GOODBYE MY DEARS. Tre figure di cui sentiremo le mancanza

di Elvis Zeppolato

Ormai il 2018 è agli sgoccioli, e come sempre, giunti a questo periodo dell’anno, è tempo di riflessioni.

È bene prendersi un momento tutto per sé e fare il punto della situazione. Fermarsi un attimo a pensare al significato che il 2018 ha avuto per la nostra vita, raccogliere i momenti più belli, gli incontri più entusiasmanti, chiedersi cosa ci aspettiamo dal 2019, i buoni propositi, i nuovi traguardi: tutto questa dà senso a questo delicato e prezioso periodo dell’anno. Ma è bene anche fermarsi un attimo a pensare a chi non ci sarà più, a chi nel 2018 ha visto realizzarsi il tragico destino della vita umana, a chi insomma si è spento per sempre.

Rimanere un attimo in silenzio, e chiederci quale vuoto certe assenze lasceranno nella nostra vita: così io ho deciso di passare queste ultime ore.

Con questo articolo mi pongo l’obiettivo di omaggiare tre figure che si sono spente nell’anno al crepuscolo, tre figure che hanno avuto un impatto davvero decisivo sulla mia vita e sul mondo della cultura in generale.

Le persone da ricordare ovviamente sono infinite, ma per ragioni di spazio e di lettura, ho deciso di sceglierne tre – la mia personale top 3. Per ragioni di coerenza ho deciso di limitare la mia lista a un campo solo, quello che più mi interessa: la cultura.

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Philip Roth

Il grande scrittore americano, nato a Newark il 19 marzo 1933, è stato uno dei romanzieri più importanti del secondo Novecento e dei primi anni 2000. Uno dei più letti, uno dei più apprezzati, uno dei più discussi: perché non ha mai vinto il Nobel è la domanda che tutti i suoi fan si pongono. Ma anche uno dei più controversi, dei più tragici e dei più divertenti allo stesso tempo. Philip Roth era uno scrittore coltissimo e introverso, ma la sua intimità di certo non rubava spazio al ruolo critico che molti rivendicano nei confronti della scrittura.

L’autore di Lamento di Portnoy era un attento osservatore della realtà: tanto di quella esterna quanto di quella interna. Profondo indagatore della psiche umana, in particolare del lato nevrotico di quest’ultima, non mancava di denunciare i mali del nostro tempo. Penso alla Macchia Umana, uno dei miei libri preferiti, in cui denuncia in modo categorico il razzismo americano tipico delle comunità wasp (white anglo-saxon protestant).

Penso a Pastorale Americana, il capolavoro che gli è valso il premio Pulitzer, ambientato negli anni della Guerra del Vietnam, e che dimostra come le varie posizioni in merito a un episodio politico possano stravolgere completamente la vita di una famiglia.

Philip Roth, però, era soprattutto un grandissimo conoscitore della vita umana, e proprio da questa conoscenza deriva probabilmente il suo gusto unico per la risata trasfigurante, al punto da farne uno dei più grandi maestri di comicità a cavallo tra i due secoli.

La sua ricerca della verità psicologica, il suo continuo scrutare il mistero dell’esistenza, il suo costante andare oltre le apparenze e gli stereotipi che la società ci impone di assumere sono i veri protagonisti dei suoi libri. Le trame in generale sono molto semplici e ordinarie, spesso il protagonista è Nathan Zuckerman, suo alter ego letterario che rappresenta la figura del professore universitario, e le vicende ruotano attorno alla sua vita.

Ciò che davvero è molto dettagliata, invece, è l’analisi dell’irriducibile complessità della vita umana, del contrasto interno a ogni comunità etica, del persistente enigma dell’interiorità umana. Forse la cosa più interessante, però, sono i risultati a cui tale ricerca conduce. Spesso alla fine dei suoi romanzi non c’è alcun vincitore, nessuna consapevolezza postuma, nessuna verità conquistata. Niente di tutto ciò; spesso, alla fine, il nulla.

La consapevolezza della miseria, l’ineluttabilità dell’incomprensione, la necessità della mancanza di senso.

