4 Colpi. Capitolo I: Vendetta

Sono comodamente seduto in fondo a destra sul tram 28, sferragliando sui binari che attraversano il centro storico della città che amo.

Barba lunga, scazzato e accaldato, nessuno mi si siede a fianco, sembro un musone come Gamba di legno e sono brutto come un immigrato.

Ne approfitto per svaccarmi sul divanetto rosso rubino, slaccio la giacca e accolgo il venticello fresco che soffia dai finestrini aperti mentre la vecchia caffettiera di legno del 28 acquista velocità, cigolando e sbuffando verso la parte più stretta del percorso, lungo un’arteria nel cuore d’Alfama. Paragem, qualcuno sale, qualcuno scende, si riparte. L’accelerazione mi fa affondare ancor più nel divanetto.

I passeggeri in piedi si mescolano come carte.

Osservo le loro facce. Una attrae la mia attenzione. Di colpo lo riconosco, non mi sembra vero. Sono passati tre anni ma questo bastardo è ancora qui a fottere i turisti. Riconosco uno dei tre borseggiatori storici del 28, quello più giovane, alto, capello nero corvino corto, sempre ben curato. Ha proprio la faccia da tamarro di periferia, potrebbe essere di Marsiglia o di Torre del Greco, stesse facce brutte e ignoranti, stesso gusto per le tute sportive come abbigliamento ufficiale.

Se non fosse un borseggiatore, con quella faccia da ratto potrebbe vendere cocaina finta ai turisti a Cais do Sodré con quegl’altri zingari.

Li odio. Sono gli unici a rovinare lo scenario da favola che è Lisbona, piena di gente pacifica e di turisti distratti. Al secondo posto ci sono gli inglesi molesti e ubriachi ma almeno quei beceri bifolchi spendono soldi a galloni.

Vivo da abbastanza anni a Lisbona da non sopportarli più, se fossi un criminale stile Gomorra organizzerei una stesa, anzi no, meno pretesa: basterebbe essere in due con uno scooter, caschi integrali e quello dietro con una mitraglietta automatica, tipo Uzi, di quelle che in una rafficata sparano quasi cento colpi, gambizzarne tre o quattro e far loro capire che non sono più ben accetti. Li odio a denti stretti. Son stanco del teatrino a cui assisto spesso mentre me ne sto appollaiato su uno degli sgabelli del Bar Gelato a Cais.

L’incrocio all’angolo del Largo São Paulo con la Rua Nova do Carvalho (o Rua Nova do Caralho, come la chiamo io) è uno show. Da un lato lo sprowl di spaccini e tamarri che la Grande Lisboa si ritrova in grembo e dall’altro tutta la bella gioventù della notte più internazionale che la west coast europea possa offrire. E ogni giovedì si ritrova proprio lì la Little Italy fedele al rituale dell’aperitivo, sulla linea di confine tra i due mondi. Mi viene sete a pensarci, una dolciastra voglia di Spritz.

Ma in effetti che accordi ci saranno tra delinquenti e Polizia per mantenere l’equilibrio che esiste a Cais do Sodré? La bella gente ed i turisti, gli erasmus e i resident che si scassano nella Pink Street ogni santo giorno, sono circondati da queste iene, branchi di zingari e altri pulci di periferia che vengono a viversi l’asfalto più calpestato della capitale. Strade storiche che diventano una trincea nauseabonda di madrugada, altro che i giardini silenti e umidi con le foglie e i delicati steli carichi di dolce rugiada.

Intanto il ratto si avvicina ispezionando i beni dei passeggeri, cercando una zip lasciata aperta, studiando le tasche gonfie o le costose reflex digitali. Istintivamente cerco gli altri due soci suoi: quello basso e tarchiato e il pugile grosso come un’armadio con le mani tatuate. Brizzolato, massiccio, ha la scritta BOXE tatuata sulle dita, una lettera per dito. Ha un fratello gemello che gestisce una palestra di boxe in Alfama. Li conosco tutti di vista.

Sono all’entrata, vicino al conduttore. Hanno fatto progressi, adesso fanno finta di essere anche loro turisti, sti pezzi di merda, ma come fanno ad essere ancora in giro? Feccia, sempre pronti a rovinare le ferie a qualche ignaro turista. Fogo, sono sempre loro da anni, al posto del cartello giallo-blu “Attenti ai borseggiatori” dovrebbero metterci le loro facce “Attenti a questi tre stronzi”.

