Lisbona, una città africana

Il libro dell’etnologo e scrittore francese Jean-Yves Loude, Lisboa, na Cidade Negra (Lisbona, una città africana) è formulato come un’inchiesta poliziesca alla ricerca di una “voce scomparsa della città”, corrispondente alla presenza pressoché continua di africani a Lisbona, dall’inizio del XV° secolo fino al secolo XIX.

Dal XVI° al XVII° secolo la popolazione “negra” (in portoghese il termine non ha una connotazione negativa) a Lisbona arrivò ad essere attorno al 10% del totale dei residenti, questa massa di persone partecipavano attivamente alla vita cittadina, al punto che i viaggiatori stranieri la consideravano una città esotica.

La letteratura ha messo in discussione la totale cancellazione della presenza di queste persone nella storia ufficiale e nell’identità lisboeta.

Il romanzo ha come punti di riferimento la memoria e l’oblio di questa della stessa. Maria, il personaggio che guida i passi del narratore in giro per la città, offrendo lezioni di storia sulla presenza dei neri a Lisbona, incarna e sente il dolore della memoria e l’angoscia derivata dall’oblio a cui è stata votata la storia della sua vita e dei suoi discendenti.

Un’eroina alla ricerca della sua memoria alla stessa maniera della città di Fernando Pessoa, persa in quello che il saggista portoghese Eduardo Lourenço chiamò il Labirinto da Saudade ovvero il Labirinto della Saudade, quel sentimento complesso che spazia tra desiderio e la nostalgia di rivivere momenti felici della vita.

I neri nel centro della città

Il “romanzo di ricerca” come Jean Yves Loude colloca la sua opera, percorre Lisbona alla ricerca di due luoghi che guardano la storia della vita degli africani nella città dal secolo XV.° Cais do Sodré, porto cittadino, oggi con la funzione di collegare la linea di Cascais con i treni e l’altro lato del fiume Tago con i battelli, una volta si chiamava Cais das Negras sino al secolo XVIII°, questo nome era dovuto alla massiccia presenza di venditori di colore di pesce, molluschi e lupini.

Al Chafariz d’El Rey, nello storico quartiere di Alfama, punto principale per la distribuzione di acqua nel secolo XVI°, donne e uomini neri lavoravano come portatori d’acqua. Nella chiesa di Graça, nell’omonimo quartiere, una cappella con quattro santi neri ricorda la partecipazione degli africani nelle confraternite religiose.

Nei secoli XVIII° e XIX°, sfilavano in processione religiosi con le tonache danzando il lundum o la fofa, musica e danze di origine africane che contribuiranno all’origine del fado. Lisboa, na Cidade Negra si presenta come un romanzo impegnato, un opera sopra la Politica, nel migliore senso di questo termine, quindi non solo per narrare la memoria della città, che è il ricordo delle tante persone che l’abitarono, ma anche per mostrare il diritto alla cittadinanza che hanno gli africani a Lisbona.

Un fatto emblematico è quello dei guineani di Largo de Sao Domingos, a Rossio, luogo dove la presenza nera è verificata dal secolo XVI°, epoca in cui gli schiavi che erano impegnati come imbianchini e intonacatori si riunivano lì per stabilire i prezzi con i clienti. E’ quindi dovere della memoria dichiarare che gli africani sono nel centro della città da molti secoli. Il grande filologo portoghese Joesé Leite de Vasconcelos racconta che il mestiere dell’intonacatore in quello stesso punto della città è andato avanti fino al secolo XIX°.

Il quartiere di São Bento, era la destinazione invece dell’emigrazione capoverdiana negli anni 60′ del XX° secolo ma è comunque legato alla prima ondata di schiavi arrivati in Portogallo nel secolo XV°, dediti nella maggioranza dei casi ad attività legate alla navigazione. Joaquim Arena, scrittore, giornalista e musicista capoverdiano, afferma nel libro Quando se diz: Vamos a São Bento che per molti era come dire “andiamo a Capo Verde”. In questo libro troviamo la descrizione affettuosa circa un modo di vivere fatto di soave nostalgia della morna, il celebre canto capoverdiano, e il legame essenziale alla vita attraverso la cachupa, il piatto dell’arcipelago fatto di miglio, e la convivenza infine con un bicchiere di grogue in mano.

