4 storie in 4 ore – Gli appunti di Fredson – Intro

di Simone Faresin 

(Prima di fare click)

Lisbona è una città stupenda, meravigliosa. La amo più di quanto abbia amato una donna, anche più di tutte le donne che ho amato a Lisbona. Adoro Lisbona, nella versione decadente e sospesa, pacata come una vecchia Signora elegante che sa rifiorire dalle sue tragedie, tanto da cantarle con una certa saudade.Una vecchia Signora che rinasce come un’araba fenice dalle sue stesse ceneri (e macerie). Una città pacifica, lontana dai ritmi metropolitani nevrotici e corrosivi che conoscevo a Milano e dintorni. Lisbona è una Signora città ricca di interessanti attività, culturali e non, e allo stesso tempo non hai assolutamente bisogno di niente, ti basta passeggiare e perderti tra i vicoli, scoprire dettagli e apprezzarli con ogni variazione di luce.

“LX” come la chiamano, o Lisa, è avvolta in un’atmosfera super friendly, palpabile in ogni incontro, in ogni festa d’appartamento, in ogni festival musicale, in ogni approccio casuale, in ogni pomeriggio spensierato sotto al cielo azzurro solcato da giganti nuvole bianche che sembra rappresentino il passato, sempre in sospeso per essere interpretato ma tanto leggero da averlo già di fatto dimenticato. 

Lisbona è anche un porto di mare; è sulla scena internazionale e qui ho imparato che la “mistura” tra popoli e genti non è poi niente male.

Ci sono anche tanti matti, esauriti, scoppiati. Sembra che arrivino da tutto il paese per poter avere un pubblico qui nella capitale. La Grande Lisbona! Ma ci sono matti anche da altre parti di mondo: esemplari russi, rumeni, angolani, capoverdiani, svedesi, finlandesi, irlandesi, afgani e brasiliani, sardi e canadesi, francesi e australiani, olandesi e coreani. Dal più inoffensivo che parla con i piccioni, a quello un po’ più molesto che ti si siede a fianco e attacca a parlare con cose tipo: «Sei pronto a cambiare il mondo?».

In questo clima picaresco con un forte mix culturale è normale voler mantenere una certa distanza di sicurezza con gli sconosciuti. Ma spesso sono quelli che consideriamo normali a combinarne di tutti i colori. Vedi Fredson. Già, Fredson. Chissà dove cazzo è finito Fredson.

Sono all’Adamastor a rilassarmi, da solo, zero progetti. Una chiamata in entrata mi riporta alla realtà, è Miguel, un amico dai tempi del Liceo e delle nottate infinite. «Dove sei?». Mi chiede con tono nervoso, cerco subito di addolcirlo: «All’Adamastor, giornata perfetta per shallarsi un’oretta, dai vieni qui che scatta la bombetta!». Ma la sua risposta è una secchiata acida:«giornata perfetta un cazzo, ho bisogno del tuo aiuto o finisco per impazzire. Il mio coinquilino è sparito da due settimane ed è quasi fine mese e bisogna pagare l’affitto cazzo, già ho fatto girare i coglioni alla proprietaria non so quante volte. Son sotto di 750 euro Simo e la settimana scorsa ho esagerato…». Maledico mentalmente il cellulare che permette alle rotture di coglioni di trovarti ovunque, la sfiga ha sempre campo.

La giornata è stupenda, figurati se ho voglia di stare qui a sentir gracchiare questo autoparlante nell’orecchio… «senti Miguel, molla il telefono e vieni qui a parlarne, con calma ragioniamo e troviamo una soluzione». La mia buona volontà é investita dall’onda d’urto della risposta con cui sbotta Miguel: «ma con calma cosa, cosa vuoi che risolviamo io e te? C’hai per caso millecinquecento euro da prestarmi? Non credo, quindi cosa vuoi che risolviamo lì all’Adamastor?».

Sbotto anch’io: «allora perchè cazzo mi rompi i coglioni coi tuoi problemi se pensi che non posso aiutarti? Ti chiudo il telefono in faccia e vai a fare in culo, meglio? Dai, vieni qui che mi spieghi bene e risolviamo tutte le guerre nel mondo». Chiudo, lancio il telefono maledicendo la negatività di Miguel, faccio un meraviglioso canestro nello zaino da mezzo metro di distanza, do fuoco alla miccia e bada-bum, solo cielo azzurro e nuvolette a navigare sopra la foce del Tejo e qualsiasi problema va a fondo tra i traghetti che fanno spola tra Cais do Sodre e Casilhas.