Mi ricordo quando fecero il portafoglio a mio padre. Torno indietro di cinque anni, magari il tram è pure lo stesso, non mi stupirei. Avevo ripetuto più volte: «occhio sul tram, non lasciare il portafoglio nella tasca posteriore dei jeans, papà». Arrivati alla fermata della Feira da Ladra si creò uno spingi-spingi tra chi aveva fretta di scendere e nella ressa ricordo che guardai uno negli occhi e in portoghese reclamai «oh, con calma, mo scendiamo tutti, calma!».

Che ingenuo, ma erano tre tipi diversi da quelli che conoscevo già di vista, ecco perché non capii subito che stavamo subendo un classico furto sul 28.

Cinque minuti dopo mentre passeggiavamo tra le bancarelle, mio padre esordì: «mi sa che mi hanno fatto il portafoglio». Incredulità generale, vari «ma sei sicuro?». Ripetuti più volte. Mi andò il sangue al cervello, non poteva essere vero, non a me, non a mio padre. Era Ottobre 2014, già mi sentivo l’imperatore di questa città, figurati se potevo lasciar passare un affronto simile. Fui pervaso da una furia omicida, i peggio epiteti rivolti a quei tre borseggiatori iniziarono a girarmi in testa. Parcheggiai mio padre con la compagna e la mia ex al bar, andai ad una delle bancarelle, comprai un coltello a serramanico, non trattai sul prezzo, pagai e basta e partii in spedizione punitiva.

Per esperienza sapevo che una volta fatto un furto o sparivano o scendevano verso la Baixa per aspettare un altro tram e tentare un nuovo colpo. “Altro giro, altra corsa”.

Mentre superavo la pensai a come li avrei scannati, il sangue mi ribolliva nelle vene, non riuscivo ad accettare che fosse successo proprio a mio padre. Pensai convinto che era la volta buona che li ammazzavo tutti ripulendo il percorso del 28 da questi bastardi. Controllai il coltello che avevo appena comprato, verificai bene come bloccare la lama una volta aperta e come impugnarlo saldamente senza rischiare di tagliarmi, non era affilato ma appuntito, 5 dita di lama. Arrivai alla fermata all’angolo con Rua de Conceição e mi sentii il miglior segugio al mondo perché riconobbi subito uno dei tre: quello piccolo e magro, mimetizzato tra i turisti in attesa. Era proprio uno di quelli presenti nello stesso tram con me e famiglia venti minuti prima.

Una parte del mio cervello iniziò a suggerirmi di non fare sciocchezze, la gente intorno non sapeva cosa fosse successo, in caso fosse apparsa la Polizia sarei passato anche io dalla parte del torto ma l’adrenalina ormai era troppo alta e i pugni ben stretti vogliosi di sbriciolare anche un muro a cazzotti. Mi fiondai come un falco, il piccoletto sembrava far finta di niente fino a quando non lo afferrai per entrambe le braccia e iniziai a scuoterlo gridando «onde caralho estão os outros? Quero a carteira do meu pai! Carteirista do caralho!».

Il piccoletto andò in panico, occhi scuri lucidi infossati in due occhiaie marcate come lividi, intorno i turisti si aprirono a ventaglio in un secondo, dai negozi si affacciarono gli avventori, la sua paura mi eccitò ancora di più. Gli strinsi convinto una mano al collo, «onde estão os outros?». Lui piagnucolò che non c’entrava niente, strinsi più forte, «tavas no tram, onde está a carteira do meu pai?». Continuai a scuoterlo sbattendolo contro il muro. Dal pubblico di testimoni intorno qualcuno intimò di mantenere la calma, altri stavano già filmando col telefono, il traffico sembrava essersi fermato. Una voce razionale domò la bestia accecata di rabbia nella mia testa e mi suggerì di lasciar stare, se arrivava la Polizia anche io ero nel torto.

Non potevo farmi giustizia da solo, cosa mi aspettavo?

Lo spintonai per terra e gridai furioso «carteirista do caralho!». Tornai sui miei passi, sempre lungo il percorso del 28 e sempre più furibondo. Solo quando rimase a venti metri il piccoletto mi gridò dietro «filho da puta!». Ma non aveva senso tornare indietro o rincorrerlo, lo ignorai, tanto ormai avevo fotografato mentalmente la sua faccia e infatti due mesi dopo mi tolsi il piacere di gonfiargliela di schiaffi quando lo rividi casualmente in Bica.

Mentre risalivo la Rua Santo António da Sé incrociai il secondo, il più grosso, con un giaccone pesante e la faccia da gorilla, sembrava uno dei personaggi del film Snatch. Non mi guardò neanche, abbassò lo sguardo e tirò dritto. La mia testa era divisa in due: una parte gridava di saltargli addosso e d’infilargli la lama in gola fino a staccargli quella testa di M. Mentre una voce più razionale mi riportava alla realtà spiegandomi che rischiavo di rovinarmi la vita per una stupidaggine simile.

