Mohsin “O Cabeleireiro”

Non ho dubitato molto delle capacità da barbiere di Mohsin, i suoi racconti sul suo passato parlano per lui e a me sembra uno che sa il fatto suo. Ma ora che lo vedo sopra di me con forbici e rasoio in mano, devo ammettere che un po’ di insicurezza me la trasmette.

Per lui oggi e’ una prova, tutti nella stanza si chiedono se quel ragazzo iracheno, capitato per uno scherzo del destino a Lisbona, sa effettivamente come tagliare i capelli

di Francesco Tavoloni

They came at five in the morning, ten policemen, only for me, like a criminal, I was sleeping they wake me up, they tell me to go with them I say ok but let me take some things some clothes, they say no you must come now, time is over. German police is very very bad. I took my Barcelona t-shirt and my football shoes.

Esco di fretta in strada, sono in ritardo ancora una volta. I miei modi di fare si sono letteralmente adagiati su quello che è lo stile di vita portoghese, lento e sbadato. Se prima il mio ritardo oscillava tra i cinque e i dieci minuti, in questo periodo a Lisbona sono diventati normalmente quindici. Allungo il passo e mi dirigo verso la vicina metro Alameda, che si trova proprio a fianco alla mia ‘pastelaria’ di fiducia, “Pao de Açucar”.

L’odore del caffè che non ho ancora preso mi richiama a sé come il dolce canto delle sirene, e a me non resta altro che cedere al suo amaro piacere. A lato dell’entrata, come sempre, vedo Miguel chino sul cliente, intento a lustrare le scarpe di cuio ad un uomo di mezza età.

Miguel ‘O Sapateiro’ rappresenta uno dei pochi simboli rimasti intatti della Lisbona che fù, quella Lisbona di cui ho letto nei libri e ne ho ascoltato i racconti di chi l’ha vissuta, ma che non ho toccato con mano fino in fondo. Quell’atmosfera autentica e romantica tipica della capitale portoghese, che ora è sempre più difficile ritrovare tra le sue vie, invase dai turisti “mordi e fuggi” e dai suoi abitanti che cercano di approfittare della situazione gonfiando i prezzi e scimmiottando una scaltrezza che non gli si addice. Miguel fa della strada la sua bottega, il suo mestiere è lì dove tutti possono vederlo e giudicarlo, con grasso e spazzola lucida l’orgoglio del portoghese medio. Bevo il caffè e pago velocemente, senza fare attenzione al resto mi precipito nella metro, direzione Quinta das Conchas, linea Amarela.

Football is the only thing that I have, I was playing in Iraq and in Greece, but here I can’t play. I like Messi he is the best player, my idol. When I play I don’t think, I am happy.

Cambio metro in Campo Grande. Minuti di attesa 9. Maledico il destino beffardo, poi Dio, poi me stesso, in ordine di apparizione.

Quando aspetto una metro più di cinque minuti ripenso sempre a quando vivevo a Londra o ad Amburgo, dove la precisione e la puntualità dei servizi erano un vanto della città.

 

Poi ripenso ai miei quattro anni a Roma, e tutto torna ad avere senso. Ne approfitto per osservare lo stadio “Josè Alvalade” alle mie spalle, casa e museo dello Sporting Lisbona, una delle due squadre simbolo della città.

Qui ha iniziato la sua carriera calcistica nel professionismo un certo Cristiano Ronaldo, idolo e divinità dell’intero paese.

 

E’ incredibile quante volte ho incontrato la sua faccia sui giornali nelle edicole della città o la sua maglia esposta come un santino portafortuna fuori dai negozi. A breve inizieranno i mondiali di calcio, l’eccitazione e il fermento per l’evento è percepibile dai discorsi delle persone al bar e ovviamente C. Ronaldo è l’eroe che dovrà portare il Portogallo a raggiungere il traguardo tanto ambito. Dopo aver vinto l’ultimo Europeo, la nazionale portoghese è sulle ali dell’entusiasmo, e la gente ci crede nell’impresa. La speranza è l’ultima a morire, arriva la metro.

