Cose dell’altro Tropico #7

Sosteniamo Pereira ospita Cose dell’altro Tropico di Simone Faresin, un diario italiano tra il Portogallo e il Mozambico, tra Lisbona e Maputo. 

Leggi, anche il primo round, qui 

Round 2.

Beh, almeno l’Autostrada dei Laghi è fatta bene,bella scorrevole e paghi solo ai caselli. In Moz la Polizia ti ferma almeno trenta volte in trenta punti differenti e ho visto spesso durante l’ispezione allungare la nota da 100 tra i documenti. La strada nazionale che unisce Maputo a Inhambane
è una tela d’artista incorniciata tra filari di palme da cocco a perdita d’occhio.

Verde e spazio, un oceano di spazio a destra nel Canale del Mozambico (spazio di Oceano Indiano tra il Mozambico e il Madagascar) e un continente africano a sinistra. Finalmente niente palazzi, solo capanne. Finalmente ordine e calma, la Natura è a 360º al 99% e l’umanità è quell’1% rappresentato da una striscia di terra battuta che ci serpeggia in mezzo, con noi che ci corriamo sopra,
stretti come sardine in una scatola con le ruote. Finalmente. Finalmente sto viaggiando un po’ per il Moz.

Maputo non è Mozambico, Maputo è una città, africana, ma pur sempre una città. Stronza, sporca, incasinata, veloce, stressata, ingiusta,
puttana, alma grigio asfalto, palazzi vuoti e gente senza casa, muori per strada, nessuna redenzione ma forse c’è la connessione.

“Amigo aqui é Capital, não se ferra nos games” Lívio Barros.

Grazie a 500 km di distanza tutto quel trambusto polveroso non è neanche un ricordo. È un metro di paragone entre la vita moderna ed il Paradiso, così come fu concepito e presentato. Inhambane Ceu. Ti amo, sei il motivo di migliaia di pagine, anni, viaggi, voli, sogni:
sei quello che cercavo.

Anche Inhambane è chiamata città
ma sembra più un paesino di mare,
sembra si respiri camomilla da quanto ci si sente subito rilassati
e in armonia col tutto.
E tutto così vicino e a portata di mano che sembra una mia tasca.
Lo chapa arriva nella piazzetta con i parcheggi a lisca di pesce,
tra bancarelle di frutta, patatine e dolciumi vari.
Evitare di comprare cibo per strada
e portarsi sempre l’acqua naturale in bottiglia.
Il mercato centrale è grande quanto il cortile di casa mia
ma si compra buon pesce, tanti souvenir interessanti,
borse bellissime di paglia intrecciata, sandali, cappelli,
cocco bello dub style e anche un pacco di spaghetti “cucino io”.

Mi aspettavo di dover camminare per ore ma arriviamo subito
alla casa dove siamo ospitati. Praticamente c’è:
una strada principale, quattro vie che s’incrociano,
un reticolo di vicoluzzi e vicoletti, un pontile verso il Paradiso,
spiagge, isolette, barchette, scenari tropicali, mangrovie,
otto miliardi di palme al vento, boa gente, belle gnocche,
la statua di Samora, un Governatore della Provincia e ualà,
ecco Inhambane.

Un pontile verso il Paradiso.
(Hanno tolto la scala)

Non succede un cazzo di niente a parte viversi la Vita
e respirare aria buona e camomilla, perfetto.
Non ce la faccio più con l’adrenalina della città e quel suo ritmo,
anche se sono consapevole che probabilmente andrò in crisi d’astinenza
in un mese, ma vale la pena rischiare.

Dopo soli 45 minuti sono già convinto:
io devo trovare un modo per vivere qui.

Vecchie case coloniali portoghesi dai colori pastello, giardini,
giardinetti, una media di tre o quattro persone per strada,
due macchine ogni tanto, temperatura perfetta, baretti simpatici,
sculture afro occupano l’altrimenti deserto marciapiede,
per strada una camionetta degli sbirri passa annoiatissima,
quasi crolla di sonno mentre una buca lungo la strada la scrolla
agitandola un poco.
Ad avere anche solo uno scooter sei un signore,
tutte le strade portano ad una spiaggia,
nessuno ti chiederà niente, se non per una moneta o se sai l’ora.

Sono qui per passare l’ultimo dell’anno,
quindi io e il gruppo abbiamo una dinamica dentro differente,
siamo pronti a tutto e ci aspettiamo di tutto.

Una volta arrivati in casa le preoccupazioni diventano:
in quale spiaggia andiamo? Cosa mangiamo?
Ci ospita quel tuo amico con la piscina? Barra o Tofo?
(Le migliori spiagge di Inhambane)
Perchè scegliere? Tutto e di più. Soldi pochi ma molti contatti,
che è quello che serve ovunque ad ogni latitudine: contatti giusti.

Puoi andare a visitare un’isola apparentemente semideserta
ma se conosci il giovane brillante del posto tutto si trasforma
e anche l’isola più selvaggia diventa il posto migliore
dove vorresti sempre stare, sapendo con chi bere, mangiare,
curtir, danzare e con quale ci posso provare?
Ad essere una scheggia impazzita nel cosmo ce ne sono di vantaggi.
Tu passi lungo la tua traiettoria e se qualcuna incrocia il tuo percorso
la trafiggi senza dubbi e poi continui per la tua,
lasciando sempre un buon ricordo,
in caso l’orbita ti riporti nei paraggi.

