Lisbona: come to the sunny Lisbon. Il “Sistema”, la città e i suoi doppi

“Do you want to work in an International enviroment? Do you want to get free access to surf lessons in one of the cooler city in Europe? Come to the sunny Lisbon and face the Atlantic ocean”. Recitava così più o meno l’annuncio con cui il Sistema arruolava le sue leve, distribuendo echi di sirene poliglotte a vendere i paradisi artificiali di un’avventura esotica ma domestica, adatta per noi “millennials” perennemente in fuga ma incapaci di liberarci completamente dal peso delle sovrastrutture sociali.

Il Sistema vendeva così la Sunny Lisbon, la Western coast d’Europa dove il sole sembrava non tramontare mai. La Sunny Lisbon con i suoi chilometri di praia indomata rappresentò per alcuni di noi un po’ l’ultima spiaggia, la versione disillusa del sogno migratorio, un ultimo porto dove molti di noi stanchi delle lingue germaniche dal clima che gelava il cuore, decisero di sciogliersi sulle sponde di una Saudade che ci liberava e lambiva in quel sentimento comune a tutti noi espatriati.

“Una città costruita dal nostro sguardo, che non coincideva con quella che esisteva. Anche perché, questa non esisteva realmente, ognuno dei milioni di portoghesi e dei milioni di turisti che camminavano per essa, aveva di Lisbona l’immagine che gli interessava, bastava o conveniva.”[1]

L’incontro con la città non é nè più né meno differente dall’incontro con l’Altro, anche nella città vedi il tuo riflesso, e la percezione che hai di essa è il frutto del pregiudizio e dell’idea precostituita che ti sei già fatto. Nella città metti in scena i tuoi fantasmi e i mille personaggi che popolano il tuo mondo immaginario e siccome questo mondo interiore è un flusso continuo e caledoscopico le città non sono mai le stesse e probabilmente non si dovrebbe mai tornare nelle città in cui si é vissuti per lo stesso motivo per cui secondo me non si dovrebbe tornare mai con gli ex, perché di quella città rimangono impronte e fantasmi.

Dopo aver vissuto a Dresda per un anno e mezzo, sono tornata questa primavera a rivivere la città, ma quello che volevo rivivere nella città era la mia vita lì un anno e mezzo fa, chi volevo visitare era la Piera che avevo lasciato li e che continuava la sua vita con i suoi personaggi, ovviamente trovai solo fantasmi.

La città era diversa, o meglio era la stessa ma il cielo che prima era argento era solo grigio, e percorrendene le vie che il mio desiderio aveva riempito ne restava solo la scia. Sempre sulla scia del desiderio mi sono spostata a Lisbona cercando questa volta il fantasma creato a sua volta da un’altra persona, che inscenò la sua Lisbona creandone l’immagine che si mescolò alla mia, che a sua volta si era formata sui fantasmi di altri.

Cosa ne restava della città in questo gioco di specchi che si moltiplicano all’infinito? Cosa era la città che cercavo e che gli altri come me cercavano?

“I turisti vanno alla ricerca di luoghi per fuggire da se stessi, dallo stress, dalla infelicità, dal tedio, dalla vecchiaia, dalla morte. Vedono i luoghi dove arrivano solo di sfuggita e non restano a conoscere nessuno, perché presto li scambiano per altri e fuggono ancora più lontano. I viaggianti vanno alla ricerca di se, in altri luoghi. Che restano a conoscere profondamente perché nessuno sforzo gli sembra troppo e nessun passo eccessivo, tanto é grande il desiderio di incontrarli.

Le agenzie di viaggio e i turisti si interessano solo alle città reali. I viaggianti preferiscono le città immaginarie.” [1]

Noi arruolati nel “Sistema” non ci sentivamo certo turisti, ma di certo non eravamo residenti, chi eravamo noi? Eravamo anime in transito, corpi precari, o forse semplicemente eravamo precari.

La nostra non era la Lisbona da cartolina, né la Lisbona dei portoghesi, ma era la Lisbona del Sistema e cosa questo potesse significare era prerogativa della prospettiva di ogni adepto. Ogni adepto arrivava qui con la sua apologia di Lisbona, descrivendone vita e miracoli come una terra promessa, vendendo così bene il sogno al punto di richiamare altri milioni di adepti desiderosi di far parte del grande e bonario Sistema.

Le domande sui gruppi facebook le stesse da sempre, quelle che tutti abbiamo fatto cercando di carpire la verità da qualcuno che già ci è passato, Ma a Lisbona come si vive? Ciao sarò a Lisbona come é la situazione?