«Eccolo». Miguel mi trova tutto assorto ad osservare l’orizzonte, proprio quando stavo per perdere l’uso della parola. Ha una bella camicia tra l’hawaiano e il psichedelico, gli sta bene. Miguel è basso, mulatto scuro, di origine portoghese ma cresciuto in Italia. Ci siam conosciuti al Liceo Artistico, mi parlava di Lisbona e del Portogallo e io manco riuscivo ancora ad immaginare. Mi parlava nel 1994 di quando bigiava con i compagni e andavano a surfare e adesso che conosco Caparica e pure Carcavelos dall’altro lato, lo capisco, lo capisco eccome. Lisbona mette tanta roba sul piatto. Con Miguel ci siam persi di vista dagli inizi del 2000; poi io nel 2011 vengo a vivere a Lisbona, nel 2012 rientriamo in contatto perchè lui torna qui a vivere dopo più di vent’anni.

Miguel continua come se la chiamata al telefono non si fosse mai interrotta: «Il mio coinquilino è sparito, senza pagare l’affitto, senza dire niente». Sbuffo e aggiungo: «bella sorpresa».

«Infatti, ma sono preoccupato Simo, non è da lui».

«Lo conosco?».

«Fredson? No, non esce mai, mai venuto ad una festa o a far serata con me, lavora sempre alla sera fino a mezzanotte».

«Beh, figata, esce da lavoro e la notte sta cotta al dente, è proprio il momento giusto per azzannarla».

«No Simo, Fredson non è come noi, è un tipo tranquillo, molto serio, molto riservato…».

«Fa rima con sfigato».

«No, non è sfigato, è uno serio, mi ha sempre parlato poco del suo lavoro ma è qualcosa legato al Governo e alla Sicurezza Interna. Una volta mi ha accennato qualcosa sopra una nuova tecnologia che ti permette di vedere attraverso gli occhi di una persona».

«Tipo gli occhiali di Google?».

«No, molto meglio Simo, qualcosa che usano a livello militare».

«Ma insomma Miguel, con chi cazzo condividi l’appartamento? Con una spia del Governo?».

Miguel mi guarda stupito:«Ma sai che l’ho pensato a volte? Mai una fidanzata, mai una donna o degli amici in visita, mai sentito ricevere chiamate, mai un pranzo, una cena o una grigliata tra colleghi, zero. E abbiamo un bel terrazzo con giardino. Un tipo troppo chiuso per godere di una vita sociale come la nostra».

«Beh, questo non è mai un buon segnale. Poi per carità, non sarebbe il primo coinquilino portoghese che conosco che se la vive sempre chiuso in camera».

«Comunque è strano, non un messaggio, non una chiamata, telefono spento da due settimane, zero facebook, nada de nada».

«Può essere che è partito per un viaggio?».

«Non lo so, non ha mai viaggiato da quando sta qui, sempre e solo a lavorare da sette mesi, quel nuovo progetto è tutto per lui».

«Dove lavora Fredson?».

«In un palazzo del Ministero della Difesa, vicino Restelo, nella zona delle ambasciate sopra Belém».

«Sti cazzi. Robba alta».

«È un tipo troppo regolare per sparire così senza lasciare traccia, sono preoccupato Simo. Fredson è uno che mi lasciava un post-it sul frigo anche solo per dirmi che aveva notato il rubinetto in bagno gocciolare più frequentemente o che aveva sentito la vicina parlare male di me con la proprietaria del palazzo, quella vecchia stronza…».

«Cos’hai combinato?».

«Ma niente, una mattina m’ha beccato in pieno mentre vomitavo sulle sue rose in guardino…». Scoppio a ridere. Quale pensionata in menopausa non rimarrebbe disgustata a vedere di prima mattina il proprio vicino a sboccargli violento sulla rugiada e sulle rose profumate? Chissà se le avrá poi potate o lavate.

«Da lì non mi saluta neanche più. Ho provato a chiederle scusa ma mi evita come un lebbroso».

«E ci credo bene, mia madre ti avrebbe pure preso a bastonate a vederti fare un sacrilegio simile».