Ma tutto questo è carne e a Inhambane non conta o conta poco.
Inhambane è fatta per respirare con l’anima, è fatta per stare in cielo,
leggero e spensierato.

Grazie ad un pranzo abbondante la pancia è contenta
e mi lascia felice nel mio spleen tropicale
senza nessuna interruzione.

Quante stelle che si conoscono standosene in una notte tropicale.
Che sia un deserto, un fiordo a nord o una spiaggia a sud,
che spettacolo che abbiamo a disposizione.
Ti amo Terra, Gaia! Strabella.
Ti amo Vita che mi permetti di vedere e conoscere Gaia,
ti amo Circostanza, ti amo Esistenza, ti amo Avventura,
ti amo Curiosità, ti amo Locura, vi amo tutte, mie Muse,
la mia scuderia di gnocche,
SF non è mica solo Scuderia Ferrari, uè!
Sincero, vi adoro tutte, vi amo.

Spiagge, dune, tuffi, il richiamo dei tamburi e delle congas,
musicisti della capitale gli incontro in un bar a suonare.
Condivido il momento.
Non sono gli unici ad avere facce conosciute,
riconosco anche il personale di un’ambasciata
e gli amici del Museu e della Zona Militare.
Tutto perfetto, ma non me ne voglio andare.
Come restare a Inhambane?

Avere i soldi non è l’unica soluzione, serve un piano.

Avendo viaggiato per l’Europa
ho conosciuto civiltà ben organizzate come gli Svizzeri,
i Francesi, gli Olandesi, i Danesi e i Tedeschi
(mi manca la Svezia, cribbio!).
Loro sanno come segnalare posti, centri, punti d’informazione,
come sviluppare il Turismo e farne un lavoro redditizio
e funzionale.
Noto subito che a Inhambane manca ancora quasi tutto
nonostante sia ricca di tutto.
A livello naturale è al top: cazzo è un Paradiso.

Inhmbane è importante per la storia del Mozambico,
è importante per la storia in generale,
specialmente da quando Vasco da Gama c’è venuto a gettare l’ancora.

Me lo immagino, dopo mesi di navigazione,
fermarsi in una baia così silenziosa e stupenda.
Essere accolto da questa boa gente, essere rapito da uno sguardo.
Poi di colpo: la confusione e la prepotenza
che caratterizzano la storia dell’uomo,
sbarcano anche i colonizzatori.
Di conseguenza il rigurgito, la lotta per l’indipendenza,
il ruggito per la vittoria e proprio a Tofo è che Samora
riunisce il primo Governo Mozambicano
e viene scritta la Costituzione.
Quella sala, proprietà delle Ferrovie dello Stato,
oggi è una Galleria d’Arte. C’incontro opere e amici artisti.

In città (I’Bane) ci sono sicuramente altre attrazioni interessanti
oltre al bar-risorante gestito da un’italiano,
un altro bar con musica ao vivo, il Cinema Cine Tofo,
la Casa da Cultura, il Museo, ok e poi?
Manca un ArtCasa come quella che aprì io a Lisbona
con altri 7 incredibili Soci.
Perfetto, se manca qualcosa significa che c’è spazio e opportunità.
Devo trovare il modo
di creare un legame con quest’angolo di Paradiso
e la Cultura legata al Turismo può essere un’ottima carta.
Curiosamente in Moz il Ministero della Cultura e del Turismo
sono fusi assieme come un Super Sayan,
di colpo mi sembra un vantaggio.
Ho idee, sono capace di creare un progetto
e con l’Università nella Capitale
posso facilmente arrivare ad un Ministero
per presentare un Sr. Progetto per uno sviluppo funzionale
che dia da mangiare a chi vive a Inhambane, creare occupazione
e dinamizzare la cultura. Inhambane è piena di giovani
anche perchè è la capitale della Provincia di Inhambane
(68’775 km quadrati) e ospita varie scuole
e l’Universitá di Hotelaria e Turismo = giovani studenti
da tutto il Moz.
È un posto stupendo, punto.
Nella mia testa:
il Dipartimento dei Castelli per aria inizia a fare appalti.

Round 3.

Il giorno 3, teoricamente, è per tornare a Maputo
ma non ci riesco, resto.

L’importante è che il giorno 8 io stia nel mio ufficio a lavorare,
ma fino a quel giorno sono libero.

Il gruppo torna a Maputo, io resto con l’organizzatore del viaggio:
Edson. Dobbiamo parlare bene, anche solo aiutare Edson
a sviluppare il suo progetto MCA di Moz Camping Adventures
è un’ottima maniera per viaggiare, fare contatti, esperienze
e conoscere il Mozambico coi Mozambicani.

