L’impero dei Call Center è a Lisbona. E arrivano i millennials da tutta Europa

Lo scorso anno, alla fine di novembre, Piera Gemelli ha pubblicato sul suo blog, L’ermeneutica dei Gabbiani  un post a nostro avviso interessantissimo, ed è proprio il pezzo che vi riportiamo oggi, (il titolo originario è Lisboa Millennials – L’impero dei Call Center). Si parla dei Call Center a Lisbona, della città e dei Millennial (i ragazzi nati fra i primi anni Ottanta e gli inizi degli anni Duemila) che arrivano nella capitale portoghese. Grazie a Piera Gemelli per averci dato la possibilità di riportare gratuitamente il suo pezzo su Sosteniamo Pereira. 

di Piera Gemelli 

Ogni giorno un italiano tra gli 80 mila lavoratori dei call center in Portogallo, si sveglia e sa già che dovrà correre forte per evitare di arrivare in ritardo e perdere la Produttività. Ogni giorno un italiano si connette sui vari gruppi facebook Italiani a Lisbona e chiede: “Ciao sono Piergiorgio, come si vive a Lisbona lavorando nei call center?” “Ciao sono Marialuisa mi hanno offerto 750 euro per un impiego in un call center, si vive bene a Lisbona con 750 euro?”

Secondo uno studio dell’Informa D&B, tra 2009 e 2012, si è verificata in Portogallo una crescita del settore dei call center pari al 6,5%. Secondo il sindacato dei lavoratori dei contact center si stima che in Portogallo lavorino in questo settore tra le 80 e 100 mila persone divise in 422 call center. La media delle chiamate ricevute da ogni operatore è di 13 chiamate per ora, e si calcola che sono aumentate del 18% rispetto all’anno passato.

Un lavoro alienante e logorante che stando a molti studi del settore, presenta un tasso di logoramento del 50% e i costi della sostituzione di questi agenti sono 1 volta e mezzo superiori ai loro salari. Improvvisamente il Portogallo uno dei famosi paesi della Crisi, con un tasso di disoccupazione pari al 9% (Eurostat) diventava l’ultima terra promessa dell’occupazione, i motori di ricerca d’impiego sono pieni di parole suadenti, ammiccanti, trendy, hipster, multicultural. Li chiamano contact center, customer service, e-commerce agent, Travel advisor, suppor agent, sono banalmente i Call Center di cui Lisboa sulle note di un malinconico Fado ne è il nuovo Impero. Ma allora, se è così nauseante, perché siamo sempre di più quelli che rispondiamo al richiamo di questa esperienza?

Quando mi laureai al dams con lodi onori e sogni di gloria, conscia del lungo calvario lavorativo che avrei dovuto affrontare come tutti quelli che come me avevano avuto questa infausta vocazione all’arte, avevo giurato a me stessa – tutto, ma mai in un call center – avendo in mente questa visione di una terra dove si suicidano le ambizioni, le aspirazioni muoiono per asfissia e, dove i sogni nel cassetto diventavano scheletri nell’armadio. Iniziai così quel processo di formazione comune a tanti millennials, quella specie di Gran tour 2.0 che assume le varie forme dei progetti europei e abbraccia nel sogno di un’Europa unita tutti noi protagonisti senza palco di quella che è chiamata Erasmus generation.

Così tra una capitale europea e un’altra, tra il sogno di Londra e le notti senza sonno di Berlino compii 30 anni, salutavo la mia eterna adolescenza e dicevo goodbye ai progetti europei ormai troppo Youth per me. Con una bella foto accomodante su LinkedIn e il sorriso giocondo di chi non sa bene cosa stia facendo, iniziai a setacciare i vari Indeed, Monster, TrovaJob, LavoriCreativi, Eures e infiniti altri, alla ricerca dell’Eldorado del lavoro, inutile dire che le mie aspettative finirono per essere puntualmente disattese.