Tutto questo è possibile trovarlo nel ristorante del senhor Chico in rua Poço dos Negros o nella Casa da Dona Dêdês, entrambi punti di passaggio dei capoverdiani in città.

I nuovi scopritori

Un’immagine di Lisbona, a partire dal punto di vista dei lisboeti africani, “i nuovi scopritori”, rivela una comunità alla ricerca di se stessa, come all’integrazione con la società portoghese. «La nostra rappresentanza politica è nulla, la vita associativa gira attorno alle feste ed al cibo, la dimensione “africana” alla fine è costituita da questi elementi: balli, ritmo e cibo», dichiara il coreografo capoverdiano Tony Tavares.

Il cantante Geral D, portoghese di origine mozambicana, mette il dito nella piaga, «Lisbona non è una città multiculturale. Noi altri siamo rilegati nelle periferie. La nostra gente è ghettizzata».

Ma intanto, sempre nella descrizione dei ghetti africani, il punto di partenza di Lisboa, na cidade negra, parte sempre dalla constatazione ottimistica della vitalità della cultura africana.

A Marianas quartiere della linea di Cascais, l’etnologo descrive una sessione di Batuque, spiega le sue origini e invoca i nomi dei grandi veggenti Nacia Gomi, Mita Pereira e Ntóni Denti D’Oro. Nel bairro disagiato di Cova da Moura nel comune di Amadora, esiste un associazione Moinho da Juventude, creata per gli abitanti, con un Centro di formazione e un gruppo di batuque e una biblioteca dedicata ad uno dei maggiori poeti portoghesi viventi, Antonio Ramos Rosa, che il giorno dell’inaugurazione affermò: «sono in un luogo magico della vita e della sensibilità. Questo è il Portogallo. Un luogo meticcio».

Il libro termina in Cacilhas, nell’altro lato del fiume Tago, con una panoramica della città vista da lontano. Già con una certa saudades di Lisbona. A Cais do Sodré dove migliaia di lavoratori, bianchi e neri, prendono quotidianamente il battello per andare a lavorare nella capitale. Un movimento quotidiano di uomini e donne che, nello stesso tempo, abitano e non abitano a Lisbona.

Luogo dove Maria offre al narratore il disco: Lisbona, capitale della nostalgia, Lisbona nelle canzoni capoverdiane. La saudade di tutti gli africani che costruirono le loro identità a Lisbona, e ci rimasero per sempre, come il personaggio, un’enigma. Saudade del giorno 25 di aprile del 1974, invocato nell’epilogo dall’artista plastico capoverdiano, Carlos Moreira Gonçalves. Il giorno che marcò la rinascita politica tanto del Portogallo come dei paesi africani di lingua portoghese. Saudade del futuro.

Intervista a Jean-Yves Loude

L’antropologo e scrittore francese Jean Yves Loude ha dedicato nella sua vita un’attenzione particolare all’Africa, pubblicò Dialogos em Preto e Branco (Dialoghi in bianco e nero) assieme allo scrittore camerunense Kum a Ndumbe III. Lavorò nel cinema come sceneggiatore del regista tunisino Fitouri Belhiba.

Nei confronti dei Palop (paesi africani di lingua portoghese) scrisse Capo Verde, note Atlantiche, frutto del conoscimento intimo del paese, dove effettuò anche una raccolta di musica tradizionale, su richiesta al Ministero della Cultura, della durata di 130 ore, depositata nell’archivio storico della città di Praia.

Partecipò al Este verão all’Africa Festival 2007 nella capitale portoghese, dove presentò il suo libro sulla Lisbona africana. Questo autunno verrà pubblicato in francese Actes Sud, un opera su S. Tomè e Principe, Golpe de Teatro em S. Tomè, con disegni di Alain Courbel, edito anche nella versione portoghese.