Il giorno 4 sono già a passeggio da solo, mi sento a casa.
Vado al mercato a fare compere,
a scegliermi i pomodori per il sugo,
le cipolle per il soffritto, il pescello bello, i gamberoni,
c’ho tutto? Mi scordo qualcosa, torno indietro al mercato,
ero appena uscito, questione di venti metri,
sento che dovevo tornarci. Arrivo alla bancarella,
trovo quello che avevo dimenticato dalla lista e poi,
guardando verso le bancarelle degli artigiani,
riconosco un amico artista di profilo < ! >
non mi sembra vero che sia lui,
non aveva in programma di venire a Inhambane…
Mi avvicino incredulo e “Victor!? E sì che sei tu!”.
Gioia e tripudio nel mercato, ci abbracciamo,
sono mesi che non ci vediamo. Victor Mutepa,
Artista plastico da Matola, un grande incontro.
Un grande amico.
Come uomini ci intendiamo perfettamente,
siamo molto in linea su vari principi e valori,
sulla convinzione di voler e poter vivere come Artisti,
sull’importanza di Comunicare,
sull’urgenza di Riciclare e di Educare a come trattare i rifiuti,
un problema di tutti per tutti, anche qui in Paradiso.
Ci siamo conosciuti desde o início da minha esperienza a Maputo
nel Dipartimento Culturale all’Università Politécnica.
Mito, suo nipote, partecipa al corso di Teatro nell’Università
e ci ha fatto conoscere.

Stiamo (a rilento ma stiamo) realizzando lo spettacolo teatrale
sull’isola di plastica, a “ilha de plastico”
per sensibilizzare o pessoal dell’esistenza di quest’isola maledetta
che vaga come una morte nera nell’oceano Pacifico (Plastic Vortex).

Per il momento abbiamo fatto un documentario-intervista su Victor
e sul “Lixo que diventa Luxo” spiegando il suo lavoro d’artista
che reinventa quello che buttiamo fuori di casa,
“o lixo” la spazzatura,
che torna in casa come opera d’arte, “o luxo”.

Inoltre Victor ha delle vecchie cassette Hi8
con un’intervista a Malangatana, il più grande (ex)
Artista Mozambicano.
Devo ancora trovare qualcuno che mi passi il video dal tape al digitale.
È materiale inedito e di valore Culturale.
Cazzo, quante cose ancora da fare, e ce la devo fare.
Ammetto che volevo finire questo capitolo già oggi, 23 Aprile 2017,
dia mundial do Livro. Ma sono stanco, mi bruciano gli occhi.
Fumo una, mi vedo in streeming una puntata di Crozza
e vado a nanna, niente Núcleo stanotte, non ne ho bisogno.
Continuo domani, tanto la gioia di incontrare un amico
sembra una festa eterna, quell’abbraccio è intenso ancora adesso
a mesi di distanza, domani ricomincio da qui.

[ II ] Pause.

Anche Victor è stato subito contagiato dall’aria alla camomilla d’I’bane,
anche lui si chiede “Com’è che ci resto qui?
Safoda la city e la confusione.”

Non abbiam bisogno di intro,
siam così in linea col pensiero che stiamo già in pista
ad escogitare qualcosa, qui ci dobbiamo restare
e dobbiamo anche avere un lavoro per mangiare.
Sfodero il mio classico Menù Combo “della casa”
sempre pronto tra i miei pensieri
come un format vincente, soprattutto se la butti sul sociale
e sul “poche pretese con i possibili guadagni”
perchè quello che conta è che te la vivi bene e zero stress.
Propongo l’idea: aprire un’Associazione Culturale,
trovare uno spazio per la sede, creare attività, corsi, iniziative,
pubblicizzare bene il tutto, avere sempre in esposizione opere,
sculture e altri trofei per i turisti e la per la loro fame di souvenir;
interagire con la comunità locale, appoggiare e integrare
le iniziative culturali locali, dinamizzare, fare rete con la Capitale,
con l’estero e creare un nuovo centro culturale forte
tra Beira e Maputo.

Beira sta al centro del Moz.
Ha festival e altre attività culturali forti na Beira,
creare un altro punto di riferimento nel mezzo non è niente male,
tra l’altro nella vicina Zavala c’è il
Festival Internazionale della Timbilla,
uno degli strumenti tipici della tradizione.moz,
un festival che richiama musicisti e antropologi da tutto il mondo,
un capitolo a parte, ma quale capitolo, un libro a parte,
una Vita e una Dimensione tutta da assaporare, a piene mani…
Africa, Mozambico…

Un post su facebook di un piatto non ti da la stessa festa
ed emozione in bocca, le papille gustative sono fatte per sentire
e non per immaginare. Vai là per assaporare.
Certo che si mangia bene anche in Africa.
Il problema è che non è per tutti.
Qui in un bar decente con quattro tavolini all’ombra
e una tv collegata al resto del mondo, trovi l’offerta allettante
di una bella colazione all’inglese “a soli” 230 meticais
(3,20 euro)
ma chi cazzo ce li ha 230 meticais da spendere solo per la colazione?
La maggior parte delle famiglie manco li spende 230 meticais
per mangiare in una settimana.
Ma non mi voglio (e non ti voglio) stressare agora
a ricordare quanto è assurdo “il nostro” sistema,
sto in Paradiso e ci voglio restare.
È da un anno che sto in Moz, sono già terribilmente abituato
a tutto e a niente.
Ma dove cazzo c’è scritto che tanta gente
debba proprio passarsela male male male? Mah. Grande Mah.

