non respiro. E’cambiato un clima tra i colleghi. Sta cambiando l’Italia, in peggio: un paese asfittico, ripiegato sempre di più sulle sue rabbie faziose. Un viaggio d’istruzione con un progetto interdisciplinare che coinvolse la didattica di tutto l’anno come quello che avevamo organizzato a Lisbona solo pochi anni prima, ora non sarebbe più possibile: manca una condivisione di intenti, tutti presi a rivendicare i propri diritti di cattedra contro nuove leggi che propongono una scuola meno tra i banchi e più nella vita.

A me quelle leggi piacciono, mi sembra davvero una buona scuola, e trovo finanziamenti, organizzo l’alternanza scuola-lavoro con una scuola di vela inclusiva, che insegna ai ragazzi a cooperare tutti insieme per navigare in altro mare. John, affetto dalla sindrome di Asperger, che a casa è ossessivamente abitudinario, deve fare le cose sempre alle stesse ore, a vela è felice di scuffiare, prova per la prima volta prova l’ebrezza dell’imprevedibilità, quando non sai se alla prossima onda la barca si ribalta, e tutti insieme caduti in acqua sarà poi bello darsi una mano l’un l’altro per risalire a bordo. Ma quando torno tra le mura del liceo la fatica è doppia. E’ un continuo dover argomentare, spiegare, giustificare perché ho fatto questa attività, come ho avuto i finanziamenti europei.

Ma allora tu appoggi questo governo? Non ti accorgi di essere dalla parte politica sbagliata? E poi sono rimasta indietro col programma, devo anche occuparmi dei rendiconti e della burocrazia del progetto di alternanza scuola-lavoro, e in classe non ho più pazienza e attenzione per i miei alunni. Tutto si accumula.

Tutto pesa. Troppo. E quando la pressione per me è eccessiva, so che quello è il segnale per levare le tende, ripartire e piantare casa da un’altra parte. Uno strappo che mi lacererà l’anima ma la rinnoverà. Andare. E’ un coraggio che ho sempre avuto, un po’ per rabbia, un po’ per incoscienza. Poi verranno le ansie, le ferite da suturare, le nostalgie feroci. Ma il cambiamento è già deciso.

E così nel giugno del 2017, mentre sono presidente di commissione all’Esame di Maturità e ho la gioia di coordinare colleghi splendidi, faccio la domanda per fare il dottorato alla Facoltà di Lettere di Lisbona. E’ un’università che già un po’ conosco perché ho partecipato a dei convegni. E’ dal 2010 che trascorro quasi ogni estate in terra lusitana e anche qualche capodanno: il Portogallo è il mio Altrove dove è possibile un respiro più ampio. Lisbona la mia città dell’anima, lì ritrovo energia e amici cari, è sempre così quando vado per pochi giorni. E non manco mai di andare nella Chiesa do Carmo a chiedere alle arcate azzurre di trasferirmi lì.

Ma quando il tuo vagheggiato Altrove diventa il tuo reale luogo di vita le cose si complicano. Gli antichi dicevano che se gli dèi realizzano un tuo sogno è per farti un dispetto. A me non è andata proprio così, gli dèi sono stati benevoli, hanno chiesto in cambio solo una buona dose di impegno e il divieto di lasciarsi scoraggiare.

Il 30 agosto del 2017 arriva la risposta ufficiale dalla Facoltà di Lettere di Lisbona: ho vinto il dottorato e ho una ventina di giorni per organizzare tutto e partire. C’è da trovare casa, da fare i documenti per una buona legge italiana secondo la quale se sei un dipendente della pubblica amministrazione, puoi fare il dottorato e mantenere lo stipendio.

Vale anche per i dottorati all’estero, ma nessuno lo sa, servono tante carte per dimostrarlo. Siamo in Europa ma in Italia se dici che vai a fare ricerca a Lisbona suona davvero strano. Quelli che vogliono essere simpatici ti dicono: “Che bello! Così imparerai lo spagnolo!”, “No, il portoghese”, rispondo io sempre meno sommessamente… Il portoghese che tra l’altro non so, ma tra le lingue neolatine è quella per suoni e radici più simile al latino e questo un po’ mi aiuta.

Quando arrivo per la prima volta alla segreteria dell’università di Lisbona sono affannatissima, sono finita in una grigia terra di mezzo di carte burocratiche tra l’Italia e il Portogallo e non so come uscirne. Chiedo di poter parlare in inglese, me la cavo un po’ meglio. Mi risponde un’addetta allo sportello della segreteria sorridente: “Non c’è problema” mi dice, “tutto si risolve”. Respiro. Il Portogallo è un mondo più calmo, le questioni si dipanano con più scioltezza, tempi lunghi che non hanno smesso di darmi un po’ di ansia, ma alla fine è solo un modo diverso di essere efficienti e con maggior competenza. Leggerezza, qui tutto pesa meno, non era solo un sogno, questo è davvero un Altrove rispetto all’Italia.

Tutto più fluido ma con maggior serietà. Quando definisco il mio progetto di ricerca i miei professori mi dicono cosa inaudita: “Cristina ti togliamo ogni fatica inutile, puoi scrivere in italiano, non ti disperdere in mille idee, concentrati su un argomento e affrontalo con il massimo del rigore”. Sottrarre peso per andare più in profondità. Nessuno me lo aveva mai detto prima, né nel lavoro né nella vita privata.

E così io che ho già pubblicato due libri e fatto per anni la Prof, ritorno alunna, ritrovo intatte le mie paure di studente, lotto per il voto più alto ai seminari. Sono dovuta arrivare qui per capire che avevo proprio bisogno di qualcuno che mettesse ordine al mio caos creativo. Così accetto con umiltà che di essere corretta parola per parola, io che ho sempre scritto per intuizioni ora devo fondamentare ogni mia teoria critica. Una gran bella fatica, i miei professori mi chiedono un livello di ricerca molto alto, ma ho la loro piena attenzione. La fatica e la gioia.

Non ho mai trovato un ambiente accademico così umano e competente. E’ stato un bene che dei tanti dottorati tentati in Italia sia andato in porto solo quello a Lisbona, perché lì c’era un’altra scoperta importante da fare: la Medicina Narrativa.

Stralcio tratto dal racconto “Lisbona, il mio Altrove” in Madame Europa. Intrecci di donna. Racconti 

FusibiliaLibri 2019, antologia di storie al femminile in Europa a cura di Anna Bertini e Dona Amati. Si ringrazia la casa editrice per la gentile concessione.

di Maria Cristina Mannocchi

 

Maria Cristina Mannocchi ha insegnato Italiano e Latino nei licei romani, ha pubblicato Tempeste e approdi, la letteratura del naufragio come ricerca di salvezza, (Ensemble 2012) e La trama dell’invisibile, sulle tracce di Antonio Tabucchi, (Ensemble 2016). Attualmente sta facendo un dottorato presso la Facoltà di Lettere di Lisbona, con un progetto di ricerca sulla Medicina Narrativa.

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