Il trauma del fuoco. Viaggio nel Portogallo devastato dagli incendi

di Luca Onesti

Questo articolo è stato già pubblicato su Il Salto in data 10 marzo 2018.

A dicembre, nel piccolo centro di Castanheira de Pera, al posto della sensazione di abbandono e di vuoto provata la prima volta che c’ero stato, è arrivato un leggero fermento: alcuni abitanti stanno montando le decorazioni natalizie.

Luci colorate e ghirlande arrivano su un furgone, pronte per essere appese alle porte, alle pensiline degli autobus, a essere intrecciate tra i rami degli alberi.

Se all’inizio mi sembra qualcosa che possa arrecare conforto, presto realizzo che si tratta di calore artificiale: è stata la Galp, azienda portoghese operante nel settore petrolifero e del gas, a donare luci e addobbi a questo che è uno dei comuni più colpiti dagli incendi di giugno, pensando di fare, in questo modo, un’operazione di marketing della solidarietà.

A sei mesi dalle fiamme
Sono arrivato qui dopo tre ore di viaggio in pullman da Lisbona, per visitare la Missão Esperança della organizzazione non governativa Medicos do mundo (branca portoghese della francese Médecins du monde), che all’indomani dell’incendio del 17 giugno 2017, ha avuto inizio con sede in questo comune. Ad accogliermi e a mostrarmi i luoghi dove sono vengono alloggiati i volontari, una vecchia scuola abbandonata e una ex discoteca a due piani, c’è Maria Porto Sousa, la coordinatrice della missione, nata a Coimbra ma che vive a Castanheira da Pera da 12 anni.

«Gli incendi, oltre che portare morte e distruzione, hanno aggravato i problemi socio-economici che già c’erano qui, li hanno resi visibili e più urgenti» mi spiega mentre mi fa conoscere gli altri componenti della squadra. «Nei primi mesi eravamo completamente assorbiti dall’emergenza, ma ora, a 6 mesi dall’incendio, le necessità stanno cambiando.

L’essenziale del nostro lavoro consiste nel rintracciare i problemi e le carenze sanitarie e psico-sociali, e di fornire assistenza non solo a chi è stato colpito direttamente dall’incendio, ma a tutta la popolazione di Castanheira de Pera.

Ora stanno nascendo molti progetti dentro al progetto, che puntano a formare le persone del posto perché possano portarli avanti autonomamente».

Più di cento vittime
L’estate 2017 è stata tra le più calde e secche degli ultimi decenni e gli incendi in Portogallo sono stati numerosissimi.

Per capire la portata del fenomeno basta riferire che in poco più di 4 mesi, da giugno a ottobre, è bruciata un’area che corrisponde al 5% dell’intero territorio portoghese. Ma è il numero delle persone che hanno perso la vita, a restituire la dimensione della catastrofe: più di cento tra l’incendio che il 17 giugno che ha colpito i comuni di Pedrogão Grande, di Figueró dos Vinhos, di Castanheira de Pera e altri comuni contigui, uccidendo 64 persone, e quello del 15 ottobre in altri comuni situati sempre nel centro-nord del paese, ancora più grande come area bruciata, che ha provocato 45 morti.

Una tale concatenazione di tragedie dal punto di vista ambientale e in termini di perdita di vite umane non può che mettere profondamente in crisi la politica e lo Stato portoghese. E non stiamo parlando solo di quello che puntualmente è avvenuto dopo il secondo incendio: le dimissioni del ministro degli interni e la sostituzione del capo della Protezione civile a seguito delle responsabilità e mancanze che sono state evidenziate. Parliamo di politica in senso altro e alto, come ha messo in risalto il Presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa rivolgendosi ai portoghesi il 17 ottobre .

Il trauma
È António Braga, infermiere e coordinatore della “squadra di strada” di Mdm, che colloca questa questione in modo radicale. «Dopo tutti questi mesi, nessuno si è preoccupato di ripulire gli alberi bruciati dai bordi delle strada, di rimuovere le rovine. Le persone che hanno vissuto questo evento terribile portano con loro un trauma, e ogni giorno hanno davanti agli occhi queste cose che glielo ricordano; gli alberi morti sono dei corpi morti che rendono il trauma continuamente attuale». Il governo ha riconosciuto un indennizzo minimo di 70mila euro alle famiglie che hanno perso un familiare e ha garantito la ricostruzione delle prime case, fornendo, nel frattempo, un alloggio temporaneo alle persone.

