Deviazioni – storie di un italiano a Lisbona

…che il mondo fosse cambiato l’11 settembre del 2001 o in un’altra giornata particolare degli ultimi trenta o quarantamila anni, per noi comunque era cambiato tutto quando il naturale fabbisogno d’amore, coltivato e incoraggiato dall’industria dell’innamoramento (cinema viaggi fiori dolciumi e canzoni…), ci aveva fatti diventare genitori tra la fine del vecchio e l’inizio del nuovo millennio.

Tutto ciò sarebbe potuto avvenire ovunque, ma nel nostro caso, sia detto non di passaggio, avvenne a Lisbona. Quando scriverò il mio primo romanzo, quando a questi volti volgari e noti avrò dato uno spessore metaforico e una psicologia coerente, Lisbona nel titolo dovrà esserci, perché dal punto di vista commerciale pare che funzioni. A Lisbona alcuni ci arrivavano per caso e si fermavano di proposito, altri ci arrivavano di proposito e si fermavano per caso. Questi ultimi erano quelli che si lamentavano di più. Erano diventati insofferenti verso una città che li aveva delusi.

Il loro sottotesto era: fossi a Londra o a Parigi, a quest’ora le mie doti avrebbero trovato ben altro impiego. Gli altri, quelli che vi si erano fermati di proposito, ricordavano ancora con un fondo di commozione il giorno in cui avevano detto il fatidico sì alla città. È come quando, dopo il divorzio, ti restano ancora le foto in tight o velo bianco a farti tenerezza dal basso del comò o dal fondo di una scatola d’anticaglie domestiche.

A questo proposito, va detto che nessuno di noi, dopo quel fatidico sì alla città, ne aveva pronunciati degli altri. Cioè nessuno si era sposato; semplicemente, come da un giorno all’altro avevamo abbandonato i nostri posti letto in affitto per andare armi e bagagli a convivere con la persona con cui eravamo stati visti più spesso al cinema e sulle panchine dei belvedere più romantici, così qualche tempo dopo cominciarono a spuntare rotondità inequivoche sotto le magliette delle donne. In quegli anni già si parlava tanto di coppie di fatto, omo ed etero, con o senza diritto alla prole. Molti se ne scandalizzavano, i giornali aprivano al dibattito, mentre noi realizzavamo silenziosamente il “di fatto” di un “de iure” intorno a cui si faceva molto rumore e, come dicono gli spagnoli, pocas nueces, poche noci.

In breve scoprimmo che la pratica più innaturale cui l’essere umano si dedicava da non più di un paio di generazioni non era né l’omosessualità, né la monogamia, né qualunque altra forma di “gamía”, bensì la protezione prolungata e sempre più totalitaria dei propri cuccioli.

E non si trattava nemmeno di proteggerli dagli attacchi provenienti dal bosco dei lupi o dal cielo di Al Qaeda, ma dai compagni di nido che mordono, dai deleteri giocattoli di plastica (specie se importati dalla Cina), dagli effetti lobotomici della televisione sui loro piccoli cervelli e da quelli patogeni del latte di mucca sull’epidermide e le vie respiratorie. Era la nostra vera perversione. Ripensavamo alle nostre infanzie trascorse per strada o davanti ai primi canali televisivi privati, quelli in cui un robot d’acciaio rompeva le corna ad androidi belluini o la bidella delle elementari faceva gli spogliarelli dopo mezzanotte, e già avevamo deciso che d’ora in avanti la storia sarebbe stata un’altra: non avremmo lasciato i nostri figli in balia neppure del primo cartoonist che non avesse almeno vinto un premio speciale della giuria in qualcuno dei festival segnalati dalla stampa specializzata.

Quei primi anni da genitori furono anni di grande concentrazione, e qualcuno avrebbe dovuto dircelo che quel ritmo non l’avremmo retto, che bisognava correre sì, ma con souplesse.

Brano tratto da “Deviazioni – storie di un italiano a Lisbona” di Marcello Sacco (Tuga Edizioni, 2019) per gentile concessione dell’autore e della casa editrice. 

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