In questo libro ai vari membri della comunità africana viene posta una domanda: Lisbona è un città africana?

Dobbiamo diffidare da formule troppo sempliciste. No, Lisbona non è una città africana ma è l’Africa a far parte di Lisbona. Mi piacerebbe dire che Lisbona, una città africana, può essere, per chiunque lo voglia, un viaggio in Africa lungo le sponde del Tago.

E’ stata l’evidenza della visibilità cromatica dell’Africa a Lisbona dei nostri giorni che svegliò la mia attenzione. Feci una ricerca sopra l’impronta di Capo Verde a Lisbona e i miei amici, per la maggior parte capoverdiani, orientarono la mia attenzione verso una presenza africana molto più antica di quella recente della seconda metà del XX° secolo: una presenza di cinque secoli, legata all’uso permanente degli schiavi per effettuare i lavori più duri della vita quotidiana della capitale. Questo sin dal 1445.

Lisbona è così diventata nel corso dei secoli una città abitata dall’Africa. Come dice il mio libro, e tutti i ricercatori prima di me, questa presenza influenzò forzosamente la costruzione di una identità lisboeta, si sa che i neri partecipavano a tutte le attività, lavorative e ludiche. Questa specialità di Lisbona, anche se altri porti europei hanno fatto uso seppur in maniera minore di mano d’opera nera composta da schiavi, rede oggi un ambiente molto particolare la città di oggi per chi arriva dall’Africa.

Il narratore ricerca una figura limpida, che si trasformi costantemente: Maria Fantasma, Maria Ribelle, Maria Enigma. Cosa simbolizza questa figura?

Dopo aver letto i numerosi lavori scientifici dedicati a questa presenza silenziosa della popolazione di colore a Lisbona lungo i secoli, mi sono reso conto di come la tematica continuava ad essere sconosciuta a gran parte del pubblico. A cosa serve la ricerca universitaria se non a far evolvere la mentalità e ridurre il peso dei preconcetti?

Io sono un etnologo e per questa ragione decisi di restituire al pubblicato i risultati della mia ricerca scientifica attraverso un opera letteraria. Fu così che i miei diari di viaggio, pubblicati nell’edizione francese, Actes Sud, è diventato una specie di intrigo poliziesco, dove i cadaveri sono rappresentati dalla memoria assassinata.

Lisbona, una città africana, è un esempio di questo tipo di romanzo.

In pratica introduco un filo immaginario non lontano dalla mia esperienza. L’eroe potrei essere io stesso, però in una situazione inventata: un uomo, uno straniero, parte per Lisbona in cerca di una donna, una presentatrice radiofonica nera che abbandonò la trasmissione dedicata all’apprendimento della lingua portoghese dopo il rifiuto dell’editore di trasmettere una lezione sulla presenza dei neri a Lisbona, una conseguenza delle scoperte portoghesi, è evidente che Maria, un mio personaggio, dovrà avere una personalità, forte, ribelle, passionale e senza concessioni. Un anima ferita, assolutamente dedita alla lotta contro l’ignoranza e la perdita di coscienza.

E in questo punto che si colloca il compito dell’artista e dell’intellettuale.

Io vorrei che questo nostro mondo futile ricordi quanto in passato è accaduto. Maria è per me il simbolo della resistenza, di questa esigenza di dovere della memoria che questa nostra società dell’immagine, dell’industria della stupidità, si ostina a ridurre o semplificare.

Nel secolo XVI°, circa il 10% della popolazione di Lisbona era costituita da schiavi africani. Cosa è successo a queste persone?

Come spiegato nel mio libro, la presenza dei “negros” a Lisbona diminuì lungo il XIX° secolo e quasi scomparì a inizio del XX°.