Tutti a cercare di capire la vera Lisbona, ma la vera Lisbona non esiste, come non esiste la vera Parigi, la vera Roma ecc… La vera Lisbona è la Disneyland di ogni turista, grande parco a tema dove sperimentare l’autenticità, dove tutto è very typical dalla vecchietta affacciata alle vie di alfama, alla bella fadista prosperosa e malinconica nelle case del fado, ai panni stesi tra le vie, al famoso 28 che carica tutta questa amarcord di personaggi e attraversa tutta la città, piroettando con i tuk tuk.

La vera Lisbona è anche il vuoto lasciato dai suoi abitanti, cacciati dal cuore di Alfama per far posto a ostelli e b&b, la vera Lisbona é anche il silenzio del fado e il risuonare dell’inglese nelle vie del centro.

La vera Lisbona sono gli Azulejos ma anche gli edifici prefabbricati, la vera Lisboa è la casa del Fado ma anche il Maat, la vera Lisboa è la Tasca con il Bacalhau ma anche l’hamburgheria vegan aperta dal danese nel bairro più radical chic della città.

C’è una Lisbona abusiva oltre il fiume dove hanno tagliato luce e acqua, c’è quella che era decadente ed è stata riqualificata o turistificata, quella che semplicemente non era e l’espansione urbana l’ha fatta essere quella che è, una Lisbona che divide lo spazio tra famiglie medie e famiglie “tzigane”, la Lisbona degli Erasmus ubriachi a Bairro Alto, una Lisbona che cerca l’anima che ha perso e un’altra che ancora l’anima deve ancora incontrarla.

Per me Lisbona è vera in tutti questi aspetti, Lisbona è la costruzione quotidiana della nostra immaginazione.

“Immaginare una città é collaborare con il compromesso, perche tutta la città è limitata mentre il nostro desiderio su di essa è senza limite. In questo luogo ideale in cui convergono tutte le utopie, si ergono i limiti dello spazio finito, dei materiali friabili, dei disegni previsti che si perdono nella concretizzazione” [2]

La vera Lisbona è anche quella venduta dal Sistema, perché il Sistema è reale e immaginario allo stesso tempo.

Non esiste un vero e un falso, le città come gli uomini, è in costante mutamento e come per gli uomini non esiste quella perfetta, quella ideale.

“Ho vissuto in città diverse. Mai ho deciso in quale di queste mi è piaciuto di più vivere. Non c’è una città ideale. Siamo differenti in ogni tempo della nostra esistenza, per l’età che man mano abbiamo, per le ambizioni che siamo andati a creare o lasciato cadere, per il modo in cui, in ogni momento ci sentiamo, frutto di ragioni proprie o che la vita ci impone. Per la gente e per il modo in cui la incrociamo, per il benestare che potremmo avere” [2]

 

La Sunny Lisbon specchiandosi sul Tejo con i suoi strati di storia, con i vuoti e i pieni dei suoi azulejos frammentati, offriva lo scenario in cui mettere in scena il nostro immaginario. La città perse i suoi confini e limiti geografici per diventare la città ideale costruita dal nostro “olhare” (guardare).

“Una città costruita dal nostro sguardo, che non coincideva con quella che esisteva. Anche perché, questa non esisteva realmente, ognuno dei milioni di portoghesi e dei milioni di turisti che camminavano per essa, aveva di Lisbona l’immagine che gli interessava, bastava o conveniva.”[1]

L’incontro con la città non é nè più né meno differente dall’incontro con l’Altro, anche nella città vedi il tuo riflesso, e la percezione che hai di essa è il frutto del pregiudizio e dell’idea precostituita che ti sei già fatto. Nella città metti in scena i tuoi fantasmi e i mille personaggi che popolano il tuo mondo immaginario e siccome questo mondo interiore è un flusso continuo e caledoscopico le città non sono mai le stesse e probabilmente non si dovrebbe mai tornare nelle città in cui si é vissuti per lo stesso motivo per cui secondo me non si dovrebbe tornare mai con gli ex, perché di quella città rimangono impronte e fantasmi.