Mi lascio Campo Grande alle spalle e do un’occhiata all’orario sul telefono. Come un mosaico da ricomporre, mi appaiono le parole apprese finora in lingua portoghese, in particolare la differenza tra ‘ser’ ed ‘estar’ ‘atrasado’. ‘Estar atrasado’ significa infatti essere in ritardo, ‘ser atrasado’ è invece traducibile con essere ritardato.

Al momento, mi sento molto più il secondo.

I was working with my brother, he had a shop to cut hair. I started to cut hair with him. He had to leave the shop, he is in Iran now with his wife and son. I want to work here in a barber shop, but I don’t know the language, is not easy but I am going to school. I cut hair for everybody in the center, but nobody can cut mine!

Arrivo al centro del “Lisbon Project” in Rua Raul Mesnier du Ponsard 7. Vedo Gabriela e alcuni volontari aggirarsi intorno ad una sedia, posizionata al centro della stanza. Mohsin, in piedi, traffica con gli strumenti necessari per la sua arte, controllando che tutto sia al proprio posto. Azad, braccio destro e fedele compagno di Mohsin, è seduto in una panca, preso dal suo telefono. Il primo ad accorgersi di me è proprio Mohsin, che mi saluta col suo sorriso bonario e il suo “Hey bro” che annulla tutti i formalismi del caso. Mi avvicino alla sedia, ora la disposizione diventa più chiara. Gabriela e gli altri volontari si sono sistemati intorno alla sedia a formare un cerchio, facendolo diventare il centro nevralgico della scena. Tutti sono intrigati e ansiosi di vedere Mohsin tagliarmi i capelli e non vogliono perdersi il momento. C’è un misto di divertimento, curiosità e malizia nella possibilità di errore che eccita il pubblico, che lo tiene sulle spine fino a quando sente di aver gustato fino in fondo quel momento, e le possibilità di sbagliare si riducono pian piano. La dose di gossip quotidiana che ognuno deve soddisfare.

Raccontarla e documentarla. Oggi, io e Mohsin, saremo vittima e carnefice di quel gossip.

Non ho dubitato molto delle capacità da barbiere di Mohsin, i suoi racconti sul suo passato parlano per lui e a me sembra uno che sa il fatto suo. Ma ora che lo vedo sopra di me con forbici e rasoio in mano, devo ammettere che un po’ di insicurezza me la trasmette. Per lui oggi e’ una prova, tutti nella stanza si chiedono se quel ragazzo iracheno, capitato per uno scherzo del destino a Lisbona, sa effettivamente come tagliare i capelli o se invece e’ solo un modo scaltro per trovare un lavoro. Immagino sia un po’ emozionato, anche se dalla sua espressione non trapela nessun segno di stress o pressione. “How I cut them?” mi chiede Mohsin nel suo inglese spicciolo. “Short” esordisco io senza troppe pretese.

Lui mi guarda un po’ confuso, sembra che la risposta non gli sia piaciuta. “You have a picture?”. Realizzo subito che in effetti la mia risposta non sia stata di grande aiuto, cosi’ gli mostro una foto di un vecchio taglio di capelli molto corto e che giudico non troppo complicato

. Lui sorride, e mi fa un cenno con una mano. “Easy”.

I am 21, I come from Sinjar, in Iraq… ISIS killed my people because we are Yazidis, we believe in one God, like Christians. We try to escape, but a lot of people died. Before Lisbon I was in Greece than Italy than in some place in Germany, and again Lisbon where I left my fingerprints. My family is in Hannover, some in Frankfurt but I cannot see them, I can’t go back there, I have to stay here. I like Lisbon but I miss my family. Now Azad and Amer are my family.

Mentre Mohsin rimette a posto gli strumenti, ne approfitto per guardarmi allo specchio e apprezzare il suo lavoro. Seppur il taglio non è proprio come quello che avevamo concordato, mi piace e sembra che anche gli altri abbiano apprezzato, dato che vanno a complimentarsi con lui e a scambiare qualche battuta. Era ciò che volevamo, il risultato sembra raggiunto. Promuovendo il lavoro di Mohsin, tramite i social network, e dandogli la possibilità di fare pratica sarà più facile per lui trovare lavoro il più presto possibile ed integrarsi in città.

Azad ed Eyob, che nel frattempo e’ arrivato con tanto di palla e scarpette al seguito, se la ridono divertiti e scattano qualche foto ricordo.