In Italia la povertà aumenta e in Mozambico si lotta per uscirne.

Ma lo vedi che è vero che la montagna sarà erosa
fino ad essere una collina
e che la valle diventerà una montagna?
O com’era quella combo i-ching,
sì insomma i grandi mutamenti, la ruota che gira,
l’interpretazione filosofica
(del mondo nelle sue varianti naturali e nelle dinamiche universali)
della teoria che tutto si trasforma.

Ma in una società folle quali sono i parametri e i punti di riferimento?

Quando la più corrotta attività umana nel mondo
era tipo un feudo medioevale disperso tra le colline
o in una nebbiosa pianura, a quei tempi la nostra brutalità
e il nostro impatto erano un triste privè
che un’ondata improvvisa poteva cancellare.

Poi si sono creati gli imperi e i danni cerebrali sono aumentati,
l’arroganza pretendeva di essere scritta
e incisa bene nella memoria collettiva,
la storia era già vista come un’attrice da istruire
per farla recitare a comando in futuro.
Gli errori sono umani e si riconoscono proprio perchè
non hanno la minima percezione che in futuro
le cose sono sempre differenti e appaiono incognite e imprevisti
che erano fuori da qualsiasi radar,
per quanto tutto possa essere già scritto
esiste un momento preciso nel tempo e nello spazio
in cui una cosa “succede” trasformando la realtà
da come la si percepiva prima a come la vedrai dopo il botto.

Pensa ad un’esplosione.

Le geo-politiche di oggi hanno un impatto su tutto,
dalle risorse idriche alle vie di comunicazione,
dai consumi ai trasporti,
movimentazioni complesse ed intrecciate su scala globale
tante quanto le schegge di vetro di una finestra in frantumi,
ma mettici pure le schegge di legno dei serramenti
e qualche pezzo di intonaco,
l’impatto è così forte che è già tanto che la casa sta ancora in piedi.

Siamo in cappotto a 360 km/h,
dimmi tu quale riferimenti posso riconoscere.
È giá tanto se mi riconoscono “ammè” dopo un botto così.

Mi ricorda l’incidente di Profeta
e dell’amico suo alla Donnie Darko;
li incontro una sera fuori dal pub,
poi li rivedo la sera successiva con qualche livido in faccia.
Loro sono sempre gli stessi bruciati del quartiere
ma nel frattempo nella notte buia e tempestosa
erano usciti da un triplo cappottamento carpiato con la macchina
sulla A4, la Milano-Laghi appunto,
in scivolata sul tettuccio per trecento metri,
con scintille come fuochi d’artificio in faccia a Capodanno
e minkia che danno!

Ma loro niente, praticamente illesi
e si vedeva che l’adrenalina li aveva fatti pure divertire di brutto,
strafatti di vita.

Anche l’umanità può “giocarsi il jolly” così?
Entrare in un incidente globale e uscirne illesi e presi bene.
Mah, sarebbe figo.
Ma non mi convince.

Inhambane è un paradiso,
ma se si alzano le acque di due metri sparisce tutto,
rimangono le palme a mollo con la testa spettinata fuori.

Minkia che scenario: in canoa,
scivolando silenzioso tra centinaia di cespugli di cocco,
punto di ritrovo di decine di chiassosi volatili.
Le principali cittadine lungo la costa sommerse
e cancellate da google earth.
Per i villaggi rurali nell’interno
sembrerebbe che non sia successo niente,
rimarrebbe la stessa vita di sempre:
zero elettricità e sporadici rifornimenti.

Le zone interne africane sono già abituate a vivere
senza che sia presente “il sistema” per come lo conosciamo,
in un intreccio di distribuzione, partilha,
condivisione d’informazioni, servizi e sistemi sempre a regime.
Nada, solo “vediamo ogni giorno come facciamo”.
Che la borsa di Wall Street esista o meno cambia poco,
davvero.

Addestramento basico.
Finchè il mondo è così bello bisogna goderselo,
tipo poter respirare mentre sei ancora nella battaglia,
è già un lusso. Non ti hanno ancora forato un polmone.

La cotta, la maglia di ferro. Ma dove stavo?

Terrazzo, nella casa dove siamo ospitati.
Bevendo “sura” una bevanda tradizionale .
Sperimento con un goccio di whisky, ancora meglio.
Dev’essere ben gelata tipo limoncello.
Dicono “faccia cose”,
l’importante è che non mi facca strani effetti.

Butto giù ricordandomi che la battaglia qui è con le proprie capacità,
auto-sostentarsi il più possibile facendo quello che si ama,
è già un fight every day nada mal.

Interrogo Edson su cosa ci sia come “locale storico” a I’bane
e mi parla del palazzo del Governatore, della Casa da Cultura,
il Cine Teatro Tofo, casa Hoffmann
e della chiesa portoghese che abbiamo visto da fuori,
la torre con i quattro orologi
fermi ciascuno ad un’ora diversa è il punto più alto della città,
una volta l’accesso era aperto,
poi per colpa di qualcuno non ci sale più nessuno.