Ce la ridiamo, Miguel sembra già più rilassato.

Rimane un attimo in silenzio poi sbotta: «ho bisogno di soldi».Sorridendo gli rispondo: «anche io». Si fa serio: «devo risolvere questo problema della scomparsa di Fredson, la mia parte posso ancora recuperarla. Ma i 750 di Fredson non saprei proprio dove andarli a prendere».

«Parlarne con la tua proprietaria?».

«Nepia!».(Nem pensar – Non ci pensare proprio)

«Perchè?».

«È stanca di sentire storie, questa mi caccia. E dove la trovo più una casa ad un buon prezzo? Sta aumentando tutto. Simo, tu quanto paghi là ad Arroios?».

«450».

«Non è mai aumentato?».

«La mia proprietaria c’ha provato una mattina, ci siam incontrati sotto casa e mi fa che aveva bisogno di aumentare la renda perchè sta gravida. Io l’ho guardata dritto negli occhi e le faccio che questa era la dimostrazione che gli accordi vanno messi per iscritto proprio per evitare sorprese come queste. Si era detto 450 e 450 deve rimanere e poi gli ho detto che anche io sono incinta».

Miguel a ridere.

«D’istinto, le dissi proprio eu tambem estou gravido, ovviamente riferito alla mia donna, ma alle sette e ventotto del mattino, senza aver ancora bevuto un caffè e con un giramento di coglioni subito sotto casa, epah non son riuscito ad esprimermi meglio».

«Com’è finita?».

«Non s’è piú sentita».

«Sparita, come Fredson.”

«Ma magari Miguel, almeno non pagavo più l’affitto per mesi e mesi e poi sì, ecco che magicamente uno riesce a risparmiare! Maledetti soldi!».

«Maledetti soldi». Fa eco Miguel.

«Senti, comunque è meglio che ci parli con la tua proprietaria e le spieghi di Fredson».

«La farebbe solo preoccupare ancora di più, penserebbe che i soldi dell’affitto smetterebbero di entrare regolarmente e mi sbatterebbe fuori subito».

«Ma smettila, nessuno può sbatterti fuori di casa oggi».

«Guarda Simo che succede qua, non ti ricordi quel bairro storico che han demolito con le ruspe? Famiglie in mezzo alla strada e tanti saluti».

«Quella è un’altra faccenda, io parlo della tua proprietaria, anche chiamando la Polizia non possono tirarti fisicamente da casa e se la vecchia provasse a fare merda chiamando gente brutta arriverremmo noi in forze a farle cambiare subito idea».

«Simo io non cerco lo scontro, voglio solo capire come fare con questo che è sparito e i conti da pagare».

«Forse è meglio che ci parli con la vicina e le chiedi se ha visto qualcosa, se si ricorda l’ultima volta che ha visto Fredson».

«Ma figurati, non mi aprirebbe neanche la porta».

«E tu diglielo: mi accontento di parlare con lei dal citofono!».

«Quella è capace che pensa che io e Fredson siamo gay».

«Ancora meglio! Buttala sul sentimentale: mettiti in ginocchio sul suo zerbino a piagnucolare che l’amore della tua vita è misteriosamente scomparso. Aiutatemi a ritrovare il mio Fredson, vi prego!».

«Mi guarderebbe schifata come mi guarda sempre e mi risponderebbe: ammazzati, pervertito!».

«Ahah! No, comunque non credo vi veda come gay, un gay non vomiterebbe mai sulle rose della vicina, non si fa».

«Tu l’hai mai fatto?».

«Non era la mia vicina, erano le rose della mamma di una mia amica, la prima volta che mi son ubriacato con la Vodka. “Vodka & Weed” ci farò sopra un pezzo rap un giorno. Erano i primi anni ’90, ai tempi dei motorini. Mi han fatto un caffè per farmi ripigliare ed io mi son alzato di colpo, mi son affacciato alla finestra e olè, le ho concimato il vasetto delle rose sul balcone».

«Ahahah e la tua amica?».

«Non ricordo niente, solo che poi correvo per un parcheggio di una ditta e gli amici a rincorrermi per farmi vomitare a calci in culo. Ero il più piccolo del gruppo. Ma il vero imbarazzo è stato solo sei anni dopo, quando ho scoperto che la mamma della mia amica era presente quella sera in cucina col caffè e sboccata di rosa, aveva visto tutto. Che vergogna, pensavo fossimo solo tra amici».

