Lisbona si toglie un sassolino dalla scarpa, parte II: Bairro Padre Cruz

di Elvis Zoppolato
foto di Sofia Minetto

Tra i veri casi più o meno isolati tra loro della zona grigia di Lisbona merita un’attenzione particolare il caso di Padre Cruz, quartiere che si trova nella località di Carnide, nella parte nord-ovest della capitale. Di recente sono andato lì con la fotografa udinese Sofia Minetto per cercare di raccontare la trasformazione di cui è stato protagonista negli ultimi anni il quartiere.

Bairro Padre Cruz è una delle capitali mondiali della street art, tant’è che viene comunemente definito una galleria a cielo aperto. Vi si possono ammirare circa un centinaio di opere in tutto il quartiere (che conta circa 8.000 abitanti) e dall’oggi al domani questo è un bairro di cui si può di nuovo parlare con leggerezza, in modo positivo, senza imbarazzo né veli di tristezza – il sassolino è stato tolto dalla scarpa, la periferia non è più un tabù.

Qualcosa di buono è stato fatto, mettere in discussione il valore di queste opere non rende onore all’arte, di cui l’arte urbana ne è a pieno titolo un’espressione, né a tutte le persone che, gratuitamente, si sono adoperate per cercare di rivitalizzare questo quartiere.

Chiedersi se sia sufficiente dipingere i palazzi delle case per salvare un quartiere dal degrado e dalla miseria che lo affligge non è esercizio gratuito, bensì un buon modo di affrontare la questione. Che i problemi delle grandi periferie urbane non si risolvano con quattro murales (più di 90 in questo caso a dire il vero) mi sembra più che evidente, ma d’altra parte non bisogna disconoscere il lavoro che è stato fatto qui in circa due settimane nel 2016.

Anche perché opere di questa bellezza non solo hanno un impatto significativo sull’estetica di un luogo, sull’atmosfera che vi si respira, sul senso di serenità o meno che questo luogo ci può trasmettere, ma fanno anche parte di quel che viene chiamato “capitale umano”, ovvero l’insieme delle opere artistiche, culturali e scientifiche di una determinata comunità etica. Il capitale umano, summa delle menti più ingegnose della storia dell’uomo, lungi dall’essere un elemento mercificabile è il valore aggiunto delle nostre società. La frenesia bacchica cui può indurci un brano, il chiarimento interiore verso il quale può condurci un libro, il senso di pace che può trasmetterci un murales come quello qui a lato non hanno prezzo. Si può dare un prezzo a un libro, senza dubbio, ma quale prezzo dare a un’opera come la Divina Commedia, fonte di ispirazione per milioni di persone da almeno otto secoli? Quale prezzo dare alle scoperte di Galileo? E alla musica di Duke Ellington?

Il senso di sicurezza mentre passeggiamo per le strade di un quartiere è senza dubbio una delle prime cose che percepiamo di quel luogo lì. È una percezione diretta, istantanea, quasi istintiva. Se percepiamo del pericolo in un determinato contesto scatta qualcosa dentro di noi, si attiva il nostro campanello d’allarme e non è detto neanche che ce ne accorgiamo, visti gli innumerevoli modi attraverso cui il nostro corpo manifesta la tensione. Quel che è certo è che ci rendiamo conto che c’è qualcosa che non va, uno stato di angoscia pervade il nostro essere e ci sembra che manchi l’aria.

Bene, questa sensazione io non l’ho provata a Padre Cruz, e penso che nessun altro la possa provare. Ovviamente la percezione del rischio è sempre una cosa soggettiva, dipende dal contesto in cui siamo cresciuti e da cosa siamo generalmente abituati a sperimentare nel nostro quotidiano. Sta di fatto che qui si respira un’atmosfera piuttosto tranquilla, niente pericoli all’orizzonte, ideale per farsi una passeggiata, tant’è che anche queste caprette in una bella giornata di sole hanno deciso di approfittarne:

Questo è per sottolineare che spesso e volentieri, oltre alla totale indifferenza per ciò che accade in questi luoghi e per le condizioni in cui vivono certe classi sociali, vi è anche una buona dose di pregiudizi infondati che pervadono i commenti delle persone benestanti più pigre intellettualmente, magari pronunciati con una goccia di veleno sulla punta della lingua che serve a trasformare l’indifferenza in malizia, l’ignoranza in odio, il menefreghismo in senso di superiorità.

