Pantani dopo Pantani. Storia e leggenda di un dio terrestre

«Io non mi riconosco nelle due fazioni, quella dell’angelo e quella del diavolo. Troppo estreme, in un certo senso troppo comode. Mi riconosco in un libro: Pantani era un dio». (Gianni Mura)

Pantani dopo Pantani. Storia e leggenda di un dio terrestre è un articolo pubblicato su Il Salto il 18 febbraio 2018

Quattordici anni fa, nel giorno di San Valentino, nel giorno degli innamorati, se ne andava un amore sportivo e smisurato per tutti gli appassionati di ciclismo e di sport, moriva Marco Pantani. Soprannominato “il Pirata”, bandana colorata sul capo e orecchino, è stato l’ultimo dei ciclisti, nel 1998 (dopo Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Stephen Roche e Miguel Indurain), ad aver realizzato l’accoppiata Giro-Tour, la vittoria al Giro d’Italia e al Tour de France nello stesso anno.

Il 14 febbraio 2004, Marco Pantani fu trovato morto nella stanza D5 del residence “Le Rose” di Rimini. L’autopsia rivelò che la morte era stata causata da un edema polmonare e cerebrale, conseguente a un’overdose di cocaina. Tonina, la madre del campione romagnolo, ha affermato nel corso degli anni che il modo scelto dal figlio per assumere la droga o per suicidarsi, ossia l’ingestione di cocaina, non parrebbe verosimile, in quanto sarebbe morto prima di assumere tutta quella quantità, sei volte la dose letale. Forse il figlio è stato assassinato, simulando un’overdose, perché tacesse sui segreti scomodi legati al doping e alla squalifica nel 1999?

Era la mattina del 5 giugno di quell’anno a Madonna di Campiglio, durante un Giro d’Italia che Pantani stava dominando, quando emerse l’esito dei controlli svolti dai medici dell’Uci (Unione ciclistica internazionale): nel sangue del ciclista fu riscontrata una concentrazione di globuli rossi superiore al consentito. Il valore di ematocrito rilevato fu infatti del 52%, oltre il margine di tolleranza dell’1% rispetto al limite massimo del 50% consentito dai regolamenti. Pantani venne sospeso per 15 giorni e immediatamente escluso dalla corsa rosa. Ancora qualche vittoria negli anni successivi, ma il Pirata ormai non era più lo stesso: era caduto in una fase di depressione che nel corso del tempo si acutizzò, fino a portarlo alla morte. Si è detto e si è scritto di tutto sui media: omicidio volontario, Pantani finito vittima di scommesse truccate e altro ancora, fino a che il 2 agosto del 2014 la Procura di Rimini, a seguito di un esposto presentato dai familiari di Pantani, riapriva le indagini sulla morte del ciclista con l’ipotesi di reato di “omicidio volontario”.

La stessa procura chiese l’archiviazione nel settembre 2015 concludendo che la morte fu causata da suicidio e non da omicidio. Il 14 marzo 2016, altro colpo di scena: mentre era in corso un’inchiesta della Procura di Forlì, Premium Sport diffuse l’intercettazione di un detenuto vicino ad ambienti legati alle scommesse clandestine, il quale, riferendosi all’episodio di Madonna di Campiglio, evocava un intervento della camorra nell’esclusione di Pantani dal Giro d’Italia del 1999. Il sangue di Pantani era stato deplasmato, alterato, modificato per farlo squalificare, secondo quell’uomo.

Il giorno successivo poi, Premium Sport rendeva pubblica una nuova intercettazione, un boss di Mondragone, confermava il coinvolgimento della malavita nel caso Pantani, accusando l’alleanza di Secondigliano, l’organizzazione criminale nata a Napoli alla fine degli anni Ottanta e già in declino alla fine degli anni Novanta, che in quel periodo controllava molti affari illeciti: contrabbando, estorsioni, appalti, traffico di stupefacenti.

