La costruzione del male. Recensione a “Io Khaled vendo uomini e sono innocente”

«Faccia qualcosa» dice la signora Delgado a Pereira. Lei è ebrea, profuga, perseguitata e nessuno denuncia ciò che sta accadendo nell’Europa in fiamme degli Anni Trenta . «Qualcosa come?», risponde il vecchio giornalista del celebre romanzo di Antonio Tabucchi che ancora non riesce a vedere, non sa scrivere l’orrore che avviene intorno a lui.

Qualcosa come? E’ sempre più inquietante oggi questa domanda:

lo scenario internazionale è scosso da eventi complessi e spesso la carta stampata non ha parole per raccontare i conflitti in Medioriente, la questione dei migranti. Il giornalismo ha la fretta della notizia, l’onda dell’emozione da cavalcare, la miopia della semplificazione, rimuove le zone grigie dove la distinzione tra bene e male è più sottile perché passa attraverso la costruzione delle coscienze.

Occorrono tempi lunghi per ascoltare, capire, fare pulizia da stereotipi inutili, ricostruire con calma il filo intricato degli eventi che hanno portato ad un conflitto. Occorre saper vedere come ci adagiamo su comodi pregiudizi e andare oltre. Allora lì dove il giornalismo si arresta può arrivare la letteratura a raccontare la complessità, a scardinare concetti preconfezionati, a scuotere con il tarlo del dubbio ogni scontata certezza, a dare voce al rimosso. E spesso restano muti non tanto le vittime come i migranti, di cui viene giustamente raccontato con dovizia il martirio, la fuga dal proprio paese, le detenzioni, i terribili naufragi. La voce viene negata a coloro che li torturano, li stuprano, li mettono su imbarcazioni di fortuna in balia delle onde, sono solo un ruolo, non una coscienza. Ma anche questo ora non basta più, è diventato un cliché giornalistico che ci rende sordi alla comprensione, all’empatia. Occorre dare voce anche ai “cattivi” per dare uno sguardo reale su ciò che avviene sull’altra sponda del Mediterraneo.

E’ quello che ha fatto la giornalista e scrittrice Francesca Mannocchi nel suo romanzo Io Khaled vendo uomini e sono innocente (Einaudi, Stile Libero Extra, 2019).

Nella foto Francesca Mannocchi

«Mi sono accorta che in sei anni di reportage dalla Libia in cui avevo raccontato il dramma dei migranti non avevo smosso di una virgola l’opinione pubblica, e io stessa non avevo capito nulla, semplificavo tutto dividendo la realtà in buoni e cattivi – spiega la Mannocchi in un incontro in un bibliocaffè romano al Pigneto – questo libro è nato da un senso di fallimento e da un atto di umiltà: fallimento del giornalismo che ha raccontato i migranti solo come vittime ma questo non ha evitato le derive di destra. Umiltà e sfida anche con me stessa e con la scrittura perché ho dovuto fare pulizia da tutti gli stereotipi che avevo inconsciamente usato nella comprensione della realtà libica, avevo rimosso i quarant’anni di dittatura di Gheddafi, il nostro passato coloniale. Ho ripreso i miei appunti e dalle tante storie ascoltate è nato Khaled, io sono scomparsa, lui a incominciato a raccontare la sua storia. Il mio libro è la sua voce».

Khaled è un trafficante di migranti, organizza i viaggi sciagurati in mare, un anello medio della catena, ha boss sopra di lui che gli danno ordini. Non aspira al vertice perché non vuole rischiare, mira solo a mettere da parte una bella somma di soldi e poi smette, dice a se stesso. Gestisce la manovalanza, a lui si rivolgono per avere lavoro, perché i migranti sono l’unica attività che rende, uno “stoccaggio merci” sempre disponibile, infatti dall’Africa non si può arrivare in Italia per vie legali. Ci sono solo i gommoni.

I migranti sono l’unico “bancomat” che ancora funziona perché in Libia le banche non danno più soldi, controllate da ragazzini di vent’anni con il mitra in mano. La Libia ha 5 mila abitanti e 4 milioni di armi. Un paese che naviga nel petrolio ma non paga gli stipendi ai dipendenti statali.

A Bengasi, a Misurata l’energia elettrica è erogata solo poche ore al giorno, avere un generatore vuol dire potersi permettere un frigorifero per non far marcire il cibo, aria condizionata per dormire di notte.

Ci vogliono soldi, Khaled li prende dai migranti, paga i suoi scagnozzi, migliora la qualità di vita di sua madre. Il sistema in cui è inserito è molto simile a quello mafioso e camorristico: ognuno ha il suo ruolo, chi sgarra paga senza pietà. Tutti corrotti, la guardia costiera, i politici.