Questo dipinto rappresenta la modern family (parole che sono scritte in fondo al graffito ma non compaiono in questa foto), tant’è che i tre soggetti raffigurati possiedono tutti uno smartphone. La cosa interessante però è che accanto alla famiglia vi è anche una casa. Senza una casa è impossibile costruire una vita degna di questo nome, neanche pensabile l’idea di costruire una famiglia. Avere il proprio spazio nel mondo è la base a partire da cui ha senso fare qualsiasi discorso sulla politica; non solo l’uomo ma tutte le specie viventi hanno bisogno di un riparo, di un rifugio, di un nido.

Vorrei sottolineare un fatto: non è un caso se per i Greci avere un pezzo di terra era una condizione imprescindibile per essere cittadini della polis. Possedere un terreno all’interno dello spazio della città-stato era un modo per dimostrare il proprio interesse nei confronti delle vicende della polis, proprio perché in questo modo il cittadino, anche se mosso solo ed esclusivamente dall’interesse personale (ovvero proteggere il proprio terreno), era comunque stimolato ad occuparsi del bene dello Stato – in altre parole, se Atene veniva sconfitta da Sparta, gli Ateniesi perdevano i propri terreni, per cui agli Ateniesi ben conveniva proteggere la propria città.

Le case a disposizione dei meno abbienti dovrebbero essere un servizio che tutte le comunità più ricche ed evolute dovrebbero garantire ai propri cittadini, proprio perché essere cittadini ed abitare in un luogo sono termini intercambiabili. A Padre Cruz ne sanno qualcosa visto che, secondo i giornali portoghesi Publico e Diario das Noticias, si tratta del bairro social più grande d’Europa (cioè quartiere popolare costruito con le sovvenzioni per lo sviluppo dell’edilizia economica e popolare).

Senza il nostro spazio nel mondo è come se di quel mondo noi non ne facessimo parte, non ne avessimo il pieno diritto ad entrarvi e partecipare anche noi alla vita delle società umane. Ma la società umane, che ruotano attorno alle città e alle abitazioni, sono esattamente come gli alveari per le api e i termitai per le termiti, luoghi che la nostra natura ci ha obbligati a costruire per garantire la nostra sopravvivenza sul pianeta Terra. Solo che l’uomo è più ambizioso dell’ape, e anche un po’ più stronzo a dire il vero: l’uomo grande vuole il maggior numero di celle possibili nell’alveare della società umana, anche a costo di dover scacciare le api vicine.

A proposito del rapporto tra società e natura, questo graffito recita le seguenti parole: nós somos os parasitas que a natureza não controla, a máquina assassina da fauna e da flora – noi siamo i parassiti che la natura non controlla, la macchina assassina della fauna e della flora.

Noi chi? Chi sono i parassiti che nessuno controlla? Sono gli esclusi, coloro di cui ci siamo dimenticati.

«La cultura degli esclusi elabora nuovi comportamenti più o meno consapevolmente opposti a quelli delle istituzioni statali, sviluppa nuove idee e pratiche di cittadinanza, e anche quando non ricorre a forme violente di insurrezione tende a sovvertire (in parte dall’interno, in parte dell’esterno) il modello dominante. Come accade per i problemi personali, sentimentali, emotivi che tendiamo a rimuovere (in senso freudiano), ma che inevitabilmente tornano a galla e si rivelano a volte distruttivi, così anche la “zona grigia”, favorita dalle istituzioni per emarginare/rimuovere segmenti di popolazione con i relativi problemi, diventa un focolaio di opposizione pronto a esplodere. La gerarchizzazione della società e dello spazio sociale genera non solo povertà e infelicità, ma divisione e ribellione».

(Salvatore Settis, Architettura e democrazia).

A Bairro Padre Cruz per il momento è stato fatto questo, in un tempo record di due settimane, dal 30 aprile al 15 maggio 2016. In Portogallo vediamo un modo di affrontare l’arte urbana completamente diverso rispetto all’Italia: gli artisti di strada sono veri e propri artisti e non vandali, ragion per cui sono le istituzioni sociali a occuparsene.