“Ci voglio salire.”

Mi parla della statua di Vasco da Gama,
dettaglio che risulta anche nelle guide turistiche ufficiali
ma non è attualmente esposta, è in un cortile in attesa di restauro.

E parlando di cortili c’è il portico delle deportazioni,
vicino al palazzetto dell’EDM, l’enel mozambicana.
200 metri quadri di giardino incolto in pieno centro
e una struttura tipo uffici e magazzino in disuso
occupata dai materiali della società dell’acqua, la FIPAG.
Nota bene: locale storico abbandonato.
Quando la Cultura non è una priorità,
anche il locale storico viene occupato per ben altre necessità.

A proposito di necessità, ma perchè Victor sta qua?
Con Victor in conversa, mi spiega che sta a Inhambane
perchè il padre di un amico sta morendo
ed era venuto a dargli un ultimo saluto.
Prendiamo sul serio
l’idea di creare qualcosa di buono e funzionale a Inhambane.
Il figlio dell’amico malato è di Inhambane,
ha un contatto nel Municipio, perfetto,
chiudiamo la serata combinando una visita al Municipio
il giorno successivo.

L’obiettivo è fare contatti con “chi manda”
e informarsi se la Camera Municipal ha spazi/luoghi storici in disuso
dove un’Associazione potrebbe installarsi
per recuperare lo spazio e rianimarlo.

Mi sveglio il giorno dopo con il sorriso in faccia,
sono al 5º giorno del nuovo anno
e mi ritrovo dall’altra parte del mondo a fare le stesse cose
che facevo per la mia associazione culturale in Italia,
il “5º Livello” con entusiasmo rinnovato,
con un’esperienza come armatura,
ultra-stimolato dal nuovo scenario.

Scenario espresso.

“Ma neanche Photoshop”
pensai una volta strabigliato dai toni e dai riflessi di un tramonto
in una baia silenziosa d’Inhambane dove sorpresi Dio a riposare,
dalla fretta di nascondersi aveva lasciato la tavolozza
con tutti i colori. Uno spettacolo buono e giusto.
L’ho ringraziato tante volte, felice per tutto questo.

Felice che almeno Victor è di parola,
ci troviamo in piazza all’ora convenuta
e andiamo verso il Palazzo Municipale.

Municipio.

Un palazzotto di meringa bellissimo,
devo tornarci e farci trecento foto, un evento, esposizioni,
è una bomboniera che non può essere sacrificata solo all’istituzione.
Ci vuole un artista in cortile libero di agire.
All’entrata la guardia mi fa notare che non posso entrare
perchè sto con i calzoncini corti e in un ufficio pubblico non si pò.
Chiedo scusa facendo notare
che sono solo uno straniero ignorante che lottava contro i 38º estivi.
Spiegando che abbiamo un obiettivo preciso
ci lascia sgattaiolare dentro dritti all’ufficio catasto
dove lavora il nostro contatto.
Entrando mi nascondo dietro a Victor
e mi approssimo al bancone rapido
per non mostrare le gambe rosso gamberone
classiche del turista occidentale arrostito al sole.

Se ero calabrese e m’abbronzavo
“ero scuro come a loro” in mezza giornata,
ma sono stato allevato in terra padana
e prima di una bella abbronzatura beije da biscotto cotto,
devo prima passare varie tonalità di arancione e rosso gamberone.
Poi io ho fatto pure il figo e alla prima giornata in spiaggia
zero crema, risultato un semaforo rosso lampeggiante,
pelle rossa, infatti sono un cavallo pazzo,
di notte mi riconoscevano senza problemi.
Qui al catasto invece non ci conosce nessuno,
quindi il consiglio è presentarsi all’ufficio
che dirige le attività culturali e turistiche, perfetto.
È vicino, dieci minuti a piedi.

Pausa mata bicho al bar Verdinho,
quello gestito da un fratello d’Italia.
Fanno un toast con la pancetta
che è una bomba energetica perfetta,
ci si scola una birra fresca e grazie a Dio il caffè è buono.
“Non si può fare di meglio con quest’acqua del cazzo”
lamenta Antonio il proprietario,
ma a me già sembra un capolavoro di caffè
calcolando quanto siamo lontani dalla civiltà dei grandi consumi.
C’ha pure la cremuccia.

Arriviamo all’ufficio giusto,
uno dei posti più tranquilli dove lavorare,
gli impiegati non riescono a nascondere nello sguardo la sorpresa
per l’arrivo di un fulano e di un bianco interessati a qualcosa.

Ussene, un simpatico signore,
trova finalmente l’opportunità di poter raccontare
tutto quello che sa su Inhambane, è felicissimo
e noi siamo curiosi e pronti.

“Sono felice come Indiana Jones quando trova una mappa del tesoro.”