Uno strano fenomeno se si conosce l’importanza numerica in senso alla popolazione nei secoli precedenti. Le precedenti richieste non danno una spiegazione chiara al perché di questa scomparsa. Le cause sembrerebbero multiple. Le leggi del Marquês de Pombal vietarono, a partire del XVIII° secolo, nuove importazioni di schiavi neri a Lisbona, con il fine di sviare il traffico in Brasile, nei territori dove mancava mano d’opera per le piantagioni. L’interruzione di questo flusso umano costituì una prima causa.

Questa decisione trovava giustificazione nella paura che gli schiavi liberati inspiravano nella società portoghese.

Al contrario degli schiavi, questi non avevano né utilità né statuto. Finivano frequentemente nella delinquenza. Esiste un registro che prova un elevato numero di schiavi liberati morti nelle prigioni. Molti di loro morirono senza lasciare eredi. Gli schiavi e i neri liberati (erano considerati come dei deviati) disobbedienti e incontrollabili venivano inviati in Brasile.

Ci sarebbe poi un’altra ragione, non confessata: l’incrocio delle “razze”. Si sa, grazie a numerose testimonianze, di quanto le mescolanze fossero considerate vergognose. I paesi vicini non si astenevano a criticare la società portoghese per la tendenza disastrosa di mischiare il sangue, sinonimo di imbastardimento.

Proprio le autorità portoghesi denunciarono questa pratica ed instaurarono l’esame della purezza del sangue per i concorsi nelle amministrazioni pubbliche. Ma senza successo.

E’ inevitabile arrendersi all’evidenza: la visibilità dei neri diminuì nel passaggio tra i secoli XIX e XX, una delle ragioni è la tendenza della popolazione di colore ad mischiarsi con la popolazione europea.

Un caso emblematico è quello di Alcácer do Sal, cittadina dell’Alentejo, famosa perché risulta nei tratti somatici e nel colore della pelle delle persone l’avvenuto mescolamento della popolazione di colore con quella locale.

La popolazione di colore lavorava in attività di navigazione e esercitavano professioni come imbianchino, portatore di acqua e venditore di pesce. Ma in che condizioni lavoravano?

Gli schiavi neri lavoravano per i suoi signori, che intascavano la loro pagava giornaliera, lasciando loro solo una parte infima. Alcuni signori affittavano i suoi schiavi al giorno, alla settimana o al mese.

Affittare schiavi era considerata un’attività molto remunerativa. Gli schiavi circolavano nelle strade, ma con un unico obbiettivo di far rendere al massimo il loro lavoro, per il profitto del loro padrone o di chi li aveva momentaneamente affittati.

Erano in genere considerati docili e obbedienti, soprattutto all’inizio di questo sistema e vivevano sotto minaccia permanente di essere inviati nelle officine dei fabbri o in miniere, considerati come un castigo. Inoltre esistevano varie forme di castigo corporale adottate dai signori che desideravano castigare gli schiavi insolenti o fuggitivi.

La tortura della “goccia calda” per esempio. Piccoli annunci erano pubblicati per aiutare a catturare gli schiavi che fuggivano dalla casa del signore. Gli schiavi risparmiavano tutto quello che potevano, frequentemente anche a scapito della propria alimentazione e della salute, in modo da poter ricavare la somma monetaria necessaria alla propria liberazione, o a liberare i membri più vicini della sua famiglia. Molto frequentemente, gli sforzi finivano per ucciderli prima di ottenere l’obbiettivo della liberazione.

Il problema degli ex schiavi, per la società portoghese, era nella perdita di interesse economico di uno schiavo liberato che spesso non riusciva a trovare un lavoro e tornava dove era riuscito ad uscire o viveva nella marginalità. Fino al XIX secolo i “negros” di Lisbona, tanto schiavi quanto liberati, continuavano a esercitare la funzione di imbianchini o di venditori di pesce, molluschi, lupini e frutta.

Lei ha partecipato recentemente a Lisbona all’Africa Festival. Qual è la sua percezione circa la produzione artistica e dell’associazionismo nella comunità afro-portoghese?