Il 2017 ha scritto la parola definitiva sul caso giudiziario di Rimini: a fine settembre, la Corte di Cassazionedichiarava inammissibile il ricorso presentato dall’avvocato Antonio De Rensis, difensore dei familiari di Marco Pantani, contro l’archiviazione decisa dal Gip di Rimini a giugno 2016.

Nella vicenda Pantani ha messo il becco perfino Renato Vallanzasca, il “bel René” che imperversava con la sua banda di criminali negli anni Settanta tra rapine, omicidi e sequestri. Nel suo libro autobiografico “Il fiore del male” scrive anche di scommesse clandestine e di una soffiata che gli arriva nel 1999, durante il Giro d’Italia. “Pantani non lo vincerà, scommetti su qualche altro corridore” racconta che gli fu detto.

Quanti ipotesi, quanti misteri, dov’è la verità? Si riuscirà a scoprirla un giorno?

«Questo non è un libro sul bene e sul male. La bicicletta è il bene: bella, agile, svelta, silenziosa, poetica, compagna. Il doping è il male: ipocrita, imbroglione, immorale, illecito, inguaribile, complice. Il titolo può sembrare assolutorio, se non esaltante o addirittura profano. Ma rende l’idea di una fuga troppo in alto. Anche Prometeo era un dio. O si credeva un dio. O gli avevano fatto credere di esserlo». (Da “Pantani era un Dio” di Marco Pastonesi).

Su Marco Pantani, si è detto e si è scritto di tutto, forse non sapremo mai la verità, in tanti hanno provato a raccontarla attraverso fiction per la televisione, libri e inchieste, quello che però possiamo conoscere e sapere in più di Marco Pantani, è il Pantani uomo, com’era, come si comportava in gruppo durante le gare e quanto era apprezzato dai suoi gregari, dai suoi compagni di squadra.

Possiamo farlo attraverso le parole e il libro “Pantani era un Dio” (66th and 2nd, 2014) di Marco Pastonesi, giornalista sportivo a lungo editorialista della Gazzetta dello Sport, per cui ha lavorato fino a qualche anno fa. Specializzato in rugby (è stato anche un ex giocatore arrivando in serie A) e ciclismo, Pastonesi è senza dubbio una delle “penne ufficiali” del Giro d’Italia e di altre manifestazioni ciclistiche internazionali di primo livello, oltre a quasi venti giri ha seguito infatti anche diversi Tour de France e al suo attivo tantissimi libri sulle due ruote e sulla palla ovale. Storie di uomini, famosi o semplici gregari, storie di vita, storie con un risvolto umano emozionante e unico.

Ho incontrato e intervistato Marco Pastonesi qualche giorno fa, per chiedergli di Pantani, per chiedergli chi era questo uomo di Cesenatico, nato a Cesena nel 1970 perché nel suo paese non c’era l’ospedale, e morto a Rimini in una stanza di un albergo nel 2004, a soli 34 anni, da solo, nel giorno di San Valentino.

 

Cosa dire ancora su Marco Pantani, dopo tanti anni, dopo tanti libri, inchieste, articoli di giornali e reportage televisivi?

Più che chiedersi cosa dire ancora su Pantani, dobbiamo chiederci perché ancora si parla di lui. Si parla ancora di lui perché è stato l’ultimo a dare vere emozioni. Era uno scalatore e per paradosso veniva dal mare, scattava spesso in salita in faccia a tutti, non da dietro e a sorpresa come si fa generalmente. Uno scalatore “passista”, unico nel suo modo di affrontare le pendenze in montagna. Si parla ancora di lui perché era fisicamente brutto, piccolino, senza capelli e sgraziato in bicicletta e vinceva. Da solo contro tutti. Si parla ancora di lui perché nel corso della sua carriera ha avuto tanti infortuni e incidenti e si è sempre rialzato, tornando a vincere. Fino a quando non è riuscito più a rialzarsi.