Gli aiuti però non arrivano così in fretta, e il senso di abbandono è forte.

Diverse inchieste e indagini sono state aperte. La più approfondita, probabilmente, è stata quella condotta della Commissione tecnica indipendente del Parlamento portoghese, che ha prodotto una Relazione resa pubblica ad ottobre 2017.

Conflitti d’interessi e scarichi di responsabilità
Uno dei punti più discussi di questa Relazione è stata quello che riguarda il Siresp (Sistema integrato delle reti di emergenza e sicurezza del Portogallo). Questo sistema di comunicazione nel settore della sicurezza è un partenariato pubblico-privato e fu istituito dal governo di Santana Lopes del 2006. Quel governo riuscì ad approvarlo quando era già in una fase di gestione avendo perso le elezioni; il ministro dell’interno all’epoca era Daniel Sanches, che, manco a dirlo, era stato un dirigente della holding alla quale il Siresp fu affidato.

Ora il sistema è affidato a diverse imprese private (Galilei, PT, Motorola ed Esegur) e, secondo la Relazione della Commissione tecnica indipendente, ha rivelato diverse mancanze durante l’incendio: diversi cavi di fibra ottica su cui si appoggia il sistema di comunicazione per le emergenze sono stati messi fuori uso dall’incendio e così è avvenuto per delle antenne che integravano lo stesso sistema.

Il paradosso sta nel fatto che il contratto stipulato con lo Stato sembra escluda la Siresp da responsabilità in casi di disastri naturali gravi e motivi di forza maggiore. Nel caso fallisca, insomma, proprio a causa delle calamità che è chiamata ad affrontare.

Solidarietà “squilibrata”
Medicos do mundo svolge a Castanheira de Pera l’importante compito di individuare i problemi delle persone, raggiungendo quelle che abitano in campagna e che hanno poca dimestichezza con le pratiche burocratiche, per informarle e accompagnarle a richiedere le soluzioni che lo Stato portoghese e gli enti locali offrono in campo sanitario, educativo, abitativo.

Mdm offre per questo un servizio di consulte dirette, ma opera anche casa per casa, avendo le persone spesso difficoltà a spostarsi.

Le migliaia di volontari che da tutto il Portogallo sono arrivati durante l’estate e continuano ad arrivare, in numero più ridotto, anche ora, vengono coordinati nel recupero delle seconde case, per le quali il governo non ha previsto un indennizzo, e poi ancora, grazie al lavoro di Paulo Silva che gestisce la logistica, per la distribuzione di alimenti e aiuti, per l’appoggio ai contadini e agli allevatori che si trovano ad affrontare l’inverno senza risorse. Gli aiuti da tutto il Portogallo sono stati molti e importanti: beni alimentari e per la le cure primarie, saponi e detergenti, e poi ancora vestiti, coperte, scarpe, attrezzi agricoli e mangime per gli animali. Medicos do Mundo lavora ancora alla distribuzione di questi beni, con l’attenzione di non scoraggiare il commercio locale e non creare dipendenze.

L’arrivo di una quantità così grande di beni, così tanti da riempire un capannone grande quanto un campo di basket, ha creato però una dinamica difficile da gestire e da interpretare.

«La nostra è la società dell’eccesso, – ha detto ancora l’infermiere António – e questo si riflette anche nel gesto solidale del donare.

Ricevere una quantità di cose così grande che non è possibile distribuirla tutta, ha finito per provocare in queste persone un senso di colpa, che si è andato ad aggiungere a quello di dipendenza di chi si è trovato da un giorno all’altro senza niente. Gli aiuti sono importanti, ma per costruire un rapporto di solidarietà c’è bisogno di istituire un equilibrio difficile tra la richiesta di aiuto e il dono». La riflessione di António è importante, e va di là delle polemiche che sempre ci sono sulla mancata trasparenza con cui spesso i beni donati sono stoccati e distribuiti.

La questione andrebbe affrontata ogni volta che si verifica una calamità naturale: come accade nel rapporto tra due persone, il dono può reiterare, anche se involontariamente, un rapporto squilibrato di potere.

Boschi privati e problemi pubblici
Vedere queste zone e sentire, dopo sei mesi, ancora l’odore degli alberi bruciati, mi ha convinto ancor di più che quello degli incendi in Portogallo non è un problema isolato. Anche dal solo punto di vista ambientale, va allargato a quello sui rischi di desertificazione causati dai cambiamenti climatici, al problema di inquinamento del fiume Tejo che si sta facendo sempre più grave negli ultimi mesi e al problema della foresta portoghese.