«Chissà che teppista che eri».

«Sono peggio adesso, a 13 anni ero solo un timido pischello».Faccio un ghigno soddisfatto.

«Forse Fredson s’è preso per la prima volta una sbornia e s’è perso per Lisbona». Ipotizza Miguel.

«Beh, ma due settimane sono proprio tante, neanche il capodanno più potente che abbia fatto fino ad oggi m’ha steso in coma per più di due giorni».

«Tra l’altro da camera sua sembra non mancare niente, lo zaino con cui va a lavoro è ancora sul letto. Le valigie sono ancora al loro posto, è rimasto tutto in ordine come se mancasse da un giorno».

«Hai pensato ad andare dove lavora a fare domande se sanno qualcosa? È un tuo diritto, hai tu la responsabilità della casa».

«Ma Simo, secondo te mi presento là al Ministero della Difesa a chiedere: scusate, per caso vi siete persi uno dei vostri agenti?».

«Beh, non dico così ma… Senti due settimane sono tante, io avviserei la Polizia se fossi in te, poi ci pensano loro a far domande in giro».

«Ma Simo ma che cazzo dici di avvisare la Polizia?».

«Oh Miguel, la televisione e i giornali li vedo, ma le senti le storie che succedono? Se fosse accaduto davvero qualcosa a Fredson e se io fossi uno sbirro, mi insospettirei a scoprire che il coinquilino, dopo un mese, non aveva ancora avvertito nessuno, manco la Polizia…».

«Ma cosa vuoi che faccia la Polizia!?”».

«Miguel, tu pensa a pararti il culo».

«Ma figurati Simo se adesso vado dalla Polizia».

«E allora cosa vuoi aspettare? Che Fredson ritorni dal nulla in cui è svanito? Sicuro che non ha lasciato un messaggio, una lettera, hai visto bene in casa o in camera sua?».

«Sì, tutto in ordine, non c’è niente fuori posto, addirittura c’erano ancora le sue cose stese fuori ad asciugare».

«Non è un buon segno. Nella posta? Niente?».

«Zero».

«Nessuna mail sua, nessun messaggio? E tu non hai come contattare la famiglia? Tra le sue cose ci sarà qualche indizio».

«Oh, Tenente Colombo, ma che film ti stai facendo in testa?».

«Un giallo. Sei tu che mi rompi i coglioni con la sparizione del tuo coinquilino gay. Ripeto: io andrei dalla Polizia. Preventivamente, a raccontare i fatti, fosse anche solo un modo per dimostrare alla tua proprietaria che ti preoccupi per la casa e per l’affitto che devi ancora pagarle».

«Quella mi caccia».

«Quella ti fa sparire, come a Fredson. E si scoprì che lo avevano interrato sotto alle rose, ahahah!».

«Una congiura ordita dalla proprietaria e dalla vicina!».

«Esattamente! Per poter tornare al loro quieto vivere!».

«Cazzo, e hanno ammazzato l’unico che non dava fastidio a nessuno». Ridiamo.

Passano dei conoscenti, ci distraiamo con altre chiacchiere e con un gruppo di allegre ragazze che scopriamo essere svedesi alla loro ultima notte a Lisbona, erasmus. Benissimo: si accende una conversa in inglese maccaronico, scatta la prima bottiglia di vinello verde, bello freschello e incrociando lo sguardo con una delle quattro svedesi in particolare, pop! Stappo la bottiglia e mi dimentico di Fredson.

Continua…

4 Storie in 4 ore  è un esperimento letterario di Simone Faresin in collaborazione con Sosteniamo Pereira. Le storie sono una “mistura” tra realtà e fatti ispirati da opere come “Strange Days” e “Essere John Malkovich” raccontando cosa accade in un’insospettabile notte Lisboeta tra le ore 20 e Mezzanotte.S imone Faresin ha iniziato la sua collaborazione con Sosteniamo Pereira pubblicando racconti in “Cose dell’altro Tropico” rubrica dove narra della sua esperienza di 2 anni in Mozambico. 4 Storie in 4 ore è stato scritto tra Lisbona, Maputo, Beira e Porto.

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Simone Faresin a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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