Lisbona si toglie un sassolino dalla scarpa, parte I: la gentrificazione

di Elvis Zoppolato

In italiano, l’espressione “togliersi un sassolino dalla scarpa” significa liberarsi di un peso. Infatti se proviamo a passeggiare con un sassolino nella scarpa, questa si rivela essere un’esperienza piuttosto fastidiosa. Al più presto dobbiamo fermarci per strada e levarcelo, superando l’imbarazzo interiore di farci vedere con una scarpa in mano e un piede scalzo. Ma questa espressione ha anche un secondo significato, più forte: dire apertamente quanto è stato sempre taciuto per convenienza, per non suscitare risentimenti.

E se c’è una cosa che a Lisbona viene sempre taciuta, questa senza dubbio è la condizione di degrado in cui riversano le periferie della capitale. Proprio così. Se provate a cercare su Google Images “Lisbona” vi usciranno solo foto stupende, dove sembra che in città ci siano solo viste incantevoli sull’Oceano, che non piova mai come in tutti i posti del Sud e che ci si muova solo con dei pittoreschi tram gialli d’altri tempi, il tutto addolcito da un temperamento malinconico in perfetta sintonia con la saudade portoghese di cui si parla tanto.

Prescindendo dal fatto che lo scorcio di acqua che si vede in fondo alle panoramiche non è l’Oceano Atlantico ma il fiume Tago, e che io ritengo Lisbona una città davvero bellissima, le cose non stanno esattamente così. Piove spesso, d’inverno il freddo picchia (soprattutto negli ambienti interni, vista la mancanza dei sistemi di riscaldamento) e se durante il tramonto, invece di essere al belvedere di Graça ad ammirare il panorama, ci troviamo in uno degli infiniti quartieri periferici della città, beh oltre alla saudade avremo modo di percepire anche le tensioni sociali che si respirano in Portogallo.

Se consideriamo che Lisbona-città nei suoi confini amministrativi conta circa 505 mila abitanti e che l’intera area metropolitana ne conta invece circa 3 milioni, possiamo allora farci un’idea di quanto sia estesa la periferia della capitale. Eppure il più grande motore di ricerca su internet non ne parla. “Su tutto ciò di cui non si può parlare si deve tacere”, diceva il grande filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein (in verità queste parole hanno un senso un po’ diverso ma siccome calzano perfettamente nel nostro discorso le utilizzo comunque travisandone un po’ il significato).

Ovviamente questo silenzio risponde alle logiche del mercato e del turismo. È evidente, non sto dicendo niente di nuovo. Ciò che non è evidente invece è che le cose non devono andare per forza così.

Ci siamo abituati a un clima di rassegnazione che ci fa sembrare normale che i centri storici si svuotino dei propri abitanti e diventino dei festosi shopping centers per turisti, ci siamo abituati ad accettare passivamente che i prezzi delle case aumentino esponenzialmente e che noi dobbiamo andarcene a testa bassa, ci siamo abituati a pensare che la sconfitta sia il giusto destino per chi non ha il portafogli gonfio e la quarta casa al mare. E che tale destino sia non solo giusto, ma anche benevolo, tant’è che dobbiamo sentirci sempre grati nei confronti della società, onde evitare di risultare antipatici se solleviamo l’indice indignati. Il signor direttore diceva Coglionazzo a Fantozzi, e Fantozzi ringraziava. Ma chi siamo noi per meritarci questo? Il film cult Fight Club ha suggerito una buona risposta a questa domanda: noi siamo “la canticchiante e danzante merda del mondo”.

Un cittadino portoghese residente a Lisbona, magari di umile estrazione sociale, all’improvviso si trova di fronte a un bivio: o pagare il doppio dell’affitto oppure andarsene in periferia. Il tuo alloggio diventa un appartamento Airbnb per turisti, il tuo salario rimane lo stesso, la proprietaria ti mette fretta. Che fai? La tua coscienza è pulita, il karma tranquillo, non hai fatto male a nessuno e nessuno ha niente da rivendicare nei tuoi confronti, però devi pagare il doppio. “Forse che hai fatto schifo all’esistenza?” ti potresti chiedere con Céline – “sarebbe normale”, risponderebbe lo scrittore francese. Se non fosse così le cose andrebbero altrimenti, ci sarebbero dei contratti che tutelano la sicurezza dei locatari, delle politiche economiche a sostegno dei cittadini, dei giornalisti che denunciano la cosa.