Non avendo nessuna voglia di appendere le scarpe al chiodo e abbandonarmi all’autocommiserazione della disoccupazione nella mia città natale, decisi di continuare il mio personale romanzo di formazione verso l’ultima Frontiera dell’Europa, vicino a quelle simboliche colonne di Ercole, oltre le quali c’è l’Oceano, spingendomi così verso il Portogallo e come me tanti altri millenials, si sono trovati a prendere la stessa decisione un po’ a caso.

“Ero stanco di peregrinare da paese a paese, volevo fermarmi un attimo, ho preso l’atlante, ho chiuso gli occhi e il dito si è fermato sul Portogallo […]io ho sempre danzato, dall’età di 17 anni sono emigrato a Londra, mi sono formato li, da lì ho cominciato a girare, a sviluppare progetti in Francia, Germania, Turchia ecc.. Ma dopo tutto volevo fermarmi in un posto fisso e pensare a me, alla mia identità e qui, ho trovato questo posto anche se del Portogallo non conoscevo nulla” – Daniel

Una decisione che sembra andare oltre la semplice ricerca del lavoro, a imbarcarsi in questa esperienza non sono solo gli italiani insieme agli altri paesi della crisi, ma c’è pure chi come John è belga ed è partito per ragioni personali, per iniziare un nuovo periodo della sua vita.

“Lisbona è stata un’avventura random, a Bruxelles lavoravo come giornalista ma poi non ne potevo più, era giornalismo locale, ho lavorato per 3 anni ed è stato abbastanza. […] penso che la nostra generazione ha qualche problema a trovare un obiettivo, una motivazione, ho molti amici in Belgio il cui problema non è trovare un lavoro, ma trovare un obiettivo, perché prima era diverso, trovavi un lavoro e ci stavi senza pensarci, ma ora noi abbiamo l’opportunità di interrogarci e trovare noi stessi, penso che quando trovi te stesso trovi la motivazione di costruire la tua carriera”. John –

Sembra che tutti noi, siamo stati mossi da un desiderio di ricerca, guidati da un’inquietudine che ci rende incapaci di fermarci, il Sehnsucht di una generazione inarrestabile, che ci trascina da luogo a luogo in cerca di un posto in cui fermarci.

“Io sono almeno 3 anni che giro, che viaggio, ma non per vacanza, il mio viaggio è più un lavoro, lo faccio per capire se quel posto può essere un possibile posto in cui andare dopo. Non lo vedo mai come il turista che accetta tutto perché quel luogo non gli appartiene e non gli apparterrà mai, ma come una persona che viaggia per capire se la città riflette in qualche modo la propria identità o che la possa ispirare per altri spostamenti. È un viaggio che ti prende energie, un approccio diverso che non c’era prima, il viaggio prima era vacanza, a me invece sembra di lavorare per me stessa quando mi sposto per indagare ed esplorare. ” – Roberta

Un viaggio che consuma energie, e c’è chi forse a Lisbona ha voluto trovare un porto sicuro, una dimensione più umana in cui vivere, stanco della corsa al successo e alla sopravvivenza di altre grandi capitali.

“La scelta di venire a Lisbona è stata perché era già da un po’ che volevo lasciare Londra in quanto penso che sia una città che ti dà tanto, una città meritocratica in cui hai opportunità di crescere in termini di carriera in maniera molto veloce ma è una città molto frenetica e quindi stancante, e raggiunta una certa età uno inizia magari a pensare a un futuro più sostenibile e Londra non è la città migliore per stabilizzare la propria vita in quanto è molto cara ecc..[…] Io passavo sempre davanti a un murale con scritto Trapped, ed era così che io mi sentivo, incarcerata in una società che mi permetteva una bella vita perché avevo un bel lavoro, ma le mie energie venivano succhiate con molta velocità. ” Fabiana

In questa ricerca incessante della nostra generazione Erasmus, forse il call center diventa più come un prolungamento della vita da studente, sembra un’esperienza passeggera prima di un “lavoro serio”

“Cosa lo distingue da un lavoro serio è l’assenza di responsabilità, di una certa difficoltà e pressioni. Qui le problematiche non le vedi mai perché sei a un gradino talmente basso che sei lontano dai piani decisionali da quelli che tirano le somme a fine anno. […]