Vado diretto al punto:
cerchiamo uno spazio storico, di proprietà del Municipio,
per recuperarlo e farci la sede di un’associazione culturale
che possa investire tempo e capacità
per dinamizzare la scena culturale e turistica a Inhambane,
ordunque, avete posti idonei per questa rivoluzione socio-culturale
a propulsione italo-mozambicana?
Risposta: Sì (BENE)
e scatta l’elenco Cine Tofo, Casa della Cultura,
patio delle deportazioni e l’antica chiesa portoghese.
“Quella della torre?” chiedo io pronto ad incalzare con il domandone
“ci possiamo salire sulla torre?” e yes, we can!

Ci sono tante cose storiche a Inhambane,
Ussene ci propone di andare da un amico suo che può aiutarci
a scoprire molto di più, tanto è tutto vicino
in questo posticino tipo Paradiso tascabile.
Edizioni “IL BRADIPO”.
Bradipi lo sembriamo noi a passeggiare a rallentatore
per il gran calore.
Passi epici manco stessimo scrivendo una pag… No, aspetta,
la stiamo scrivendo sì una nuova pagina di storia,
erano anni che un impiegato del Comune non alzava il culo
per fare il suo lavoro. Era proprio il momento
per aprire porte che erano rimaste chiuse da tempo,
cose dimenticate.
Arriviamo al cortile dove hanno parcheggiato Vasco da Gama.
Che uomo. Che pioniere. Bella statua. Devono restaurarla.

518 anni dopo stanno ancora parlando di te, bro.

Doverosa, non ora, ma doverosa lettura: la storia di Vasco da Gama.
Googolata e un galeone di Storia.

Scusa se ti do lo sbatti del search in google,
altrimenti questo post finisce per essere lungo come un vangelo.

Andiamo da Fausto
(si, metà popolazione Mozambicana ha nomi italianissimi,
amori miei: Sofia, Maria, Laura, Paola, Gina, Rosa,
Fiona, Jessica, Salva, non sono tradotti, sono proprio così.
Poi c’é il capitolo “Curiose Varianti” tipo:
Yolanda, Get, Yurca, Luzneidy, Lolizzy, Monika, Pyka,
Pyka!!?? Quitéria e tanti altri…)
e Fausto è il Personaggio che dovevo incontrare.

Capisco che ha un’attività,
sta in un cortile e ha un capannone tipo meccanico
ma non vedo macchine a parte la sua
che è praticamente un carro-attrezzi e c’ha pure un nome: Felisbela.
Strabella.

Ma non vedo attrezzi, vedo un bancone vecchio e consumato
e cartelloni pubblicitari contro una parete.
C’ho messo due giorni a capire che fa il grafico.
Ma la confusione non è dovuta solo al calore e alla mia fusione,
è che m’han portato qui perchè Fausto sta riparando
una vacchia Ford degli anni ’20,
regalo di Samora al primo Governatore della Provincia di Inhambane.
Che stile. Tornerà a funzionare. Vedremo.

Inoltre Fausto conosce bene la storia di Inhambane e dintorni.
Fausto è un cittadino informato, ama la sua terra
e ispirato dal momento ci propone di andare a vedere un posto
poco frequentato e quasi sconosciuto,
l’antica polveriera portoghese vicino alla spiaggia
nella parte più interna della Baia di Inhambane.
Un’insenatura ben celata
dove anche l’acqua dell’Oceano Indiano
sembra un laghetto tranquillo per esercitarsi con la barchetta a vela.

Preso bene dalla disponibilità chiedo 10 minuti di tempo
per correre a casa a prendere la macchina fotografica.
Corro felice verso casa,
non correvo così da quasi un anno quando a Lisbona
stavo perdendo il volo per
Istanbul/cambio/Johannesburg/pit stop/Maputo.
Mentro irrompo in casa
spiego correndo a Edson cosa sta succedendo, lui è occupato,
neanche avevo considerato l’opzione di perdere altro tempo,
torno correndo, salto a bordo con Victor e Ki, il figlio di Fausto,
nel cassone del carro-attrezzi
che in effetti non ha più il braccio e il gancio per rimorchiare le auto.
Fausto alla guida di FELISBELA e Ussene al suo fianco.
Uno Spiderino Mozambicano.

“Come ti chiami?” chiedo al figlio di Fausto.
“Ki” risponde lui.
“Come chi? Tu, come ti chiami?” poi ho capito.

Con questo caldo tropicale non c’è niente di meglio
di un giro in macchina lungo mare, svaccato nel cassone a filmare
(devo ancora editare) a prendere aria fresca,
felice come un labrador.
Manca la bocca aperta e la lingua a prosciutto cotto tutta fuori.

Até passiamo l’ospedale,
poi poco più avanti parcheggiamo a destra in un piazzale.
Ci inoltriamo in un bairro, sentiero pulito,
qui tutto è molto più ordinato e ben conservato
rispetto ai “lamieroni”
dell’arrugginita e accartocciata periferia di Maputo.
La città fa male, è proprio un modello insostenibile.
Aldeie allargate, questa è la mia visione di futuro,
basta città,
più paesi meglio organizzati che metropoli corrazzate,
formicai con ascensori.
Ascensori che tra l’altro a Maputo manco funzionano.
E se funzionano fermano solo al 3º, al 7º e al 10º.
Robe così.
“Una città senza manutenzione” che surrealismo il moz.
E dove non arriva la manutenzione ci arriva l’invenzione.
“L’arrangiata.”
A parte dove ci sono i bianchi ed i soldoni,
lì invece c’è tutto, pure il di troppo, purtroppo.
Dobbiamo stressarci meno, dobbiamo inquinare meno.

