Tracotanza e dannazione: il volto tragico delle Colonne d’Ercole

di Elvis Zoppolato

Andare contro i propri limiti, secondo l’etica dei Greci, era un fatto gravissimo che denotava non solo un atteggiamento arrogante – hybris, ‘tracotanza’ –, ma costituiva una vera e propria forma di ignoranza: l’incapacità di stare al proprio posto. Secondo Platone, l’armonia della città poteva darsi solo se ognuno realizzava il ruolo che gli era proprio, il ruolo che la natura gli aveva assegnato – la missione che gli dei avevano scelto per lui. Noi non possiamo scegliere la nostra essenza, le nostre qualità, le nostre virtù come i nostri difetti; quello che possiamo scegliere è l’uso che possiamo fare di ciò che la natura ci ha dato, un uso sapiente o un uso incolto.

La realizzazione della parte migliore di noi stessi è davvero un concetto centrale all’interno della cultura classica; non a caso, Aristotele definisce il divenire come il passaggio dalla potenza all’atto, ovvero il passaggio dalle potenzialità che esistono dentro di noi al compimento effettivo di esse (la filosofia più avanti si spingerà ben oltre in questa direzione; Hegel addirittura, partendo da questa distinzione tra potenza e atto arriverà a parlare di due realtà diverse, la Realität – la realtà incompiuta, ovvero che non ha ancora realizzato le potenzialità ad essa immanenti – e la Wirklichkeit – la realtà compiuta, che ha realizzato pienamente tali potenzialità –, come se si trattasse per l’appunto di due vite completamente diverse).

Saper stare al proprio posto – non oltrepassare i propri limiti, rispettare la propria natura – è dunque un concetto fondamentale. Oltre ad essere un impegno verso noi stessi, ineludibile per l’accesso alla vita autentica, è anche un impegno verso gli altri: dalla nostra personale armonia dipende l’armonia della polis (la città-stato greca), dalla responsabilità che ci assumiamo nei confronti della nostra vita personale dipende il bene comune, il bene di tutti.

E quest’ultimo, per i Greci, il popolo politico per eccellenza, era davvero tutto. Per i Greci non esisteva la moderna separazione tra uomo e cittadino; essere uomini ed essere cittadini, occuparsi di se stessi ed occuparsi del bene pubblico erano la stessa cosa (non a caso lo schiavo, escluso dal diritto di cittadinanza, non veniva considerato uomo, bensì bestia).

La vita politica, dunque, era il fine dell’uomo ateniese, non il mezzo: l’uomo fuori dalla polis era semplicemente un essere perduto. Come scrive Alessandro Biral, già docente di filosofia politica all’Università Ca’Foscari di Venezia, «poichè, inoltre, l’uomo al di fuori della città sarebbe destinato a certa distruzione e l’uomo esiste soltanto in quanto cittadino, la giustizia si rivela essere la virtù propriamente umana, la virtù con la quale l’uomo si realizza compiutamente come uomo». (Platone e la conoscenza di sé).

Per questi motivi dunque, Ercole, il mitico eroe dell’antica Grecia, una volta giunto a Gibilterra – il limite estremo del mondo allora conosciuto – decise di imprimere sulle colonne che da lui presero il nome, le famose parole: “non plus ultra”, ‘non più avanti’. La leggenda vuole che il semidio, durante la realizzazione della sua impresa (le dodici fatiche di Ercole) non si sia mai spinto oltre lo Stretto di Gibilterra; giunto alle pendici dei monti Calpe e Abila, considerati i limiti estremi del mondo oltre il quale non era possibile andare, Ercole avrebbe deciso di scindere il monte in due parti creando le due colonne e imprimendovi le parole succitate. Non plus ultra: non andare oltre, non superare i tuoi limiti. Non si tratta solo di un limite geografico; si tratta bensì di un imperativo morale: non essere arrogante, non avere ambizioni troppo elevate, rispetta la tua natura e il volere degli dei.

Ercole e il leone di Nemea, prima fatica – Georg Petel (1601-1635)

La sapienza greca è davvero molto profonda, ma anche dura ed esigente: non è detto che l’uomo si renda conto di assumere un atteggiamento superbo. Non essendo però l’ignoranza una giustificazione, la pena non può essere cancellata: l’onore degli dei è stato ferito, l’ira si è accesa – il colpevole deve essere punito. Solo in questo modo può essere conservato l’ordine del mondo. Essendo gli dei i garanti assoluti della giustizia (Díke), l’ignorante (nel senso che ignora i propri limiti) deve pagare per le proprie colpe: solo così, poi, potrà beneficiare dell’ammaestramento divinino. Nonostante le punizioni spesso e volentieri siano molto severe, non si tratta di un nazismo morale, completamente ingiustificato dal punto di vista della legittimità delle pene assegnate. L’idea che vi sta alla base è feconda: la conoscenza passa attraverso il dolore (Eschilo: Páthei Máthos).

Solo che, a volte, la sapienza che si guadagna a posteriori grazie alla punizione degli dei non è sufficiente a redimere l’uomo dai propri peccati, a volte la pena deve essere scontata per l’eternità. È questo il caso di Ulisse, condannato da Dante Alighieri a trascorrere la propria vita ultraterrena all’Inferno per aver infranto il famoso divieto, non plus ultra.

Ci troviamo nell’VIII Bolgia dell’VIII girone dell’Inferno, in cui sono puniti i consiglieri fraudolenti. Ulisse, pregato da Virgilio di raccontare le circostanze della propria morte, comincia a raccontare la propria esperienza, gli eventi che lo hanno condannato per sempre. Dopo essersi separato da Circe, che lo aveva trattenuto per più di un anno a Gaeta, si mette in viaggio con la nave nel Mediterraneo verso ovest, seguito anche in questa occasione dai propri compagni che mai lo avevano abbandonato.