In piccolissima parte qualcosa di naturale e di spontaneo, quella che viene chiamata “foresta” è, infatti, in larga misura il frutto delle politiche che lungo la storia, e specialmente dal Novecento in poi, hanno caratterizzato la silvicoltura e l’agricoltura portoghese.

Oggi, è bene rimarcarlo, il 97% delle aree boschive portoghesi è in mano ai privati, e il ruolo dello Stato è da diversi decenni quello di preparare il terreno perché questo interesse privato non trovi ostacoli. Il risultato è che le specie arboree più diffuse in Portogallo, secondo diversi studi, sono le più facilmente infiammabili e quelle che maggiormente propagano il fuoco.

Il pino marittimo, da una limitata diffusione costiera è passato ad essere oggetto della politica di arborizzazione a nord del Tejo – a cui corrispondeva a sud la “campagna del grano” – dell’Estado Novo, il regime fascista di Salazar; l’eucalipto, che è una specie non autoctona ma importata dall’Australia, a partire dagli anni ’70, è diventato rapidamente la prima specie per estensione sul suolo nazionale, per supportare l’industria della carta che iniziava a crescere sempre più in quegli anni. Sia le grandi che le piccole proprietà si sono convertite in monocolture dell’eucalipto, che è la specie più redditizia per la rapidità con cui cresce (10 anni o anche meno bastano per avere nuova legna da destinare all’estrazione della cellulosa) e che viene selezionato e “clonato” in vivai, per poi essere piantato.

Lo strapotere dell’eucalipto
Ogni monocoltura provoca la diminuzione della biodiversità: la “campagna del grano” salazarista in Alentejo ad esempio ha provocato molti danni al sistema agricolo di quella regione, dove era maggioritaria la diffusione del “mondado”, un sistema agricolo basato sull’armonica coesistenza delle foresta di querce e delle attività agricole e pastorizie dell’uomo, che dal punto economico garantiva (e garantisce) una ampia differenziazione delle produzioni, ed ha allo stesso tempo un grande valore paesaggistico e culturale.

Ma la monocoltura dell’eucalipto è ancora meno sostenibile da un punto di vista ecologico: il terreno diventa rapidamente povero perché gli oli contenuti nella corteccia e nelle foglie dell’albero non permettono il proliferare dei microorganismi che favoriscono la diffusione di funghi, erbe e invertebrati. Il sottobosco scompare per lasciare spazio alle cortecce e alle foglie secche degli eucalipti, che sono altamente infiammabili.

Secondo il professor David Bowman, dell’Università della Tasmania, l’eucalipto si sarebbe evoluto per poter bruciare superficialmente, rimanendo vivo ed eliminando le altre specie concorrenti. Quando il fuoco degli incendi raggiunge la cima degli alberi, le cortecce “esplodono” e le scintille possono cadere a centinaia di metri o chilometri di distanza.

Le specie autoctone, per contro, bruciano meno facilmente e hanno una minore capacità di propagare l’incendio. Lo stato portoghese ha però appoggiato o dovuto appoggiare le scelte dell’industria della carta.

Basti pensare che più di una volta un ex funzionario di un’azienda della cellulosa ha avuto incarichi di governo.

Solo un esempio: un uomo chiave delle politiche industriali e agricole sin dalla fine degli anni ’70 e poi per tutti gli anni ’80, Álvaro Barreto, ministro dell’industria prima e poi ministro dell’agricoltura dal 1984 al 1990, è stato, quando non svolgeva funzioni di governo, presidente del consiglio d’amministrazione della Soporcel (poi Portucel e oggi The Navigator company), la azienda portoghese leader mondiale nel settore della produzione di carta e stampanti.

La risposta dal basso
Che cosa si sta facendo ora di concreto per la foresta, per recuperare le aree bruciate e per la prevenzione di quelle che la prossima estate potrebbero tornare ad essere teatro di nuovi grandi incendi?

Se il governo ha stanziato dei fondi per la “riduzione della carica di combustibile” nelle aree a rischio, molti sono coloro che pensano che questo non sia sufficiente. C’è anche chi non aspetta che sia lo Stato a intervenire, perché potrebbe essere troppo tardi. Sono stati alcuni dei volontari che ho conosciuto a Castanheira de Pera ad avermi parlato di una iniziativa che due organizzazioni ecologiste non governative, la Take C’Air Crew Volunteers e la Replantar Portugal, in partenariato con le associazioni Quercus e Avitrata, hanno preso per riforestare algune zone scoscese colpite dagli incendi, sorvolandole con degli aerei e lanciando delle sementi.