Intanto le gambe vanno,
entriamo letteralmente nel cortile di qualcuno,
poi di colpo la vedo: la paiola.

La polveriera portoghese, un magazzino fortificato,
mura a prova di cannone ma nel dubbio
anche un percorso sotterraneo di sicurezza
per tagliare la corda in caso di sbarco nemico
per evitare un inutile assedio.
Dentro è il classico posto abbandonato da tempo:
quasi tutto annerito a causa di un’incendio,
tetto mezzo pericolante, graffiti di sette e di clan rap
che minacciano di dominare il mondo,
sicuramente c’è morto qualcuno,
sicuramente c’hanno vissuto decine di persone,
sicuramente potrebbe essere recuperato
ed essere un punto di passaggio per i visitatori.
Faccio un giro attorno alla paiola, ben nascosta tra le palme,
la spiaggetta è a trenta metri,
se l’acqua si alza arriva quasi a bagnare le mura fortificate.
Ripercorrendo il sentiero Fausto ci mostra altri dettagli.
Rientriamo nel cassone e si torna verso il centro,
lungo la strada mi mostrano il Portico delle deportazioni.
Un fazzoletto di terra verdissimo e incolto,
un edificio bianco, basso, anonimo.

Centralissimo, di fronte ha le fermate degli chapa,
a 50 metri c’è il Clube Ferroviario che è uno dei posti migliori
dove far festa e a 100 metri il porto
dove si prende il battello per attraversare la baia
e andare a Maxixe. (Mashish’)

Rimaniamo d’accordo che il giorno dopo si va alla torre
e al burraco dos assassinados.

Round 4.

Colazione abbondante e poi finalmene alla torre!
Si aprono le porte.

La chiesetta portoghese è una vecchia bomboniera di legno,
lo stesso legno con cui poteva essere fatto un galeone
e il marcio umido avanza in certi punti.

Uno scheletro di ferro di una barca lasciato ai piedi dell’altare
mi suggerisce un’istallazione dove tutto il pavimento
è sommerso nell’acqua limpida e nel mezzo
lo scheletro della barca
e vicino un tronco di legno grande uguale.

La fonte battesimale divisa in due,
da una parte si battezzavano i bimbi bianchi,
dall’altra i bimbi negri.
Ma tu pensa che rincoglioniti nel passato ad essere razzisti.
Che vergogna.
La scaletta per salire in cima è così arrugginita
che potrebbe sgretolarsi come un cracker.
Mi tengo il misto di dubbio e paura fino all’ultimo piano
dove finalmente ci godiamo la vista che ci aspettavamo.

Altro dettaglio interessante è il meccanismo
che azionava i quattro orologi della torre.
Ciascuno parò ad un’ora differente.
Chissà se capitò nello stesso giorno
o in epoche differenti.
Mi ha ispirato per vari racconti
legati a quello che è successo nell’ultimo minuto
in cui cada orologio ha funzionato.

L’rologio a sud segna le 10:12;
a ovest le 04:54;
a nord le 05:00
e a est le 05:15.

Mi ricorda un orario ben impresso nella mia memoria,
il “minuto fantasma”
quando le lancette si sovrappongono per un minuto,
in realtà meno perchè nei 60 secondi che scandiscono un minuto
la lancetta si muove, seppur in maniera poco percettibile…

“Eppur si muove”.

Ma esistono 24 istanti giornalieri
in cui le lancette si sovrappongono
e appaiono come un’unica linea a tentar tracciare la distanza
tra il centro e l’area del cerchio.

Nella mia epoca Milanese,
tornando a piedi verso la Stazione Garibaldi
per il primo treno del mattino,
passai per una Piazza Duomo deserta,
m’incamminai lungo la traettoria di Cordusio e Cairoli.
Ero così preso nei miei pensieri e così stanco
che guardavo solo dove mettevo i piedi, uno dietro l’altro,
sempre più vicino alla méta.
Spunto in Piazza Cordusio dalla Via dei Mercanti.
Non capita spesso di avere la città tutta a disposizione,
il silenzio domina tanto la scena
che mentre passo davanti all’ufficio dell’unicredit,
riesco a sentire il “tlack” della lancetta dei minuti,
guardo verso l’orologio collocato in cima all’entrata principale.
Segna le 4e20.
Silenzio.
Penso “il minuto fatasma, eccolo qua”.
Scruto la piazza,
di giorno è sempre così congestionata che sembra irriconoscibile.
Mentre mi godo i dettagli dei palazzi sento un rumore indefinito
aumentare rapidamente ma le strade sono deserte.
“Oddio mò scoppia qualcosa”
il rumore aumenta sempre più ed ecco a sorpresa
un grande stormo di piccioni passare in gruppo
alla massima velocità possibile da Via Dante a Via Orefici.
Curioso, non avevo mai visto una competizione aerea di piccioni.
Ma eccoli arrivare da Piazza Duomo, compatti e velocissimi,
imboccano la Dante e sfrecciano fino al Castello.
Rimango ad osservare la statua del Parini
aspettandomi un commento suo,
siamo gli unici testimoni di questi giochi aerei notturni.
Lo stormo torna ancor più rapido,
s’incanalano nella Via Orefici
e tornano dalla Via dei Mercanti lanciati vero il Castello.
La città è tutta loro e giustamente si divertono.