Questo è un passaggio e tutti sperano che non sia per sempre, perché a una certa età hai bisogno di assumerti le tue responsabilità di vedere il prodotto di quello che fai. Quotidiamente fai un lavoro in cui già sai che domani si ripresenteranno gli stessi problemi, non vedi né un miglioramento né un risultato. La tua identità e intelligenza non vengono messe in gioco. […]

È tutto talmente elementare che ti sembra di essere a scuola[…] un po’ perchè son tutti giovani, un po’ perché lo spazio che condividi sembra quello dei banchi di scuola, un po’ perché è privo di competitività, un po’ perché tutti gli operatori condividono molto facilmente tensioni umori e scherzi e anche la passione per la lamentela con l’astio gratuito per chi ti sta sopra come i professori o i presidi in una scuola. Per questo credo che un’esperienza del genere l’avremmo dovuta fare tutti qualche anno prima, io mi sento in ritardo, penso che se l’avessi fatta a 24 anni sarebbe stato meglio.

Perché più della vacanza, il feeling che ho io è quello della maturità, quando devi decidere che cosa fare della tua vita, -chissà se mi prendo un anno sabbatico, oppure inizio seriamente a lavorare.-”  – Roberta

Un luogo in cui la tua intelligenza non conta, in cui ti viene richiesto ti compiere il tuo compito né più né meno, in cui sei un numero.

“Mi sento un numero ma mi sentivo un numero anche a Londra perché credo che sia la realtà delle grandi aziende,questo mi frustrava anche a Londra dove avevo responsabilità abbastanza grandi però l’azienda vedeva solo i numeri che io portavo a fondo, ma magari il mio nome nemmeno lo sapeva.” – Fabiana

Aldilà della retorica sull’alienazione e l’anonimia, quello che traspare da questo target di millenials è un amaro distacco e disillusione,

“Rimpiazzabile ero prima e rimpiazzabile sarò dopo […] Confrontarsi con la multinazionale da una parte è liberatorio, io ho scoperto quando sono arrivata il lusso della mediocrità cioè di essere finalmente uno tra tanti ai quali non viene chiesto niente e il fatto di essere finalmente invisibile dopo diversi anni di responsabilità a mio discapito perché non mi veniva reso in cambio il lavoro della personalità che apportavo, mi sviliva. A quel punto diventare un numero diventa cinicamente liberatorio. Dall’altra parte confrontarsi con la multinazionale significa vedere chiaramente quali sono i meccanismi capitalistici dello sfruttamento di queste risorse: se uno svedese può non accettare di venire a lavorare per te se gli dai un salario troppo basso e un altro da un altro paese non lo può fare, ben venga sfruttiamo il meccanismo perché il capitalismo lo giustifica. Il meccanismo alla base lo ha quasi deciso da sé” – Roberta

Siamo lontani dai cliché dei sogni infranti, noi abituati ad accettare questa situazione come reale abbiamo provato a sopravvivere e pur con ambivalenti sentimenti a trarne dei vantaggi. Tutti coscienti di essere solo dei numeri, lavoriamo privatamente per fare la differenza.

“ A me quello che mi mantiene in vita è tutto il resto […] è difficile e complicato, poi però le motivazioni le trovi al di fuori, è quello che ho fatto anche io e che continuo a fare, ho sempre pensato che ci siano due tipi di lavoro, il lavoro per passione e il lavoro per necessità, il lavoro per passione non mi da introiti, il lavoro per mezzo, in questo caso il call center me li da. Mi gestisco tra il mezzo e la passione.

Sta tutto nel trovare il compromesso. Il primo anno è stato complicatissimo, volevo lasciare, ma considerato che volevo restare a Lisbona ho deciso di fare uno switch mentale e sfruttare io l’ambiente lavorativo a mio vantaggio. Se al di fuori del call center hai un’anima che vive che si muove, che si interessa che osserva che guarda che esplora, tutto rimane in vita altrimenti morirebbe. Mantenere viva la vena artistica lì dentro è difficile ma ci si può organizzare. … Io sorrido, sfrutto quest’onda a mio vantaggio.