Da qui probabilmente il suo atteggiamento profondamente autoironico. Mi ricorda un po’ il nostro Italo Svevo. Di fronte alla tragicità dell’esistenza, la risata è l’unica cosa che ci permette di rimanere sani di mente, l’ultimo residuo di umanità di fronte all’alienazione della vita moderna. Lo voglio ricordare con questa citazione, in assoluto la mia preferita tra le sue opere:

«Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male.Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi; sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite…Beh, siete fortunati». (Pastorale americana)

È esattamente per questo che ci piace Philip Roth. Spesso il nostro sentirci inadeguati, il nostro sentirci incompresi, il nostro essere essere fuori luogo o inopportuni sono figli di un pregiudizio, di un’interpretazione della vita che non deve essere uguale per tutti.

Tutta la filosofia ermeneutica contemporanea, in particolare Heidegger e Gadamer, si è impegnata nel tentativo di dimostrare che la vita è interpretazione, che non esistono fatti certi e oggettivi, che il destino dell’uomo è quello di interpretare costantemente gli eventi che lo coinvolgono, alla luce del proprio passato, delle proprie esperienze, della propria sensibilità.

Partendo da presupposti simili, la differenza tra Philip Roth e i due grandi filosofi tedeschi – e forse questa è la differenza stessa tra letteratura e filosofia – è che alla fine non c’è alcuna verità razionale che dà senso al tutto, nessun principio guida che attenua la nostra ansia esistenziale, nessuna risposta che ci riconcilia col tutto.

Capire male le cose è già vivere. L’incomprensione è la vita stessa. Ed è giusto così, alcune cose non si possono spiegare, nè si devono spiegare: è proprio il loro lato enigmatico ciò che ci seduce di più. Vivere significa essere spaesati, disorientati, addirittura inguaiati come direbbero al Sud.

Alla fine né eroi né vincitori, solo un’accozzaglia di esseri umani intrappolati nelle proprie difficoltà giornaliere.

Philip Roth si è spento il 22 maggio 2018. Riposa in pace, caro Philip. Grazie di tutto.

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Domenico Losurdo

La scelta dell’immagine, con il filosofo italiano intento a leggere un sul libro tradotto in portoghese, non è casuale.

È proprio in Portogallo che ho scoperto la sua grandezza. Un giorno, una ragazza brasiliana mi chiese: «Sei italiano e non conosci Domenico Losurdo???». Io, in toni più pacati, replico: «sì di nome, ma non ho mai letto nulla.. e lei: devi assolutamente leggere un suo libro!!! Domani te ne porto uno. In Brasile è stra famoso!». Mi portò il libro, ma io invece di leggerlo lo persi. Questa è un’altra storia ma ciò che davvero conta qui è che aveva ragione lei: dovevo assolutamente leggere Domenico Losurdo.

Lo feci qualche mese dopo, al mio rientro in Italia, e fu una grandissima epifania. Uno di quegli autori che poche volte ci capita di prendere in mano nella nostra vita. Uno di quegli autori che parla la nostra lingua, ma in modo più elegante.

Uno di quegli autori in grado di stravolgere completamente il nostro punto di vista, grazie al rigore del proprio ragionamento.

Se non mi sono ancora laureato la colpa è senza dubbio sua: dopo aver letto il mio primo libro del filosofo pugliese capii subito che dovevo cambiare tutto nella mia tesi, che dovevo leggere altri libri suoi, che dovevo muovermi in quella direzione perché lì vi era vera grandezza.

Domenico Losurdo nacque a Sannicandro di Bari il 14 novembre 1941. Dopo essersi laureato nel 1963 all’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, intraprese la carriera accademica, diventando direttore dell’Istituto di Scienze Filosofiche e pedagogiche “Pasquale Salvucci” del medesimo ateneo, dove insegnò Storia della filosofia.. È stato presidente dell’hegeliana Internationale Gesellschaft Hegel-Marx für dialektisches Denken (dal 1988) e membro della Leibniz Sozietät.

