Di quel giorno d’estate in cui Pereira cominciò a frequentare il futuro

Mi è sempre piaciuto ritagliarmi dei momenti di solitudine per rileggere quei libri che oramai conosco quasi a memoria, che ho amato all’istante e divorato. Il tempo passa in fretta e ci cambia profondamente: così, leggere di nuovo qualcosa che già si conosce, che ha lasciato in noi il segno indelebile di grandi emozioni, diventa una necessità seducente, un’esperienza sempre nuova ed intensa, che non smette mai di stupirci, accompagnandoci in quel complesso percorso che porta alla scoperta – e riscoperta – di noi stessi. Come scriveva Roland Barthes ne Il brusio della lingua, il desiderio è una componente essenziale della lettura, la quale altro non è che un’attività richiedente un’inviolabile, sacra solitudine per la sua piena realizzazione: per far sì, cioè, che il lettore possa godere a pieno dell’estasi derivata dal vivere, in solitudine, esclusivi momenti di piacere col proprio libro.

Come le prime letture, anche ogni rilettura mi regala un momento di appagamento esclusivo, coinvolgente, sconcertante. Pur conoscendo la fine della storia, non riesco a non emozionarmi e meravigliarmi come la prima, bellissima volta, chiaramente in termini ed intensità differenti.

Per questo motivo, quando una mia cara amica mi ha inviato la foto dell’adattamento a fumetti di Sostiene Pereira, uno dei miei libri preferiti, non ho potuto resistere: pubblicato nel 1994,  ben 25 anni fa, è uno dei libri più celebri di Antonio Tabucchi; nello stesso anno della pubblicazione il romanzo vince il Premio Campiello, mentre nel 1995 il regista Roberto Faenza ne trae il film omonimo, con Marcello Mastroianni nel ruolo del protagonista. L’ho quindi comprato immediatamente e letto d’un fiato, quel fumetto tratto da uno dei miei libri del cuore, in una sera di magnifica solitudine.

C’è una leggera, piacevole brezza atlantica, quella mattina: la medesima di quando il vecchio responsabile della pagina culturale del “Lisboa” si ritroverà a ballare con la giovane Marta in una sfavillante Praça da Alegria, in balìa di vecchie emozioni dimenticate, sentendosi un minuscolo puntino, appena di passaggio e confuso, in un universo sconfinato.

Pereira è un uomo di cultura, grasso ed infelice, che si nutre del suo passato: credendo di esser fatto di soli ricordi, egli quasi non vive più, accettando tutto passivamente. Ha l’abitudine di parlare col ritratto della moglie, pensa insistentemente alla morte e la attende, forse per ricongiungersi col suo unico, grande amore di una vita, e mettersi alle spalle un’esistenza portata avanti nell’indifferenza verso ogni cosa. Verso la vita e le sue piccole gioie e banalità quotidiane, verso una situazione politica asfissiante che mette in ginocchio un Portogallo non più libero, verso una Lisbona dolce e malinconica, dannatamente bella, che però puzza di morte in ogni angolo.

All’improvviso, come spesso accade, nell’esistenza indifferente di quest’uomo non più giovane e privo di stimoli s’insinua un lento cambiamento, che scuote la sua anima e dà un impulso alla sua coscienza, facendogli percepire a pieno la drammaticità del tempo in cui vive. Un bel giorno irrompono nella sua vita Monteiro Rossi, giovane laureato in Filosofia con una tesi sulla morte, ma fervido amante della vita, ingaggiato nella redazione del Lisboa per scrivere necrologi di letterati famosi – in realtà impubblicabili -, e la bella Marta dai lucenti capelli rossi, entusiasta rivoluzionaria. Monteiro e Marta sono due ragazzi innamorati e pieni di sogni, votati alla lotta, unica strada perseguibile nella Lisbona salazarista, incapaci di sottostare alle imposizioni del regime, perché avidi di libertà. Pieni di vita, proiettati verso un futuro radioso, fermi e coraggiosi di fronte alle difficoltà, i due giovani sono tutto ciò che Pereira non è mai stato e che forse, in virtù del nuovo “io egemone” che comincia a prendere il sopravvento nella sua intima congregazione di anime, vorrebbe iniziare ad essere; sono i figli che Pereira e la moglie non hanno mai avuto e che probabilmente avrebbero voluto, così belli, così decisi, così ribelli.

Una lenta trasformazione s’insinua, dunque, in Pereira, mettendo totalmente in discussione il suo fragile mondo di finte credenze. Ed ecco che il tenero e malinconico vedovo cardiopatico smette di frequentare lo sterile ed immobile passato per lanciarsi verso un futuro di propositi ed attese attraverso il presente, un presente che diventa sempre più tragicamente chiaro di fronte ai suoi occhi: quello del salazarismo in Portogallo e delle altre dittature europee, microcosmi di censura e violenza legalizzate, quello della guerra civile spagnola che avanza e della folle ed insensata esplosione delle leggi razziali. Pereira sente allora, finalmente, nel suo piccolo, la necessità di assumere il ruolo di denuncia proprio di un vero intellettuale, come gli ricorda Ingeborg Delgado, la signora ebrea incontrata casualmente in treno, quasi come un segno premonitore di quanto sarebbe accaduto in seguito.