Ma non poteva finire nella sala d’attesa della stazione della Polizia Turistica per un’ennesima inutile denuncia di furto. Odio e distruzione, la mia testa calda si stava trasformando in una testata nucleare. Intorno solo tuk tuk e turisti a sciami. Il tizio aumentò il passo, dovendo scegliere rapidamente lo lasciai andare, mai più rivisto.

Tornai al punto di partenza, era una meravigliosa giornata di sole, la facciata della Igreja de São Vicente de Fora brillava come fosse d’avorio, cielo azzurro limpido, era sabato e doveva essere una piacevole passeggiata alla più iconica feira lisboeta e invece si stava trasformando in uno schifo di umiliazione, non a me maledizione. La rabbia e un senso d’impotenza mi stavano divorando le ultime forze. Mi ero fatto la risalita dalla Baixa in dieci minuti. Girai su me stesso cercando di capire cosa fare ed ecco che lo vidi. Non ci credevo io e non ci credeva neanche lui, il terzo, quello a cui avevo rivolto la parola, quello che insisteva a spingere, capelli lunghi, alto, più vecchio di me, collo tatuato.

Stava bevendo un caffè nel bar proprio di fronte alla fermata della Feira da Ladra. Bastardo, così sicuro di sé da starsene lì al bar, rimase con la tazzina in mano a mezz’aria, tradito dal suo stesso stupore. Per la terza volta in pochi minuti il mio istinto da cacciatore veniva premiato, era la volta buona, doveva essere stato lui a sfilare il portafoglio a papà nella calca generale.

Entrai convinto nel bar, muso a muso: «vens aqui fora, agora». Nel bar gelo totale, tutti percepirono la tensione, uscimmo e il tipo iniziò a giustificarsi con storie assurde, tipo che lui collaborava con la Junta de Freguesia e altre stronzate. Gli mostrai il coltello chiuso, «eu não sou um turista, eu moro aqui, quero a carteira do meu pai, agora». S’innervosì continuando a raccontarmi storie sempre più assurde e io rincaravo la dose di minacce, intanto salimmo a piedi verso Graça, lo tenevo vicino, stava prendendo tempo ma sapevo che non poteva sfuggirmi in salita, arrivati al Largo mi disse che poteva aiutarmi a ritrovare il portafoglio, io esasperato alzai il tono della voce, era lui il ladro, non io, non m’importava dover attirare l’attenzione di tutti, era lui che doveva vergognarsi.

Continuava a parlare per confondermi poi di colpo si lanciò a perdifiato giù per la Travessa Pereira. Gli corsi dietro già sapendo che lo avrei atterrato di sicuro, lui si voltò una volta sola, vedendomi vicino estrasse il portafoglio di mio padre da dentro i suoi calzoni e lo lanciò per terra. Lo riconobbi subito, lo stesso portafoglio che conoscevo da quando ero nato. Non mi fermai, continuai a corrergli dietro solo per il piacere di spaventarlo, quando vide che non mi ero fermato a raccogliere il portafoglio gli occhi gli si riempirono di terrore, gli stavo dietro a un paio di falcate di distanza con il coltello in mano, lo vidi girare l’angolo con gli occhi spalancati incollati alla lama del mio coltello consapevole che volevo infilargliela dentro bene in profondità.

Lo lasciai così, col cuore in gola e con l’immagine mia che gli corro dietro con il coltello in mano pronto a fargliela pagare per tutte le volte che aveva derubato qualcuno. Non girai l’angolo. Tornai indietro sorridente, ce l’avevo fatta, avevo recuperato il portafoglio di mio padre. Le 50€ dentro non c’erano più ma i documenti e le foto sì e quelle non avevano un valore calcolabile.

Tornai al bar di fronte alla fermata, la mia ex aveva radunato un paio di amici di passaggio e dei curiosi, stava spiegando loro cos’era successo, volevano tutti rendersi utili in qualche modo ma mostrai trionfale il portafoglio «ce l’ho fatta, recuperato».

Non dimenticherò mai lo sguardo incredulo della mia ex e della compagna di mio padre. Mi sentii come Capitan America in quel momento. Mio padre si limitò a dire «bravo! Grazie».

Il resto della giornata fu una passeggiata, avevo dimostrato a Lisbona e a me stesso chi sono.

Torno dal flashback e mi si riempie il petto di rinnovato entusiasmo, catalizzo le forze e le frustrazioni della giornata e degli ultimi anni, stringo forte i pugni, la faccia di ratto sta puntando la borsa di una signora distratta dalla vista incantevole che scorre fuori dai finestrini.