Dal mio punto di vista si tratta di uno filosofi più sottovalutati di sempre, almeno per il momento. Ma perché in Brasile è così famoso rispetto all’Italia? Provo a suggerire una possibile risposta: in Italia, come in molti altri paesi d’Europa, siamo troppo influenzati da ciò che proviene dall’estero, e dall’America in modo particolare. Vittime coscienti o meno dell’americanizzazione del mondo, preferiamo Hollywood rispetto alla storia del cinema italiano. Fitzgerald a Meneghello. Il McDonald a un buon piatto di zuppa mediterranea.

Preferiamo i grattacieli delle megalopoli alle case normali tipiche della nostra provincia. L’entertainment alla felicità. Il rumore al silenzio. La frenesia alla calma. L’inquinamento all’aria buona. In tre parole, l’exciting alla saggezza.

Partendo da questo presupposto, si può sostenere a buon ragione che Losurdo in Italia, ora come ora, non può essere apprezzato.

Il suo atteggiamento è troppo critico per chi ha preferito la forma alla sostanza. Il suo pensiero troppo obsoleto per chi ha scelto il progresso infinito alla razionalità del bene. I suoi ragionamenti troppo antipatici per chi ha scelto di adeguarsi alla leggerezza dei costumi mainstream piuttosto che la serietà di chi si assume la piena responsabilità delle proprie scelte.

Domenico Losurdo è un marxista, un comunista, e un grandissimo intellettuale del Novecento italiano. Uno degli aspetti più apprezzabili del suo pensiero è il costante ricercare un punto di vista che universale voglia esserlo davvero. La ricerca dell’universalità, a partire almeno dall’Età dei Lumi, è stato il vero motore della filosofia contemporanea. Ma tale ricerca, ahimè, non è stata in grado di realizzare le proprie nobili aspettative.

È una cosa che ho capito soprattutto grazie al professore di Urbino. È vero che i tempi erano diversi, che in una società pre-globalizzata forse ci si poteva accontentare degli esperimenti mentali kantiani (alludo al test di universalizzazione come fondamento della morale universale).

Ma ciò non basta più oggi. Il grande merito di Losurdo è stato quello di completare la teoria con la storia, ovvero di portare avanti il ragionamento filosofico non per vie interne ed astratte, bensì attraverso la concretezza dell’attualità storica. Sono gli eventi dell’età contemporanea – le guerre mondiali, il comunismo reale, il colonialismo – il contesto in cui si sviluppa la riflessione di Domenico. Uno degli aspetti che si possono apprezzare di più nel suo corpus filosofico è l’insistenza con cui sottolinea la differenza tra marxismo orientale e marxismo occidentale, per ricordarci che non dobbiamo proiettare il nostro punto di vista (di noi occidentali s’intende) su altre parti del mondo.

Non dobbiamo utilizzare i nostri valori e i nostri criteri per giudicare società che si basano su valori e criteri completamente diversi. L’Occidente non è l’unico depositario della verità, né l’interprete più affidabile per quanto riguarda il significato della vita buona e giusta. Eppure questa pretesa, questa arroganza primomondista, è davvero il tratto più comune di noi occidentali. Domenico Losurdo rimette in discussione tutti i risultati della filosofia contemporanea a partire dalla consapevolezza che viviamo in un mondo composto da cinque continenti, non solo dagli Stati Uniti e dall’Europa.

Ci insegna a porci questa domanda: siamo sicuri che questa cosa non sia vera solo per noi che viviamo nei Paesi ricchi del globo, è un po’ meno vera per tutti gli altri? Ci insegna a capire che molte delle nostre conquiste spirituali in realtà sono prerogativa esclusiva della comunità bianca e ricca del mondo occidentale.

Ci insegna, infine, a capire che il significato che noi diamo a certi eventi può essere completamente diverso agli occhi degli altri. Così è stato per la storia del marxismo, la cui interpretazione privilegiata è dipesa di volta in volta dal luogo in cui ci si trovava a leggere Marx.