Sento il dovere di fare un sincero omaggio a Paula Nascimento, programmatrice e responsabile del Festival. Ecco qualcuno che costruisce il futuro dando visibilità alle comunità africane di Lisbona, offrendo uno spettacolo pieno di vitalità, proveniente da tutti i paesi di questo continente, e non solamente dai paesi africani di lingua portoghese.

Con l’Africa Festival di Lisbona si fa finalmente un passo in avanti che era indispensabile perché tutti i suoi abitanti si riconoscano in questa città. Il fatto di associare un libro come Lisbona, una città africana, ad un evento dedicato alla musica e al cinema è stato un atto coraggioso.

Nel libro si da voce agli attori neri della città, chiedendo loro di esprimere i loro sentimenti in relazione a Lisbona. Volevo cogliere lo sguardo dei nuovi scopritori della città, cercando di riequilibrare la testimonianza degli europei nei riguardi del mondo che sono andati in  passato a conquistare e colonizzare. Volevo inoltre condividere il mio piacere per la scoperta di espressioni artistiche provenienti da questa parte della società lisboeta: ballerini, pittori, musicisti, attori, che portano le loro specificità angolana, mozambicana, guineana, saotomense e, chiaramente, capoverdiana.

Vorrei che i lisboeti si rendessero conto del privilegio che hanno.

E’ innegabile che le notti di Lisbona non sarebbero le stesse senza l’Africa. Intanto, sarebbe necessario non ridurre la partecipazione degli africani allo sport e alla danza. Gli africani partecipano anche a diverse attività non artistiche, dimenticate dai giornali, che includono, da molto tempo, le opere di costruzione civile, ci sono poi veterinari, medici,  giornalisti, ricercatori, ecc.

Quando è che i giornali daranno conto del destino brillante dei suoi figli della periferia, invece di considerarli una minoranza di “deviati” condannati a odio e rabbia?

Conosce bene Capo Verde, paese su cui ha realizzato vari studi. Come vede l’integrazione con di questa comunità in Portogallo?

Secondo i capoverdiani che vivono nella capitale, Lisbona è la decima isola dell’arcipelago. I capoverdiani integrano Lisbona nella loro cultura, candandola in Morne e Coladeiras. E’ stato persino dedicato un CD a questa espressione particolare. Non ho fatto e non intendo fare del libro un’inchiesta sociologica, ne esistono già diverse.

La comunità capoverdiana a Lisbona è nelle condizioni di fornire tutte le risposte alle domande sull’integrazione. Tradussi le testimonianze degli emigrati appena arrivati, la delusione delle donne all’idea di dover vivere nelle baraccopoli, la difficoltà di incontrare uno spazio proprio e la soddisfazione di arrivare finalmente ad averlo, in seguito ad una lotta durissima. Evocando i film realizzati sopra questi temi, mi avvicino al grave sentimento di disorientamento dei giovani capoverdiani di seconda generazione di emigrati, nati in Portogallo.

Spesso non si sentono portoghesi ma nemmeno capoverdiani, parlano il creolo in casa, e vivono insuccessi quotidiani, prima nella scuola e poi nella società. L’intervista con Geral D illustra bene questo sentimento che provano i giovani, anche se lui è di origini mozambicane.

Come fece in Capo Verde, durante un decennio, scrivendo libri e incidendo dischi, cercò di mostrarne il valore, in quanto patrimonio dell’umanità, di una cultura poco divulgata e che merita di essere conosciuta. Cercai di riprodurre questa forma di lavoro a Lisbona, avendo come punto di partenza la constatazione ottimistica della vitalità culturale africana, e particolarmente capoverdiana, ma vidi una mancanza di risposte positive a livello istituzionale ai problemi della reale integrazione dei giovani dei sobborghi periferici.

di Rui Martinho

Traduzione di Alessandro Allori

 

Rui Martinho è nato a Lisbona nel 1977, a São Jorge de Arroios. Ha vissuto per diverso tempo a Carcavelos. Vive attualmente a Lisbona ed è uno dei responsabili delle “Conversas”, gruppo di scambio linguistico italo-portoghese. 

 

 

 

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Rui Martinho e di Alessandro Allori a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

 

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