Non si è più rialzato dopo Madonna di Campiglio, in quel Giro d’Italia che stava dominando nel 1999. Cosa pensi di tutta la vicenda sul doping e sulle inchieste che l’hanno riguardato dopo la sua morte?

Non credo nel complotto, almeno fino a prova contraria. Credo che il ciclismo oggi sia più pulito rispetto agli anni di Pantani. I limiti e i controlli ora sono più rigorosi, questo non significa che non ci possano essere casi di doping, però prima c’era quasi un invito a doparsi entro un certo limite, come si diceva nell’ambiente “ad aiutarsi”. A Madonna di Campiglio quell’anno è morto il corridore, anche se poi ha vinto ancora negli anni successivi, seppur non ripetendo più stagioni come il 1998, dove vinse Giro e Tour de France o quella del 1999 dove stava per conquistare il suo secondo Giro d’Italia prima della sospensione che lo fermò.

Una volta Pantani disse: “C’è chi mi giudica con molta cattiveria, ormai la tendenza è di far notizia con le cose negative. Ma ci si abitua a tutto: certi giornalisti, se li conosci li eviti, così non ti uccidono”. Com’era il rapporto tra la stampa e il Pirata?

I giornali e i giornalisti sportivi e chi seguiva il ciclismo in generale, gli voleva bene, era in qualche modo protetto. Gli altri, i giornalisti di gossip, invece cercavano lo scoop, cercavo notizie sulla sua vita privata.

Nel libro di Pastonesi si trova un’intervista di Michel Beuret a Christina Jonsson, Pantani ebbe una relazione di tanti anni con lei, fino all’estate del 2003, dal titolo “Mi drogavo con Marco Pantani per salvargli la vita”, pubblicata dal settimanale svizzero “L’Hebdo” il 23 aprile 2014.

La verità di Christina, ragazza danese arrivata in Italia all’età di 19 anni, prima ballerina e poi dipendente presso il chiosco di piadine di famiglia, per poi intraprendere degli studi artistici alla Accademia delle Belle Arti.

Nell’introduzione del tuo libro hai scritto che Pantani non era uno “dei tuoi”, in che senso? E come hai affrontato e raccontato la sua figura?

Non era uno dei miei: i corridori che racconto non sono capitani, non sono vincenti, non vincono gare o tappe, nemmeno una. Sono gregari che compiono il loro lavoro fino a quando le energie lo consentono. Allora ho raccontato Pantani dal punto dei vista dei suoi gregari, dei suoi compagni di squadra, ciclisti, uomini che senza Pantani non hanno più trovato un senso nel pedalare, almeno come prima. E ho scoperto che lo stimavano e lo stimano ancora, gli volevano bene e gliene vogliono ancora, più di prima. Tra i tanti aneddoti che mi sono fatto raccontare e ho scritto nel libro, ad esempio, quando va in un bar con suo compagno di squadra e non ha i soldi per pagare una tavoletta di cioccolata. Il barista gliene ne dà due, il giorno dopo Pantani tornerà a pagare il conto. O quando gioca con la bambina di un corridore amico che gareggiava per un’altra squadra nel giorno di riposo nel giro d’Italia nel 2003. E tanti altri momenti di un Pantani gentile, educato, umile, umano, raccontato da compagni e avversari.

E poi ho raccontato la figura di questo uomo attraverso le sue salite, quelle dove scattava, vinceva, andava solitario alla vittoria, partendo da una ascesa personale di Pantani, Carpegna, il Carpegna, dove andava per allenarsi e non solo. Perché il Carpegna è uno specchio, ed era lo specchio in cui Pantani si rifletteva e, per questo, rifletteva.

di Daniele Coltrinari

 

Daniele Coltrinari ha pubblicato C’era una Volta in Portogallo (Tuga Edizioni, 2016), 40 anni dopo la Rivoluzione dei Garofani (Raggiaschi Editore, 2014) ed è Coautore di Lisbon Storie (2016) il primo documentario indipendente sugli italiani che vivono e lavorano da anni a Lisbona.

 

 

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