L’adattamento di Sostiene Pereira di Marino Magliani e Marco D’Aponte, edito da Tunué (2016), mostra un ossequioso e fedele sentimento di rispetto al romanzo di Tabucchi: il mezzo è differente, certo, ma le emozioni veicolate sono le stesse, ugualmente coinvolgenti, amplificate da un uso ben ponderato dei colori e dei tratti del disegno. Anche nel fumetto Pereira è un testimone scrupoloso e fedele che lascia un’esaustiva narrazione-deposizione dello sconvolgimento della sua esistenza, il quale rispecchia uno scompiglio più grande, dalla portata universale: quello politico-sociale del Portogallo e dell’intera Europa. Non a caso il sottotitolo del romanzo di Tabucchi, opera dall’immenso tono civile ed umano, è, simbolicamente, “Una testimonianza”: una testimonianza presso il tribunale della storia e della letteratura, come scrive Paolo di Paolo nella sua bellissima prefazione al graphic novel; una testimonianza che il protagonista lascia per se stesso e per la propria coscienza (ri)trovata, per i suoi concittadini, per gli oppressi del suo tempo e per chi ancora, in futuro, si ritroverà nella condizione di dover patire e lottare a difesa delle proprie, basilari libertà.

In una Lisbona dai colori caldi, immersa in un’atmosfera da sogno, dove tuttavia non mancano i riferimenti alle violenze ed allo stadio di assedio perenne, seguiamo i tratti a volte nitidi, altre solo accennati, ritraenti un uomo che costruisce a poco a poco la sua identità, che vince gradualmente le sue paure in un dipanarsi di eventi tragici ed opprimenti, i quali gli fanno riscoprire le sue ragioni del cuore, solo sopite, e la sua coscienza civile.

Noi lettori siamo partecipi dei timori e delle piccole gioie di questo vecchio amante della letteratura, specie quella dell’Ottocento, che per lui, amante degli elogi funebri e dei necrologi anticipati, assume un senso essenzialmente mortuario. Eppure la vita esplode ogni giorno intorno a Pereira, mostrandosi radiosa e bella nei suoi piccoli avvenimenti. Ogni volta che ci immergiamo nel mare dei dolci ricordi del giovane che fu o quando ci risolleviamo dalla calura bevendo limonate in sua compagnia, noi lettori ci emozioniamo con Pereira, ci sentiamo investiti da un sentimento di tenerezza nei suoi confronti; lo stesso avviene quando ci rilassiamo seduti ai tavoli del Café Orquidea o scrutiamo al suo fianco l’oceano, accarezzati dalla brezza atlantica e baciati dal sole.

Ogni luogo vissuto da Pereira, disegnato con cura ed amore, è un piccolo universo a sé e rispecchia i moti più profondi della sua anima: i toni scuri e mesti del piccolo ufficio di redazione sono i segni inequivocabili dell’angustia e della morte interiore del giornalista, amplificati dal peso onnipresente della censura; l’azzurro vivido con cui vengono colorati il cielo ed il mare rendono tangibile la vastità di una Lisbona e di un litorale che esplodono gioiosi, liberi ed assolati; i toni caldi di giallo ed arancio investono di luce i momenti connotati dai dialoghi felici con Monteiro, con Marta e con il dottor Cardoso, spiragli di speranza nella monotonia quotidiana di Pereira, nonché spinte al risveglio della sua coscienza; ed ancora, il grigio ed il bianco sono tinte tristi che avvolgono la distante figura della moglie, relegandola in un passato fermo, oramai troppo lontano e non più recuperabile; infine, il bianco e nero, impiegati nella scena dell’irruzione della PIDE in casa di Pereira, sembrano placare d’improvviso le tenere melodie suggerite dalle atmosfere precedenti, relegando le terribili scene di violenza ad un silenzio profondo e doloroso, quasi inenarrabile.

Ad intervallare il bianco ed il nero, delle fugaci pennellate di rosso intenso, proprio come il colore del sangue versato dai tanti innocenti, per richiamare con pacatezza la morte inesorabile ed ingiusta di chi è spirato con dignità e sollievo, perché schieratosi dalla parte giusta della storia.

di Michela Graziosi

 

Michela Graziosi è dottoranda in Filologia Romanza presso la Sapienza di Roma, dove si occupa di lingua, letteratura e traduzione portoghese e brasiliana. Nei ritagli di tempo, fra un viaggio ed un altro, scrive di letteratura moderna e contemporanea, una delle sue passioni più grandi.

 

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Michela Graziosi a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita.

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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