In Africa un borseggiatore lo linciano e lo bruciano vivo senza pensarci due volte. Non esito neanche un istante, due anni di pugilato non si cancellano facilmente, i suoi complici sono distanti e il tram è pieno di passeggeri. Il 28 si assesta con un colpo all’ultima curva prima di arrampicarsi verso la fermata della Feira da Ladra, l’inclinazione gioca a mio favore, anche il borseggiatore è costretto ad aggrapparsi con una mano per mantenere l’equilibrio.

Scatto in piedi senza neanche un fruscio della giacca e in mezzo passo gli sono addosso, digrigno forte i denti e gli mollo i due montanti più potenti che posso nel fianco destro. Sento affondare i miei pugni e sento il grido di dolore che gli scappa sorpreso di bocca, come minimo piscerà sangue per i prossimi giorni. Tutti a bordo si girano verso di noi, alcune donne gridano inorridite, lui molla la presa e crolla, lo accompagno verso il pavimento piazzandogli altri due montanti, uno nel petto che quasi mi spezzo l’indice e uno sull’orecchio per disorientarlo e fargli davvero male.

Non posso dargli occasione di reagire, grido con tutta la rabbia che ho dentro <<É UM CARTEIRISTA, ELE E AQUELES DOIS!>>. Indico gli altri due, tutti i passeggeri si girano ad osservare il tarchiatello ghiacciato dal panico mentre il pugile mi fissa carico d’odio e cerca di farsi largo tra i passeggeri per venire a suonarmi come una campana.

Il tram si blocca di colpo e succede l’inaspettato. Tutti i passeggeri iniziano ad attaccare gli altri due borseggiatori, chi con l’ombrello, chi con il bastone da passeggio. Una signora afferra la borsa e inizia a darla in faccia al pugile tatuato, urlano tutti rabbiosi. Il conduttore apre le porte, qualcuno salta giù mentre gli altri a bordo iniziano a spintonare fuori il tarchiato aiutandosi con i calci, qualcuno strilla, il pianto di un bambino scoppia come una sirena d’allarme, si spintonano tutti, una confusione incredibile in due metri quadri, insulti, urla, ombrelli e aste da selfie che sbattono da tutte le parti cercando spazio per poter colpire i tre delinquenti e anche il ladro grande e grosso è costretto a battere in ritirata.

Imprecazioni in varie lingue da mezzo mondo, passeggeri che cascano addosso ad altri seduti, confusione e il tutto è filmato dalle telecamere a bordo. Io ho il cuore a mille, devo capire se quello grande e grosso vuole affrontarmi e devo scendere anch’io. Lascio faccia di ratto a terra dolorante e scendo da dietro, i due borseggiatori scappano nella direzione opposta, il tarchiato lascia cadere lo zaino e il piumino strappato, i pantaloni della tuta quasi gli scivolano alle ginocchia rivelando un culone brufoloso e rosso di lividi. Il suo socio, o grandalhão, lo raggiunge e lo supera correndo mentre inveisce furente un fiume di “fodes” con sempre più esse a sibilare come una bombola di gas con una perdita incontrollabile.

Faccia di ratto si guadagna l’uscita a spintoni tra sputi e insulti per poi sparire nella Rua São Vicente. I passeggeri a bordo sono tutti eccitati, tutti si controllano le tasche e le borse, comprendo tra i vari commenti in portoghese chi dice di conoscerli bene e chi vorrebbe chiamare subito la Polizia. Qualcuno mi guarda come per tentare di capire ma non c’è niente da spiegare: vendetta sociale.

Mi allontano con calma, non riesco a contenere un sorriso idiota che mi si allarga sul viso. Che soddisfazione avergli rovinato la giornata a loro. Loro, quelli che si svegliano ogni giorno pensando di mettercela in quel posto a tutti noi. È ora di cambiare disco.

 

di Simone Faresin 

 

Da qualche parte ho letto che finché un uomo ha una storia da raccontare ha un’opportunità in più di sopravvivere. Carico il mio vecchio revolver, ho solo 4 colpi. Rullo di tamburo, pronto in un click. Sono un cacciatore d’immagini e un cacciatore di storie; storie dal sottobosco, da un altro tropico e storie da grandi megalopoli. Seguo le tracce fresche di un’umanità mammifera che sopravvive in una società sempre più insettifera. Troverò la regina che dalle cavità della terra comanda questo caos frenetico, l’ultimo colpo è per Lei.

4 Colpi è un progetto letterario di Simone Faresin in collaborazione con Sosteniamo Pereira. 

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Simone Faresin a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita.

Ogni autore è responsabile del proprio articolo, reportage o racconto. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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