L’obiettivo è quello di favorire la crescita di un tipo di vegetazione che impedisca le frane e la contaminazione dei corsi d’acqua. Allo stesso tempo si vuole fornire agli animali il nutrimento che dopo gli incendi scarseggerà per molto tempo. Il progetto, che prende il nome di “Seminare il Portogallo per via aerea”, ha avuto un costo minimo, è stato finanziato da donazioni e ha potuto sulla collaborazione di sei comuni colpiti dagli incendi.

Nel mio viaggio a Castanheira ho avuto modo di conoscere le operatrici di uno “progetti nel progetto” della Missão Esperança. Alexandra Marques e Sofia Oliveira sono due terapeute occupazionali ed hanno scritto insieme alla loro collega Catarina Silva il progetto “Re(começar)” (ricominciare), che punta a riprendere e ristabilire le attività quotidiane che gli incendi hanno interrotto nella vita delle persone.

La salute, il benessere e la socialità sono collegati infatti a tutta una serie di attività che le persone svolgono durante la giornata, e l’inattività può causare depressione, perdite di capacità cognitive e verbali e anche acuire i problemi motori.

Alexandra e Sofia hanno organizzato, durante la giornata, un corso di cucito e uno di tappezzeria, la sera chiedono il mio aiuto a ritagliare dei cartoncini colorati che serviranno per un gioco di stimolazione cognitiva. Alexandra mi racconta così come funziona il loro lavoro: «Visitando le persone al loro domicilio, cerchiamo innanzitutto di individuare i deficit occupazionali, per poi trovare il modo, attraverso particolari prodotti e soluzioni, di eliminare o aggirare il problema delle barriere architettoniche. Proponiamo poi diverse attività occupazionali, dinamiche di gruppo, sessioni di rilassamento». Impegnate durante la settimana per lo studio di un master, ogni fine settimana Alexandra, che è di Lisbona, passa a prendere Sofia a Tomar, una città a metà strada, ed insieme vengono qui, da due mesi, per portare avanti questo progetto su base volontaria.

L’abbandono delle aree interne
Il fuoco ha portato allo scoperto i problemi di un paese che nel passaggio tra austerità e ripresa della crescita economica, rischia di approfondire sempre di più il divario tra l’ interno e la fascia costiera, tra il mondo rurale, sempre più spopolato e le grandi città, che conoscono una crescita del turismo e un rinnovato problema abitativo. Un paese, il Portogallo, a due velocità. Le aree interne sono diventate infatti un territorio amorfo e depauperato, nella irriconoscibilità del suo paesaggio e della sua cultura considerata obsoleta.

Gli incendi potrebbero però portare i portoghesi a guardare all’interno del paese in un modo diverso, nella sua complementarietà geografica e storica. Sarebbe importante che la dimensione della solidarietà e della affettività che a seguito degli incendi si è risvegliata nei portoghesi, si iscriva in quella della politica e si faccia cultura della responsabilità. Come il filosofo José Gil ha scritto recentemente: «Si tratta di integrare quello che gli affetti presuppongono in un progetto politico di lotta al fuoco, di valorizzazione della nostra cultura rurale, […] del patrimonio; di comprendere che quel passato che è passato e sta scomparendo rimane ancora un po’ vivo in queste persone, e che tutto questo è nostro, è il nostro presente che è fatto anche di questo passato.

E noi agiamo come se quel passato non esistesse più, come se non contasse».

 

FONTI
La pagina del sito di Medicos do Mundo dedicata alla “Missão Esperança”.

L’iniziativa della Galp di cui parlo in apertura dell’articolo, si inserisce in un progetto più ampio, “Terra de Esperança”, che prevede anche la riforestazione di aree bruciate:

La Relazione della Commissione tecnica indipendente del Parlamento portoghese sugli incendi di giugno è consultabile in portoghese a questo link.

Il progetto “Seminare il Portogallo per via aerea”:

Filipe Nunes – A floresta que nos resta

Davide Mazzocco – Portogallo: il ruolo della monocoltura dell’eucalipto negli incendi forestali

José Gil – Esta tragédia é em parte o nosso espelho

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