Qui a I’bane piccioni non ce ne sono,
ci sono corvi e fenicotteri rosa.

Epah, andare dietro alle tracce del tempo
e ai fatti storici che si sono susseguiti
in una danza che non si ferma mai
è sempre interessante, anche se a Inhambane
molti fatti storici dell’incontro tra le due civiltà
sono intinti nel sangue di migliaia di innocenti.
Non si ha idea di quanti uomini, donne e bambini
furono allineati nel portico delle deportazioni
per poi essere stivati nei galeoni che partivano per le Americhe.
Che viaggi, che imprese, che pretese.
Che miscugli di dna fino ai popoli che oggi
popolano le varie nazioni del continente Americano.

E non solo.
Ci sono altri dettagli e storie da raccogliere lungo il cammino,
l’emozione forte rimane osservare la sala dove 42 anni fa
Samora e il 1º Governo Mozambicano scrissero e riconobbero
la loro Costituzione.

Tutto l’operato di Samora merita una “googolata” approfondita.

Alla fine Samora Machel era un Che Guevara africano
ma a differenza del Che,

Samora era riuscito a governare il suo paese
fino all’incidente aereo che lo fece prematuramente scomparire.
Ancora adesso è rispettato e rimpianto.
Ma con la sua scomparsa è scivolato via l’entusiasmo
ed è iniziato il “corri corri” per vendere tutto il possibile
al miglior acquirente.

Ecco come si arriva alla “divida oculta”
e ai problemi di corruzione statale ad ogni livello,
dal poliziotto che ti ferma per strada al più alto dirigente.

Tutto il mondo è paese.

Peccato, ci sono davvero dei vantaggi
ad avere una Costituzione fresca fresca
che non ha passato neanche il suo primo quarto di secolo,
“a luta continua” a sério e la fortuna per il Moz
è una nuova generazione interessata ai Diritti,
alla libera informazione e a difendersi il proprio futuro,
difficile o meno che sia. Qui è tutto difficile, o quasi…

Quello che per me è facile è approfittare di anni di scuola,
di quella infarinatura base che la scuola italiana m’ha garantito
rendendomi già un eletto, un essere fortunato ed illuminato
che “sa cose” e mi ritrovo dopo anni
ad apprezzare l’Arte e i suoi protagonisti da un posto in prima fila.

Oltre ad un’immersione dettagliata nella storia di Inhambane
ho già collezionato altre grandi soddisfazioni.
Grazie ad una recente collaborazione
con un’investigatrice portoghese dell’Università do Minho,
l’ho accompagnata in lungo e in largo per filmare un nuovo inedito
documentario sulla vita di Malangatana,
il più grande ex-artista mozambicano

e anche in casa Chissano,
altro grande Maestro.

Ci siamo inoltrati anche nel Bairro do Aeroporto
lungo le tracce degli scultori.

Amare la Cultura e viverla appieno senza essere un turista
è una soddisfazione.

Gli Artisti che rappresentano il proprio paese o il proprio stile,
lasciano una carga creativa che non affievolisce col tempo,
non prendono polvere.

La creatività rimane nell’aria, nei luoghi,
tra le pennellate e i solchi scavati nel legno,
tra le pareti o tra gli alberi curvi e ritorti dal tempo.

È un’energia che alimenta lo spirito,
che da forza per continuare a creare e a lottare.

Anche perchè nessuno di questi grandi Artisti
era dissociato dal contesto sociale, erano tutti attivi,
a modo loro, per incamminare il proprio popolo
verso una nuova concezione del vivere.

Far pensare, far aprire gli occhi, spalancarli per bene,
come se dovessimo urlare o cantare attraverso
questo specchio della nostra anima.

Sto incontrando quello che sognavo,
ho fatto bene a credere nei libri.

Ho fatto bene a credere nella bellezza, nell’arte
come ponte fra le sponde di civiltà tanto diverse.
Ho fatto bene a credere nel dialogo creativo
in cui ci riconosciamo tutti, quando la priorità è creare,
fare ciò che amiamo e lottare per realizzare qualcosa di sempre nuovo.
Che ci sia un seme nostro nel dna di un futuro migliore,
a qualunque costo, contro ogni arrogante previsione di guadagno.

Non sarà una manovra economica a salvarci
ma un gesto d’amore.

Finchè gli alberi ci daranno frutta così dolce e succosa,
finchè i libri avranno storie per farci emozionare
e per farci viaggiare oltre le nostre teste,
oltre le quattro pareti delle nostre stanze, delle nostre aule,
dalle nostre silenti biblioteche, oltre la siepe di Leopardi
e oltre quello che la vista ci consente dalla nostra finestra,
finchè ci sarà da esplorare, da vivere e da capire, ne varrà la pena.

Sempre.

Avanti tutta!

 

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