Anche le delegazioni umanitarie “sanno che non devono chiedere e non chiedono”. Così da una sponda all’altra del Mediterraneo si fa finta di non sapere chi sono i veri colpevoli delle partenze da Garabulli, perché chi controlla il traffico dei migranti si occupa anche della sicurezza delle raffinerie di petrolio. C’è un gasdotto che da Tripoli arriva fino a Gela, in Sicilia, ma nessuno ne parla, è nascosto dai cadaveri in fondo al mare che depistano l’attenzione dell’opinione pubblica, tengono alta la tensione. Le partenze, i morti, i naufragi sono un’arma di ricatto per gli accordi internazionali e per le politiche dei paesi coinvolti, dal Medioriente all’Europa.

Così, spiega Khaled, «tutto si tiene». E le guerre non sono per la libertà o per spartirsi le zone di influenza, ma per i soldi e per il petrolio: tutti lo sanno «tranne i giornali occidentali che non capiscono mai niente. Scambiano i topi per elefanti».

E’ qui che tutto perde ogni senso morale. O meglio: ci obbliga a riformulare ogni senso morale, a metterci nei panni dell’altro, del diverso da noi. Così per i migranti Khaled è una “brava persona” perché dà loro la possibilità di partire per una vita migliore. Se poi affogano non è affar suo, il rischio c’è e lo sanno, si giustifica Khaled. E’ un alibi che si crea, per non sentire le voci dei naufraghi che lo tormentano di notte, come Fouzieh, la siriana di Homs che appare nei suoi incubi e lo accusa di averla mandata a morire con il suo piccolo Bilal, perché “tutti pensano a salvare se stessi e nessuno salva nessun altro in mare, signor Khaled”.

Le vittime quasi mai sono solidali tra di loro, la storia lo insegna, l’inferno è fatto di gironi che rispettano regole crudeli.

Così anche i trafficanti hanno una gerarchia dei disperati. I siriani vanno trattati meglio perché pagano bene, hanno soldi e dunque se vogliono un salvagente a testa gli si può estorcere un supplemento. Gli eritrei sono sempre “un buon carico” perché sono puntuali nel dare la quota.

Gli ultimi sono “i negri” ammassati come bestie nei centri di detenzione, in barca hanno posto solo in fondo, nelle stive. “I negri sono una garanzia” sono “l’olio dell’ingranaggio”.

Khaled eterna la logica di sempre: “i negri” vanno trattati da schiavi, come tutti hanno sempre fatto. E anche quando stupra una nigeriana, Khaled lo fa per rispondere ad una logica di appartenenza al branco, perché glielo ordina il suo boss. Perché così fan tutti, ora, in Libia.

Francesca Mannocchi racconta una polifonia della disperazione in cui ognuno ha il suo dolore, sia vittime che carnefici: «oggi non ho più passato, non ho ancora un futuro. La Libia ha sospeso la nostra vita», scrive alla madre l’eritreo Yohannes in attesa di partire, sua moglie non parla più, guarda solo a terra e vuole morire dopo le violenze che ha subito in Sudan. Ma anche quella di Khaled è una vita sospesa, incapace di fare altre scelte.

La banalità del male di Hannah Arendt è un riferimento ineludibile di questo libro, così come le riflessioni di Primo Levi ne I sommersi e i salvati sulla “zona grigia” dei carnefici. Ma la Mannocchi spinge il suo sguardo ancora più in là, risale alle radici della costruzione del male, mostra il percorso di formazione di una cattiva coscienza: l’impossibilità di un individuo di scegliere il bene per la catena delle colpe che lo hanno preceduto. Khaled anestetizza la propria coscienza: «non sento più nulla» dice «sono salvo». Ed è molto significativa la foto di copertina di Alessio Romenzi con un ragazzo che si tappa tutto il volto con le mani, non vuole vedere, non vuole vedersi.

Khaled infatti sarebbe stata una brava persona, un onesto ingegnere se la storia glielo avesse permesso, ma gli eventi sono andati in tutt’altra direzione. Non a caso la prima parte del libro è dedicata all’infanzia del protagonista, con da un lato la saggezza del nonno beduino che gli insegna il rispetto per le cose e per la natura, ad ascoltare la voce del deserto, a sognare la libertà; dall’altra il regime del terrore di Gheddafi, che impone anche ai bambini della scuola dell’infanzia di assistere alle pubbliche impiccagioni. Quando il piccolo Khaled voleva capire ciò che stava succedendo, si sentiva ripetere «le domande sono odiose», «stai zitto», perché in Libia anche i muri hanno orecchie, e ogni critica è pericolosa. Così inventa un gioco con la sorella Amina, un loro linguaggio segreto in cui Gheddafi è Carlos Santana perché assomiglia al cantante, per poterlo prendere in giro senza che nessuno capisca. Ma non c’è difesa che lo salvi, il male è entrato nella sua casa e sporca ogni cosa: il padre è diventato una spia del regime, la madre, eterna sognatrice, è costretta a tenere la televisione sempre accesa sui discorsi del dittatore. Poi arriva la rivoluzione, la speranza del cambiamento, Khaled è un giovane pieno di entusiasmo, segue nella rivolta il fratello maggiore Murad. Il popolo è in festa. Libero.