“I turisti vanno alla ricerca di luoghi per fuggire da se stessi, dallo stress, dalla infelicità, dal tedio, dalla vecchiaia, dalla morte. Vedono i luoghi dove arrivano solo di sfuggita e non restano a conoscere nessuno, perché presto li scambiano per altri e fuggono ancora più lontano. I viaggianti vanno alla ricerca di se, in altri luoghi. Che restano a conoscere profondamente perché nessuno sforzo gli sembra troppo e nessun passo eccessivo, tanto é grande il desiderio di incontrarli. Le agenzie di viaggio e i turisti si interessano solo alle città reali. I viaggianti preferiscoisno le città immaginarie.” [1]

Noi arruolati nel Sistema non ci sentivamo certo turisti, ma di certo non eravamo residenti, chi eravamo noi? Eravamo anime in transito, corpi precari, o forse semplicemente eravamo precari. La nostra non era la Lisbona da cartolina, né la Lisbona dei portoghesi, ma era la Lisbona del Sistema e cosa questo potesse significare era prerogativa della prospettiva di ogni adepto. Ogni adepto arrivava qui con la sua apologia di Lisbona, descrivendone vita e miracoli come una terra promessa, vendendo così bene il sogno al punto di richiamare altri milioni di adepti desiderosi di far parte del grande e bonario Sistema. Le domande sui gruppi facebook le stesse da sempre, quelle che tutti abbiamo fatto cercando di carpire la verità da qualcuno che già ci è passato, Ma a Lisbona come si vive? Ciao sarò a Lisbona come é la situazione? Tutti a cercare di capire la vera Lisbona, ma la vera Lisbona non esiste, come non esiste la vera Parigi, la vera Roma ecc…

La vera Lisbona è la Disneyland di ogni turista, grande parco a tema dove sperimentare l’autenticità, dove tutto è very typical dalla vecchietta affacciata alle vie di alfama, alla bella fadista prosperosa e malinconica nelle case del fado, ai panni stesi tra le vie, al famoso 28 che carica tutta questa amrcord di personaggi e attraversa tutta la città, piroettando con i tuk tuk. La vera Lisbona è anche il vuoto lasciato dai suoi abitanti, cacciati dal cuore di Alfama per far posto a ostelli e b&b, la vera Lisbona é anche il silenzio del fado e il risuonare dell’inglese nelle vie del centro.

La vera Lisbona sono gli Azulejos ma anche gli edifici prefabbricati, la vera Lisboa è la casa del Fado ma anche il Maat, la vera Lisboa è la Tasca con il Bacalhau ma anche l’hamburgheria vegan aperta dal danese nel bairro più radical chic della città.

C’è una Lisbona abusiva oltre il fiume dove hanno tagliato luce e acqua, c’è quella che era decadente ed è stata riqualificata o turistificata, quella che semplicemente non era e l’espansione urbana l’ha fatta essere quella che è, una Lisbona che divide lo spazio tra famiglie medie e famiglie tzigane, la Lisbona degli Erasmus ubriachi a Bairro Alto, una Lisbona che cerca l’anima che ha perso e un’altra che ancora l’anima deve ancora incontrarla.

Per me Lisbona è vera in tutti questi aspetti, Lisbona è la costruzione quotidiana della nostra immaginazione.
“Immaginare una città é collaborare con il compromesso, perche tutta la città è limitata mentre il nostro desiderio su di essa è senza limite. In questo luogo ideale in cui convergono tutte le utopie, si ergono i limiti dello spazio finito, dei materiali friabili, dei disegni previsti che si perdono nella concretizzazione” [2]

La vera Lisbona è anche quella venduta dal Sistema, perché il Sistema è reale e immaginario allo stesso tempo. Non esiste un vero e un falso, le città come gli uomini, è in costante mutamento e come per gli uomini non esiste quella perfetta, quella ideale.

“Ho vissuto in città diverse. Mai ho deciso in quale di queste mi è piaciuto di più vivere. Non c’è una città ideale. Siamo differenti in ogni tempo della nostra esistenza, per l’età che man mano abbiamo, per le ambizioni che siamo andati a creare o lasciato cadere, per il modo in cui, in ogni momento ci sentiamo, frutto di ragioni proprie o che la vita ci impone. Per la gente e per il modo in cui la incrociamo, per il benestare che potremmo avere” [2]

In questo momento la mia vita si è incrociata col Sistema e in Lisbona cerco sempre probabilmente la sua negazione, Lisbona con la sua apertura sull’oceano promette la mia libertà che costantemente l’appartenenza al Sistema disattende.

“La città ideale é quella dove si è felici. E questo sta dentro di noi, la città è solo il luogo in cui insceniamo la vita. Ma paradossalmente, e se ci pensiamo bene, la città ideale è anche quella in cui possiamo considerare, con serenità, come lo scenario della nostra morte” [2]

E siccome io vorrei vivere in eterno, probabilmente la città ideale non riuscirò ancora a incontrarla.

[1] A Cidade de Ulisses- Teolinda Gersão (traduzione mia)
[2] XXI Ter Opinião no. 4 – Isto é Cidade-  (traduzione mia)

di Piera Gemelli 

L’articolo è tratto dal blog L’ermeneutica dei gabbiani 

 

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