Amer invece non vede l’ora di scendere in campo e mi guarda contrariato ansioso di giocare. L’appuntamento per la partita settimanale e’ alle 16:30, e siamo in ritardo di mezz’ora. Salutiamo i ragazzi del centro, e ci dirigiamo verso il parco vicino, dove andrà in scena la consueta partita di calcio settimanale: Barcellona vs Real Madrid.

Mohsin, Azad e Amer sono nel Barcellona, io oggi sono con Eyob ed Estifanos. Sarebbe più corretto definirla Iraq contro resto del mondo, ma le due squadre spagnole rappresentano meglio la qualità espressa sul campo, così dice Azad. Se non altro, la voglia di calcio che si sente nell’aria è sicuramente quella dei grandi eventi , non si scherza più quando la palla inizia a rotolare. Non è facile comunicare in inglese durante la partita, infatti la lingua comune è l’arabo, nelle sue varie declinazioni, e non resta che adeguarmi. Ho imparato il linguaggio di base, come “passa”, “tira” o “palo” ma non sembra essere sufficiente, tutti fanno ciò che vogliono come le migliori partitelle al campetto sotto casa.

Mohsin sfoggia la sua immancabile maglietta del Barcellona e a guardarlo correre sulla fascia ed eseguire dei rapidi cambiamenti di passo si può ben comprendere perché Messi è il suo idolo. E’ curioso vederlo passare da barbiere, lavoro manuale e di precisione, a calciare con forza il pallone ed entrare in contrasti decisi e senza fronzoli. Sembra però che la stessa precisione e cura che utilizza nel tagliare i capelli, la riporti sul campo di gioco, accarezzando la palla e servendo i compagni per fare goal. Per mia sfortuna, Mohsin gioca contro di me, e il team iracheno non sembra dare scampo alla nostra squadra italo-siriana. Nemmeno l’ingresso in campo dell’eritreo Elsadig e il maliano Ebrahima riesce a dare una svolta alla partita, che finisce 7 a 4 per il Barcellona-Iraq. Dopo un’ora e trenta di gioco, torniamo al centro sudati e soddisfatti, scambiando le ultime battute prima di salutarci. Ringrazio ancora una volta Mohsin, con la promessa di vederci presto, prima del prossimo match. Il “Messi iracheno” è stato ancora una volta decisivo.

L’appuntamento per cena con i miei coinquilini sembra sarà posticipato di un’ora e posso con tutta calma dirigermi verso la metro. Rayan, coinquilino brasiliano, ha detto che non ce la farà per l’orario concordato. “Estou atrasado” ha scritto nel messaggio. Quanto mi piace la cultura brasiliana…

Lisbon Project è un’associazione no profit nata a Marzo 2017 che favorisce l’integrazione e protegge le vite dei migranti e dei rifugiati nella città di Lisbona. Nel Luglio 2017 Lisbon Project si è ufficialmente costituita con sede a Lumiar, proponendo diversi servizi come: corsi di lingua inglese e portoghese, mediazione, appoggio scolastico, impiego, attività ricreative, assistenza medica. Tutti questi servizi sono forniti da volontari e donatori in accordo con le leggi nazionali. Secondo le statistiche, il Portogallo non è un paese che riceve molti rifugiati attraverso programmi Europei, ma senza richiesta spontanea. Tuttavia, il Portogallo riceve sempre più migranti economici alla ricerca di nuove possibilità lavorative ed esigenze personali. Il Lisbon Project ha l’obiettivo di partecipare alla lotta collettiva, affinchè tutti coloro che passino in terra Lusitana possano sentirsi rispettati e protetti. 

Pagina Facebook: @LisbonProjectByRiverside

Mentre Mohsin “O Cabeleireiro” lo trovate qui @barbermohsin

 

Francesco Tavoloni è laureato a Roma in Lingue e Culture Straniere, attualmente a Lisbona insegna Inglese in una scuola di lingue.

La sua forte curiosità e l’amore per le storie dei vinti lo spingono a scrivere i suoi pensieri e le sue esperienze, in un contesto sociale che tende a dimenticare in fretta. Il suo blog è Sottosuolo

 

 

 

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Francesco Tavoloni a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

 

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