Ma il massacro del corpo di Gheddafi sulla pubblica piazza è già l’annuncio di un fallimento, l’arrivo di un nuovo inutile bagno di sangue. Tutto cambia perché nulla cambi. Il popolo libico anestetizzato da decenni di regime, sempre vissuto obbedendo al dittatore Fratello-guida, come un eterno adolescente stolto non sa scegliere un’altra via. Gheddafi è morto ma ha “lasciato la dittatura nella testa di tutti noi”.

E «sono stati tutti presi dal panico, liberi per la prima volta, non sapevano cosa farne della libertà, come uccelli rimasti in gabbia per lungo tempo».

Nel vuoto postrivoluzionario si scatenano le fazioni prima schiacciate dal terrore, come è già accaduto nella storia, come ad esempio nella Jugoslavia post Tito. Così incomincia la lotta feroce tra bande armate. Poi i paesi europei hanno accreditato come degni rappresentanti della Libia solo piccoli capi locali.

Quando la madre rimprovera Khaled di essere un trafficante di migranti, il figlio risponde che loro non sono stati migliori di lui perchè non hanno avuto il coraggio di opporsi alla dittatura, ma come i camaleonti hanno modellato le loro menti all’obbedienza al potere. Protestare, scegliere di cambiare non è facile quando il ricatto è la paura. Il male è assenza di bene diceva Sant’Agostino, questo non rende Khaled innocente, ma il titolo del libro ci provoca, ci interroga su quante possibilità avesse realmente di non essere un trafficante. Spesso il libero arbitrio è un lusso che non tutti si possono permettere. Khaled è il simbolo di quella cosiddetta “primavera araba” che non è mai fiorita: giovani che hanno sognato la libertà e invece hanno visto perpetrarsi il sangue e il terrore in cui erano cresciuti.

Il male ha radici lontane. La Libia è nata non da un’identità di popolo: è un rettangolone di terra in cui la storia coloniale ha rinchiuso tribù da sempre in conflitto, con tanto deserto intorno.

E tanto petrolio, tanto da essere la sua condanna, da farne preda continua di paesi europei. Anche l’Italia ha fatto la sua parte: «la colonizzazione italiana era finita, sulla carta, ma i coloni italiani erano ancora il capitale economico della città. Pur di lavorare, – diceva il nonno – agli italiani si era perdonato tutto anche i campi di concentramento. I poveracci andavano al porto all’alba, aspettavano in fila ai cancelli e gli italiani cominciavano a scegliere gli operai, scartavano i più vecchi, i più magri, i malconci. I più fortunati entravano, una giornata di lavoro è meglio di niente, agli altri non restava che tentare il giorno dopo». Il male eterna se stesso: oggi la stessa logica dei sommersi e i salvati è applicata dai trafficanti che decidono chi può partire da Garabulli, e con quali margini di sicurezza, con quante probabilità di finire in fondo al mare.

In questi giorni in Libia si combatte l’ennesima guerra tra bande, ma ora l’asse del conflitto si è spostato e i paesi europei con le loro pretese di diplomazia sono solo le comparse di una lotta per il potere tutta interna al mondo arabo, come spiega bene la giornalista Francesca Mannocchi in questo video ironicamente didascalico, ma molto efficace, nella trasmissione Propaganda live. Ma se la giornalista denuncia le complessità ignorate, la scrittrice e ancor prima poetessa Francesca Mannocchi racconta anche la speranza attraverso il personaggio luminoso del nonno di Khaled, custode dell’antica saggezza dell’Islam, delle parole di pace del Profeta e dei mistici Sufi.

E’ la voce della coscienza buona del protagonista. E’ il giornalismo che si fa letteratura per riscoprire la nostra essenza umana nella magia del deserto raccontata nella Bibbia e nel Corano, nei testi antichi che hanno costruito le civiltà del Mediterraneo secondo principi di pace e di convivenza. Il romanzo si chiude con Khaled che ricorda le parole incantate del nonno: «se vuoi capire la Libia attraversa le dune, segui i sentieri degli altri, interpretali, nelle traiettorie di chi ti ha preceduto troverai il senso del viaggio e in mezzo a quei cammini sovrapposti, rintraccerai il tuo».

«Fate qualcosa» continua a chiederci la signora Delgado dal romanzo Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi.

Qualcosa come?

Qualcosa come il libro di Francesca Mannocchi.

 

di Maria Cristina Mannocchi 

 

Maria Cristina Mannocchi ha insegnato Italiano e Latino nei licei romani, ha pubblicato Tempeste e approdi, la letteratura del naufragio come ricerca di salvezza, (Ensemble 2012) e La trama dell’invisibile, sulle tracce di Antonio Tabucchi, (Ensemble 2016). Attualmente sta facendo un dottorato presso la Facoltà di Lettere di Lisbona, con un progetto di ricerca sulla Medicina Narrativa.

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Maria Cristina Mannocchi a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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