Se la sai sfruttare a tuo vantaggio ne trai beneficio, se ci rimani dentro e ti fai sfruttare rimani un automa quando esci da lì dentro, con gli sfocati, sbatti contro le persone, non hai una capacità visiva, sei allucinato e sbatti in faccia alla gente, hai gli occhi bassi, non hai la cognizione dello spazio in cui sei, perché è ovvio, stando davanti al computer con una cuffia in testa tutto il giorno comunque ti stordisci e per riprenderti devi avere delle cose, delle valvole di sfogo, delle cose interessanti” – Daniel

Quando arrivai qua, avevo in mente un’immagine triste, aspettavo di trovare della gente spenta, priva di passioni, ordinari conformisti irrealizzati ed era così che avevo paura di sentirmi io, ma la realtà che vi trovai fu completamente differente dalle aspettative, il grigio ambiente lobotomizzante lasciava il posto a una cangiante bohème di artisti e viaggiatori, gente che oltre a nutrire il proprio spirito aveva bisogno di nutrire la propria pancia, per cui questo impiego diventava un compromesso.

Per me è stato sempre difficile conciliare la mia anima creativa con la routine frustrante del call center, ma c’è chi la vive in modo più pacificato.

“è molto difficile trovare il giusto equilibrio, ma fa parte del processo per uno scrittore scappare un po’ da quello che sta facendo, questo è quello che facciamo noi dentro il call center, beh forse scappiamo un po’ troppo, 3 giorni al mese sarebbe perfetto, ma per noi sono 5 giorni di 9 ore, ma è abbastanza buono dover focalizzare su qualcosa di differente e portare idee nuove. […]Immagina diventassi un famoso scrittore, lavorerei ancora lì? Forse sì perché non penso che la creatività arrivi se solo scrivi, se avessi le possibilità economiche di fare solo questo, continuerei a lavorare su altro, ciò che mi piace è che in questo ambiente incontri così tanti tipi diversi di persone, raccogli tantissime diverse esperienze dai tuoi colleghi, non è solo riguardo cosa fai, ma anche la gente che incontri, ti nutre pure. È un lavoro in cui puoi essere nutrito da nuove esperienze degli altri”     – – John

Personalmente quello che mi affascina in questo universo dei call center, è il vedere come esso sia lo specchio delle nostre inquietudini generazionali, di noi corpi in transito e anime precarie, sempre in bilico tra l’aspirazione al sogno e il cinico distacco.

“Dopo il call center non sai se continuare sulla stessa linea d’onda, cioè qualunque lavoro va bene l’importante è il luogo o forse trovare un compromesso e incanalare le tue esperienze e le tue energie in qualcosa di più personale” – Roberta

Lisbona anch’essa città in trasformazione, ci culla lambendoci di saudade, in quel tempo senza tempo di un’eterna adolescenza.

“Il call center ti congela un po’ nel senso che dura sempre o quasi sempre un po’ di più di quanto ti eri aspettato e la paura che abbiamo tutti è di adagiarsi sugli allori, è la città che ti incastra perché Lisbona funziona e nel frattempo che cerchi altro, nel frattempo che viaggi e nel frattempo che esplori torni sempre a dire… Sì però Lisbona” – Roberta

Così Lisbona con la sua Luce che si moltiplica tra azulejos e call center, diventa il porto caldo di tutti noi trentenni erranti, di chi errante lo è fisicamente tracciando la sua strada altrove e di chi errante lo è nella mente sempre alla ricerca di strade nuove da percorrere, ma tutti accomunati dall’essere anime alla deriva.

Noi che nuotiamo ogni giorno in un oceano di difficoltà inventandoci ogni vita possibile facendo cose improbabili, noi che nella conversione dall’analogico al digitale abbiamo perso qualche dato, approdavamo così a Lisbona affacciandoci al nostro futuro, perché “Lisboa aveva dentro altri luoghi, perché era l’azzurro del mare che li prometteva”(Teolinda Gersao).

 

Vi consigliamo di leggere l’articolo anche sul blog di Piera Gemelli, troverete altri spunti interessanti.

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...