Dopo aver costeggiato la Spagna, la Sardegna e il Marocco, Odisseo e i suoi giungono infine alla Stretto di Gibilterra, il limite del mondo conosciuto, laddove non si può andare oltre, laddove Ercole avevo impresso l’eterno divieto. Oltre: l’ignoto, quello che non può essere conosciuto, ciò che non è dato sapersi all’uomo. Gli uomini hanno dei limiti, bisogna rispettarli.

Stretto di Gibilterra – vista panoramica

Ulisse, però, non è un uomo qualunque. Ulisse è il martire della conoscenza, l’esploratore per eccellenza, il viaggiatore che non conosce limite alcuno. Ulisse è nato per quello, per servire Atena, la dea greca della sapienza: la sua insaziabile curiosità, la sua virtù principale; superare i limiti imposti all’uomo, la sua missione esistenziale. Di fronte al non plus ultra, Ulisse non esita un secondo, sa perfettamente quello che deve fare.

Si rivolge ai compagni, li invita a considerare le proprie origini, li richiama al motivo per cui sono nati, esortandoli con le famose parole “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Il successo di queste parole non ha bisogno di essere dimostrato, si tratta semplicemente di uno dei versi più celebri dell’intera storia della letteratura mondiale. Se ne capisce il motivo: sono passati circa otto secoli da quando furono scritte e, ancor oggi, io credo, sono scolpite in fondo all’anima di ogni uomo di scienza, di cultura, di arte, ecc., insomma di ogni persona che ha deciso di sacrificare la propria vita (o parte di essa) alla ricerca, alla ricerca di un qualcosa che non si può ben spiegare ma che dà un senso profondo alla propria vita, nella perenne speranza di essere sempre ben accolti al convivio della conoscenza.

Ulisse, però, ha dovuto pagare un prezzo altissimo: la dannazione eterna. Il viaggio di Ulisse e i suoi compagni si conclude in modo tragico: dopo cinque mesi di navigazione, ormai prossimi alla montagna del Purgatorio visibile in lontananza, la nave viene colpita da una violenta tempesta che, investendone la prua, la inabissa per sempre sotto le onde del mare, causando la morte di tutti i passeggeri.

Naufragio della nave di Ulisse – Anonimo fiorentino (1390 circa)

Ulisse era perfettamente consapevole di quello che sarebbe potuto succedere. Ciò nonostante, decise di oltrepassare i decreti divini conducendo i suoi compagni alla morte. Secondo Dante, Ulisse ha usato il proprio ingegno e le proprie abilità retoriche per ingannare i suoi compagni; egli, in verità, voleva solo saziare la propria curiosità individuale.

Si è servito di loro: loro si sono fidati, lui li ha portati alla morte. Ulisse è il tracotante per eccellenza. Ha avuto l’arroganza di andare contro le leggi di Dio, ignorandone le conseguenze. Hybris è un termine che esprime anche violenza; nel canto di Ulisse, vista la portata dell’offesa agli dei, la violenza è estrema, pertanto non può non realizzarsi se non con la morte di tutti i naviganti. Nel canto di Ulisse c’è inoltre un elemento autobiografico: rimproverando la sconsideratezza dell’eroe greco, in un qualche modo Dante rimprovera se stesso.

Il peccato commesso da entrambi è lo stesso: l’arrogante ambizione di intraprendere un viaggio folle, trasportati da una eccessiva sicurezza nelle proprie facoltà mentali.

La follia di Dante consiste in questo, nella pretesa di arrivare alla profonda conoscenza delle cose attraverso il solo uso della ragione: il peccato di natura intellettuale per eccellenza. Ciò che si perde è il senso della grazia, elemento indispensabile per attingere alla vera essenza delle cose, che non si può dare attraverso la semplice comprensione razionale di esse. Il Poeta sta parlando della propria vita e del proprio traviamento in seguito alla morte dell’amata Beatrice, episodio che lo indusse all’allontanamento dalla teologia e all’avvicinamento alla filosofia. Senza grazia non vi è conoscenza, senza amore non vi è sapienza, sembra suggerirci Dante.

È proprio per questo motivo, forse, che non ci lascia pienamente soddisfatti la sua interpretazione del comportamento di Ulisse. È vero, Ulisse ha agito con l’inganno. Ha sedotto i suoi compagni con l’astuzia, e ingannandoli li ha condotti alla morte. Riprovevole, senza dubbio. Ma in fin dei conti, forse, Ulisse era nato per quello. Infrangere il divieto imposto dagli dei è la massima forma di arroganza per un greco – la pena di morte è l’unica soluzione possibile per un’offesa così grave. Ciò nonostante, non si può non pensare che vi sia un che di nobile nell’atteggiamento di Ulisse: egli ha immolato la propria esistenza per il sapere proibito, sacrificando la vita intera sull’altare della conoscenza.

Così come non si può pensare che non vi sia anche una forma di amore al principio del suo agire: l’amore per la verità. È voluto andare oltre, non si è fermato all’apparenza. Dietro le Colonne d’Ercole non c’è l’ignoto, bensì il mondo – un mondo che deve essere conosciuto. E Ulisse ci ha provato. 

Testa di Odisseo rinvenuta nella Villa di Tiberio a Sperlonga

Elvis Zoppolato, 26 anni (1992), laureato in filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, laureando magistrale in filosofia all’Università degli Studi di Bologna, studente di giornalismo presso la Scuola Belleville di Milano.

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Elvis Zoppolato a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

 

 

 

 

 

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