In questo caso sono state la Câmara Municipal de Lisboa e la GAU (Galeria Arte Urbana) a sostenere queste opere, organizzando un grandissimo evento, “MURO – Festival de Arte Urbana LX_2016”, un festival dedicato alla street art con workshop, concerti, lavoro comunitario e associativo, pedagogia, divulgazione, cinema, animazione di strada, teatro di marionette e paintball.

Vi hanno partecipato, in modo rigorosamente gratuito, più di 30 street artists: gli artisti nazionali più affermati (Bordalo II, Robert Panda, Vanessa Teodoro, Smile, Utopia, AKA Corleone, Add Fuel, ecc.) più vari ospiti internazionali (Borondo, Telmio e Miel, Low Bros, ecc.). Oggi la Boutique da cultura è una delle associazioni principali che, in collaborazione col comune, lavora sul territorio e porta avanti il progetto iniziato con il festival Muro, organizzando visite guidate di due ore all’interno del quartiere per raccontare la storia dei graffiti e il legame con la gente che ci vive quotidianamente.

Il senso di iniziative come questa non è solo quello di rendere più attraenti le pareti dei palazzi e più leggera l’aria che si respira nei quartieri periferici. Progetti che coinvolgono molte persone che hanno esperienze di vita completamente diverse tra loro (anziani e bambini come nella foto qui sopra) e che si ritrovano assieme partendo da ruoli e prospettive diametralmente opposti (visitatori, artisti e abitanti) hanno come senso ultimo quello di attivare la vita della comunità. Comunità che può pensarsi come comunità politica solo ed esclusivamente a partire da un luogo che la definisce e la identifica come tale, che è il luogo in cui attori e spettatori si incontrano per affrontare le tragedie del proprio tempo – la città come teatro della democrazia.

Hanna Arendt scrive che la polis nell’antica Grecia venne fondata per dare uno spazio concreto alle opere di Omero, di modo che le imprese gloriose degli eroi greci non si disperdessero nella caducità delle azioni umane. C’era bisogno di un’istituzione sociale ed urbana allo stesso tempo affinché le gesta eroiche venissero conservate nel tempo e nello spazio, in modo da non perdere la memoria delle nostre origini più antiche – la città come luogo della memoria. Ovviamente si tratta di un’interpretazione filosofica, non pretende di essere vera dal punto di vista storico, ma serve a farci capire come le nostre azioni acquistano senso solo in uno spazio condiviso con gli altri. Gli altri, che non sono un limite alla nostra libertà, ma ne sono la condizione necessaria. Ed è solo assieme a questi altri che possiamo difendere la bellezza della vita e delle città dalla violenza della storia.

«La suprema bellezza di Atene non la salvò dall’oblio di se stessa, né dalle spoliazioni e distruzioni che ne seguirono. Non impedì ai fiorentini Acciaiuoli, duchi di Atene, di trasformare i Propilei in una residenza fortificata (intorno al 1403), non impedì ai Turchi di usare il Partenone come un deposito di polveri da sparo, non impedì al veneziano Francesco Morosini di cannoneggiarlo facendone saltare per aria una gran parte (26 settembre 1687: più di 700 tracce di palle di cannone sono ancora visibili sui marmi di Pericle e di Fidia). Se appena ci guardiamo intorno, nei nostri paesaggi, nelle nostre città, abbandonarsi alla bellezza non basta (non è bastato mai), non basta chiedere a essa una miracolosa salvazione in automatico, assolvendo noi stessi da ogni responsabilità. Al contrario, la bellezza va coltivata dai vivi ogni giorno se vogliamo che qualcosa ne resti, per noi stessi e dopo la nostra morte. La bellezza non salverà nulla e nessuno se noi non sapremo salvare la bellezza. E con la bellezza la cultura, la storia, l’economia. Insomma, la vita».

(Salvatore Settis, Se Venezia muore).

 

Elvis Zoppolato, (1992), laureato in filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, laureando magistrale in filosofia all’Università degli Studi di Bologna, studente di giornalismo presso la Scuola Belleville di Milano.

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Elvis Zoppolato e di Sofia Minetto a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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