Per molti Paesi, Marx ha avuto un significato completamente diverso rispetto a quello che ha avuto in Europa. Il Brasile è uno di questi, e ora si capisce bene perché la mia amica fosse così stupita della mia ignoranza rispetto al filosofo italiano. In certi paesi Marx è stato il cavallo di battaglia della rivoluzione anti-coloniale, il nome a cui richiamarsi nella lotta contro l’emancipazione politica dal Paese oppressore, il Virgilio dei popoli schiavi. In questi Paesi, si capisce come un autore come Domenico Losurdo abbia avuto un enorme successo.

Questa una delle nostre citazioni preferite, che riassume bene quanto detto fin qui:

«Giunto al trionfo planetario, l’Occidente liberale ritiene di identificarsi in modo permanente con la causa della civiltà e della libertà. A partire da questa assoluta e immodificabile preminenza vediamo un’élite esclusiva, la ristretta comunità dei liberi, formulare in modo esplicito la pretesa, fino a quel momento ignota e inaudita, di esercitare una dittatura planetaria sul resto dell’umanità (Controstoria del Liberalismo)».

Non ci dobbiamo mai dimenticare che la nostra visione del Bene è la nostra, nessuno ci dà il diritto di imporla ad altri popoli che sono meno ricchi di noi. È sola la forza delle armi che ci permette ciò, ma definire questo un diritto è segno di una cattiva interpretazione del senso ultimo della legge.

Domenico Losurdo si è spento il 28 giugno 2018. Riposa in pace, caro Domenico. Grazie di tutto.

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Inge Feltrinelli

Inge Schönthal Feltrinelli, nata a Göttingen il 24 novembre 1930, è stata l’ultima grande regina dell’editoria internazionale. La chiamavano the queen of publishing. In un’Italia ancora provinciale e rinchiusa tra le Alpi e il Mar Mediterraneo, Inge seppe portare una ventata d’aria fresca che sa di cosmopolitismo, di apertura al nuovo, di interesse all’altro. Grazie ad Inge, all’Italia di sessant’anni fa si schiuse un mondo nuovo.

La sua vita è sempre stata segnata da eventi molti forti e tragici, destino che le appartiene sin da piccola. Mezza ebrea di nascita per parte di padre, fu poi la madre a salvarle la vita nei duri anni dell’Olocausto. Spingendo il marito a scappare in America, la madre affidò Inge alla custodia di Otto, un ufficiale della cavalleria tedesca che le fece da patrigno.

Il dopoguerra per lei, già segnato dalla drammatiche vicissitudini di quegli anni, ovvero fame, deprivazione e povertà, si concluse in modo ancor più tragico con una viaggio a vuoto in America dove il padre la respinse.

La sua vita ebbe una svolta decisiva nel 1958, quando ad Amburgo conobbe Giangiacomo Feltrinelli, il fondatore della grande casa editrice italiana, uno degli uomini più rappresentativi dell’Italia di quegli anni. Lei fino ad allora lavorava come giornalista reporter; famose sono le sue foto di Picasso, Hemingway, John Fitzgerald Kennedy, Winston Churchill, Gary Cooper e Greta Garbo. Purtroppo anche la conoscenza dell’editore milanese, se da un lato le ha davvero cambiato la vita, dall’altro ha avuto un tragico epilogo. Giangiacomo, comunista convinto, il 14 marzo esplode a Sagrate nel tentativo di mettere una bomba su un traliccio dell’Enel. Fu lei a salvare la casa editrice, e a tenerne le redini finché la malattia non la obbligò a ritirarsi dall’attività.

La sua filosofia era questa: «non si faceva questo mestiere per diventare ricchi, ma per fare circolare idee».

Lo scrittore israeliano Amos Oz, venuto a mancare anche lui proprio qualche giorno fa (28 dicembre) e che di certo avrebbe meritato uno spazio in questo articolo, la definì «un vero vulcano di idee, curiosità, gentilezza».

Ed è proprio per questo che la vogliamo ricordare in questo articolo: la sua classe innata, la sua apertura mentale, il suo atteggiamento mondano hanno cambiato la storia del nostro Paese.