In uno dei pochi articoli italiani che ho trovato su Bairro Padre Cruz, pubblicato dal blog Vivere Lisbona, trovo un paragrafo che comincia con queste curiose parole evidenziate in grassetto, “lungi da me provare a fare critica o analisi sociale”. Guardo i followers su Facebook: 10 mila. Penso: effettivamente chi me lo fa fare di scrivere dieci pagine di analisi sociale che non si fila nessuno quando potrei tranquillamente pubblicare quattro foto turistiche che avrebbero molto più successo e impiegherebbero molto meno tempo? Bah nessuno, però come direbbe sempre Céline, “bisogna aver sempre l’aria utile quando non sei ricco”.

Senza dubbio l’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti ci aveva visto giusto quando ha detto che con la cultura non si mangia (lui poi ha negato di aver mai pronunciato queste parole). Ma la domanda che dobbiamo porci è forse un’altra: vogliamo vivere in un mondo così? Un mondo dove non abbiamo alcuna voce in capitolo su come vanno le cose nel mondo e dunque ci limitiamo ad essere spettatori passivi degli orrori del nostro tempo?

Un mondo dove a comandare sono gli interessi privati dei potenti e se tentiamo di cambiare le cose c’è pure chi ci ride dietro? Un mondo dove i giornalisti non scrivono quello che devono scrivere altrimenti perderebbero il loro lavoro in zero due secondi e pertanto si limitano a raccontare le cose più inutili? Senza dubbio non è il migliore dei mondi possibili questo, e nonostante il mondo non sarà mai tanto bello quanto lo vorremmo noi, tento comunque di scrivere qualcosa di utile: partendo dallo spunto del blog sopra citato, provo a muovermi nella direzione opposta, cercando di fare dell’analisi sociale per l’appunto.

La gentrificazione è senza dubbio il tema di cui si parla di più negli ultimi anni a Lisbona e in diverse altre città d’Europa. È una di quelle città che più sono state trasformate dal turismo: prezzi degli affitti generalmente raddoppiati, lavori di restauro ovunque, hotel che spuntano come funghi, sempre meno portoghesi e sempre più stranieri. Parlando con Steve, un busker di Sidney che è tornato da poco a Lisbona, gli faccio questa domanda: “sei ritornato qui dopo 3 anni, ti sembra diversa Lisbona? Qual è la prima cosa che hai notato?”

Mi risponde: “la prima cosa che ho notato? Il quartiere in cui vivo, è molto cambiato, rispetto a qualche anno fa. E poi hai presente il miradouro, il belvedere di Santa Caterina? Sarà privato, apparterrà a un hotel, quello che si trova di fronte a pochi metri, così solo i ricchi potranno accedervi ed avere una bella vista sul Cristo Rei”.

In verità non è proprio così, la situazione è molto complessa a dire il vero. Il noto miradouro (conosciuto anche come Adamastor) è chiuso da luglio 2018 per opere di riqualificazione, ci sono state molte proteste in merito e in teoria riaprirà a breve ma con una libertà ridotta, ovvero secondo orari di apertura e chiusura al pubblico ben definiti. Per chi fosse interessato ad approfondire la questione, rimando il lettore a questo articolo in lingua portoghese. 

Lasciando da parte il belvedere di Santa Catarina, che meriterebbe un reportage a parte, cominciamo invece a porci alcune domande per capire meglio cosa sta succedendo e come affrontano gli esperti questo fenomeno sociale. Innanzitutto, che cos’è la gentrification? È il processo di insediamento della borghesia medio-alta nelle aree urbane più centrali, con il vantaggio di renderle più confortevoli e al prezzo di dover espellere da esse le classi meno abbienti.

Da dove deriva il termine gentrification? Il termine è stato introdotto nel linguaggio sociologico da Ruth Glass negli anni Sessanta e deriva dalla parola inglese gentry, vocabolo che inizialmente indica la piccola nobiltà inglese e in seguito la borghesia o classe media. Ruth Glass nel 1964 usò questa parola per la prima volta per descrivere il mutamento sociale ed architettonico di un quartiere di Londra.

Come si manifesta la gentrification? Generalmente in questo modo: i centri storici e i quartieri centrali di città relativamente economiche dal punto di vista dei costi abitativi e sottoposte a un certo livello di degrado per quanto riguarda l’edilizia vengono sottoposti a lavori di restauro, che ne ravvivano l’aspetto estetico e ne risanano le parti più usurate dal tempo. A seguito di questo rafforzamento urbano, accompagnato solitamente da nuove attività economiche e dalla chiusura dei commerci più piccoli, tendono ad affluire in queste zone nuovi abitanti ad alto reddito mentre vengono espulsi i vecchi abitanti a basso reddito, i quali non sono in grado di far fronte all’aumento dei costi, su tutti quello dell’affitto.

In generale questo processo di arricchimento viene banalmente identificato con un aumento della ricchezza generale e dunque della qualità della vita: è ciò che viene comunemente definito progresso. Prendendo spunto dalle celebri parole di Alessandro Manzoni, “non sempre ciò che vien dopo è progresso”, mi accingo a sostenere che una valutazione dei processi in atto di questo tipo non è sufficiente.

Leggere il progresso solo nei termini di sviluppo tecnologico e di globalizzazione economica è una lettura miope dei processi sociali in corso, soprattutto a partire dalla carenza di una domanda fondamentale: chi sono i cittadini a cui si rivolge il progresso?

L’assenza di questa domanda fa sentire tutto il suo peso nel momento in cui assistiamo ai processi di violenta gentrificazione in atto che portano una società a polarizzarsi sempre più verso due punti diametralmente opposti: le favelas da un lato, le gated communities dall’altro. Il caso più esemplare di questo contrasto urbano e sociale lo possiamo trovare in Brasile, dove “dall’alto dei balconi fioriti, dalle piscine, dai campi da tennis si può gettare uno sguardo sul sottostante universo dei poveri” (Salvatore Settis, Architettura e democrazia).

Mentre i centri storici si svuotano completamente dei propri cittadini meno abbienti, ecco arrivare i grandi imprenditori che costruiscono enormi palazzi pensati per i turisti di passaggio – eloquente il caso di Sant’Apolonia, la stazione di Alfama, dove attualmente vi sono alcune aree inutilizzate e che verranno riqualificate, favorendo la nascita di un hotel a 4 stelle con 120 camere, per un investimento totale di 12 milioni di euro.

Ci sono delle cose che non sono mercificabili, semplicemente perché non si tratta di terreni qualunque che si possono comprare e vendere come se fossero un bene mobile. Eppure c’è chi pretende di dare un prezzo a tutte le cose: l’isola di Poveglia nella laguna di Venezia, ad esempio, nel 2014 venne messa all’asta dall’Agenzia del demanio (l’attuale sindaco di Venezia Luigi Brugnaro cercò di comprarla per 513 mila euro ma non furono sufficienti per portarsela a casa). La prepotenza del portafoglio può comprare qualunque cosa, anche la coscienza delle persone. La memoria è breve, la storia non insegna nulla – chiudere gli occhi e fare finta di niente è sempre la soluzione più vantaggiosa, finché non si viene personalmente toccati dai soprusi del libero mercato – libero per modo di dire, perché la libertà dei pochi si compra sempre attraverso la servitù dei molti.

In generale questo processo poi è anche favorito dall’estetizzazione del paesaggio, oggi molto aggressiva anche grazie all’uso dirompente dei social network, che in modo consapevole o meno, hanno favorito questo culto dell’immagine che sacrifica sull’altare della forma la sostanza del pensiero critico.