È grazie alle sue doti e alle sue virtù nel campo delle relazioni pubbliche che la Feltrinelli è diventata famosa in tutto il mondo, a partire dagli Stati Uniti, dove il marito è un mito vivente e un personaggio scomodo allo stesso tempo, a seconda che venga giudicato dagli intellettuali progressisti o dall’establishment conservatore. Qui si avvicinano alla casa editrice scrittori del calibro di James Baldwin, Arthur Miller, Karen Blixen e Henry Miller. Poi, nel 1964, due anni dopo la nascita del figlio Carlo, la coppia si trova all’Avana per lavorare con Fidel Castro alla sua biografia, ospiti negli appartamenti privati del leader cubano.

Dopo la morte del marito, comincia il periodo più duro per Inge, tanto come persona e madre di Carlo, quanto come presidente di una delle più importanti case editrici. Fortunatamente, fu proprio il suo amore per la cultura e il suo entusiasmo caratteristico, il suo vagabondare da un luogo all’altro del pianeta e il suo riso contagioso, che sepperò salvarla dalla crisi. Nella fase più difficile escono i romanzi di Saramago, Pennac, Yoshimoto, Amos Oz, Tondelli, Benni, Tabucchi, Celati, Starnone, De Luca, Maggiani, Baricco e tanti altri autori.

Il successo editoriale è pazzesco, il peggio è passato, la Feltrinelli è salva.

Qualche anno fa Romano Montroni, uno dei più noti librai italiani, per 42 anni gestore della libreria Feltrinelli di Bologna, una delle prime della catena, ha detto di lei: «senza la presenza di Inge Feltrinelli, che già negli ultimi tempi ne aveva preso in mano le redini, non so se la casa editrice ce l’avrebbe fatta a resistere».

Oggi il presidente della casa editrice è Carlo Feltrinelli, il figlio, che ne è anche l’amministratore delegato. Queste le sue parole per ricordare la madre: «credeva nel valore delle battaglie culturali. Non dimentico il suo orrore per i recenti rigurgiti neo nazisti in Germania e per certe derive della politica italiana».

Secondo Baricco, «veniva da un altro pianeta, veloce a comprendere se ci fosse qualcosa di speciale. Una compagna di viaggio fantastica».

«Più che un editore Inge era un’atmosfera», le parole di Simonetta Fiori nel suo articolo per La Repubblica.

Così la ricorda il Gruppo Feltrinelli: «fonte quotidiana di ispirazione per le attività dell’intero Gruppo, Inge Feltrinelli è stata la guida più esigente e lo sguardo più innovativo, l’entusiasta promotrice di nuove attività come la diga più invalicabile a difesa dell’indipendenza e dell’autonomia della cultura e di tutte le manifestazioni di pensiero libero. Fotografa, fotoreporter, grande appassionata di moda, di arte e di ogni forma di creatività, aveva difeso con coraggio la stessa esistenza della Casa editrice Feltrinelli, alla scomparsa del suo fondatore. Ci lascia una donna che sapeva distinguere la qualità e che ha portato in Italia e a Milano, nel corso degli ultimi cinquant’anni, scrittrici, scrittori, editori, intellettuali internazionali animando un contesto di inestimabile ricchezza».

Così vogliamo ricordarla noi, con una delle sue frasi più celebri, che rappresenta bene il suo spirito e il nostro: «Leggere libri è un atto rivoluzionario»

In un mondo dove si legge sempre meno, o sempre più superficialmente se non altro, dove i post sui social network hanno sostituito l’impegno degli articoli professionali, dove ci si accontenta di lasciare che le cose vadano così come vanno – l’importante è che la nostra situazione personale non peggiori più di tanto – riteniamo che questa frase sia quanto mai attuale. Leggere libri è l’atto rivoluzionario per eccellenza, ed Inge di libri ne ha pubblicati davvero tantissimi.

Inge feltrinelli si è spenta il 20 settembre 2018. Riposa in pace, cara Inge. Grazie di tutto.

 

FB_IMG_1545576003288Elvis Zoppolato, 26 anni (1992)

Laureato in filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, laureando magistrale in filosofia all’Università degli Studi di Bologna, studente di giornalismo presso la Scuola Belleville di Milano.

 

 

 

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Elvis Zoppolato a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

 

 

 

 

 

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