Il paesaggio è diventato un concetto prettamente estetico, uno sfondo a partire dal quale è doveroso farsi un selfie che dimostri lo splendore delle nostre esistenze – il paesaggio è stato ridotto a veduta. Prendendo a prestito le parole di Salvatore Settis, il grande archeologo italiano, procedo ponendo ai lettori alcune domande:

“Prima domanda: che cosa intendiamo per paesaggio, o per meglio dire possiamo davvero distinguere il «paesaggio» da altre nozioni onnicomprensive come «territorio» o «ambiente»? In altre parole: la definizione di «paesaggio» è essenzialmente estetica (il paesaggio da vedere), oppure va intesa come fondamentalmente etica/etologica (il paesaggio in cui vivere)?”

“Seconda domanda: di chi è il paesaggio di una città, di una valle, di una regione o di un cantone, di un Paese? Appartiene, particella per particella, ai singoli proprietari dei singoli terreni, o abbraccia valori più generali che, al di là delle proprietà fisica dei terreni e degli immobili, vadano intesi come di pertinenza delle comunità regionali, nazionali, statali?”

Lisbona non è solo un coacervo di vedute panoramiche sul Tago, tramonti sofisticati che ci rendono malinconici e architettura decadente che ci riporta indietro nel tempo. Lisbona è una città vera e propria, una città viva che respira affannosamente a causa dell’incontrollata presenza di turisti baldanzosi, una città che resiste anche se nell’intimo soffre per la diaspora dei propri cittadini nei quartieri slums dell’immensa periferia lasciata a se stessa.

Lisbona è una città la cui sopravvivenza appesa a un filo dipende dall’interesse e dalla coscienza della comunità che lì ci vive, che non è la comunità di chi arriva lì per farsi un selfie e poi andarsene, non è la comunità di chi compra una seconda casa per passarci una settimana all’anno, non è la comunità di chi costruisce grandi e lussuosi palazzi che poi rimangono spesso e volentieri completamente vuoti perché troppo costosi, sfrattando in questo modo chi prima nello stesso pezzo di terra ci viveva, e ci viveva veramente.

“La città storica è un orizzonte entro il quale lo scambio di esperienze, di culture e di emozioni avviene grazie al luogo e non grazie al prezzo. (…) Nata e cresciuta per il suo valore d’uso, la città riflette la forma della società, ma la mercantizzazione del mondo condanna questo valore originario e trasforma il valore d’uso in valore di scambio: la città tende oggi a valere quel che rende, dunque l’intero suo spazio (in orizzontale e in verticale) è perennemente in vendita, e le sue porzioni privilegiate sono riservate ai detentori dei redditi più alti” (Salvatore Settis, Architettura e democrazia).

E mentre i centri storici diventano degli shopping centers allegri e spensierati, dei parco giochi per adulti che vogliono ammirare tutti i possibili luoghi comuni di un Paese in un quartiere solo, le periferie diventano i catalizzatori in cui si concentrano i conflitti, le tensioni sociali, la povertà e il degrado.

Immensa nella sua estensione, la hinterland di Lisbona è il centro in cui si incontrano gli esclusi, gli emarginati, i diseredati. Quartieri dimenticati da Dio, sono il nascondiglio perfetto per spaccio di droga, prostituzione e violenza domestica. Laggiù Big Brother non arriva, l’occhio che tutto vede e tutto sa non è così acuto, niente selfie, niente tramonti, solo immensi palazzi diroccati a cui i più benestanti del centro ci invitano a stare attenti.

“Perché vai a Padre Cruz? Poi torni che non hai neanche più le mutande”. Risa amare, risa di superiorità, anche negli ambienti cosiddetti colti. Ma davvero nelle facoltà di filosofia non c’è spazio alcuno per parlare di un tema così attuale come l’integrazione? Se lo spazio non c’è forse bisognerebbe rivedere un attimo i programmi scolastici.

Mentre la società ride alle spalle delle facoltà umanistiche per la loro inconcludenza, i filosofi si rinchiudono ancora di più nel verbo sacro di Platone, e in questa sfida tra titani a chi ne sa di più ci si dimentica di chi soffre veramente, delle ferite che non si possono sanare da sole, delle dignità offese negli spazi della miseria.

 

Elvis Zoppolato, (1992), laureato in filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, laureando magistrale in filosofia all’Università degli Studi di Bologna, studente di giornalismo presso la Scuola Belleville di Milano.

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Elvis Zoppolato a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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