Gonçalo Ribeiro Telles: il Portogallo e la necessità di adottare un modello di sviluppo sostenibile

Paladino ecologista e maestro di tanti grandi architetti e paesaggisti di riferimento, Gonçalo Pereira Ribeiro Telles, lo scorso 25 maggio ha festeggiato 95 anni. Definito da molti un visionario utopista, la sua devozione per la terra portoghese non ha rivali.

Il Portogallo gli deve parecchio: incantevoli giardini, l’idea degli orti urbani, la protezione giuridica delle riserve e dei parchi naturali e le battaglie (da oltre trent’anni) ecologiste contro le potenze economiche e gli interessi corporativi. Dopo il recente incendio che ha distrutto i boschi di Pedrógão Grande, Gois e dintorni e purtroppo ucciso oltre 60 persone e ferito più di 200, vi proponiamo un articolo di Luca Onesti, datato 15 giugno 2010. L’articolo è stato pubblicato per il sito di arte e filosofia politica Die Brucke (www.diebrucke.it) oggi purtroppo non più attivo.

Il “visionario” Gonçalo Pereira Ribeiro Telles negli ultimi 50 anni non si è stancato di indicare al Portogallo la necessità di adottare un modello di sviluppo sostenibile.

L’architettura paesaggista di Gonçalo Ribeiro Telles

Ho conosciuto la figura di Gonçalo Ribeiro Telles attraverso un documentario che Rita Saldanha nel 2008 ha realizzato sulla sua vita e sulla sua attività di architetto, col titolo di Em nome da Terra. Il film comincia con un breve dialogo, la regista si rivolge all’architetto dicendo: “le vorrei lanciare una sfida: immagini di avere sul suo tavolo da disegno una mappa di Lisbona, senza nient’altro, potendo fare così la sua Lisbona, accetterebbe?”. La risposta è la seguente: “no, Lisbona si deve fare aprendo finestre sulla luce, che è aprire finestre sul colore”.

Mi è piaciuta subito questa frase, la metafora della finestra mi è sembrata un modo efficace per parlare di questa città. E così ho iniziato a cercare materiale su internet, a leggere articoli ed interviste. E subito mi ha colpito il modo in cui Gonçalo Ribeiro Telles considera il rapporto fra la campagna e la città, nella loro interazione e non nella loro separatezza; la sua critica alla eccessiva specializzazione nel fare architettura e nel trattare i problemi urbanistici; la sua concezione del ruolo degli spazi verdi all’interno di una città, che sono la struttura ecologica che permette alla città di funzionare, non dei semplici spazi con una funzione decorativa.

Gonçalo Ribeiro Telles è nato e vive a Lisbona, ha 88 anni ed è considerato il primo ecologista portoghese: negli ultimi 50 anni non si è stancato di indicare al Portogallo la necessità di adottare un modello di sviluppo sostenibile. Oltre che architetto paesaggista è stato un dirigente politico portoghese nel periodo immediatamente successivo alla rivoluzione dei garofani del 25 aprile 1974. Insieme a Francisco Sousa Tavares ha fondato nel 1957 il Movimento monarchico e popolare, schierato chiaramente contro il regime salazarista. Nel 1967, quando ci fu l’alluvione di Lisbona, espose pubblicamente le sue critiche contro le politiche di urbanizzazione vigenti.

Discepolo di Francisco Caldeira Cabral, è stato assistente dell’Istituto superiore di agronomia e professore cattedratico all’università di Evora, dove ha istituito i corsi di laurea in architettura paesaggista ed ingegneria biofisica. Ma che cosa significa architettura paesaggista? L’uomo varia continuamente, nello spazio e nel tempo, ma la sua vita è accompagnata da altri elementi che variano allo stesso modo: la vita dell’uomo quindi è una vita che dipende da se stesso e dipende da altre vite. Questo sistema di interdipendenze si chiama natura.

Gonçalo Ribeiro Telles cita Cicerone, che distingue due tipi di natura: la prima è quella “primordiale”, che esiste senza l’uomo ed è il supporto della vita; la seconda è quella che l’uomo ha fatto di bella. Così questa seconda natura – o il paesaggio, come Ribeiro Telles preferisce chiamarla – è una costruzione dell’uomo, che interviene e fa un’opera estetica che unisce sempre gli elementi dati dalla natura, dal costume e dalla storia in una lunga relazione di continuità. Da qui il suo concetto di paesaggio globale: non guardare al paesaggio in modo settoriale, segmentato, frammentato, attraverso funzioni, ma come una globalità, quindi dal punto di vista della multifunzionalità in ogni momento, in ogni aspetto.

Fare architettura per Ribeiro Telles significa creare paesaggio, quindi integrare la parte ecologica (permettere la circolazione dell’aria, dell’acqua, la presenza della vegetazione), con la componente culturale e storica: solo così si può lasciare la memoria del passato e costruire il futuro. Un libro interessante e istruttivo è L’albero in Portogallo, scritto da Gonçalo Ribeiro Telles insieme a Francisco Caldeira Cabral. Nel libro, datato ma riproposto in molte e fortunate riedizioni, si parla delle differenti formazioni vegetali e specie di alberi nel Portogallo continentale, così come della sua coltivazione e del suo ruolo nella natura. Il libro va al di là dello strettamente scientifico e trasmette un coraggioso messaggio di difesa delle specie autoctone e raccomanda l’uso della vegetazione spontanea nelle piantagioni, “non solo per ragioni ecologiche, ma soprattutto per ragioni culturali, perché sono queste che mantengono il conio locale e l’aspetto tradizionale del paesaggio”.

Si criticano anche come irrazionali tecniche recenti e viene sottolineata invece la ragion d’essere di alcune tecniche ancestrali di coltivazione. Un punto fondamentale sul quale Ribeiro Telles si è speso nel corso degli anni è quello che riguarda il rapporto tra città e campagna.

Non esiste città senza campagna, né campagna senza città e se sono considerate come due spazi in conflitto ciò è dovuto a un modello di crescita e sviluppo economico completamente errato. Bisogna considerare entrambe nella loro interrelazione e si deve dar luogo ad un unico momento di pianificazione. Ribeiro Telles insiste quando parla della necessità di una agricoltura di tipo urbano, come avviene ad esempio a Parigi. Ed oltre a ciò sostiene che bisogna recuperare l’agricoltura rurale e la sua importanza per i piccoli centri del Portogallo.

La ricetta di economisti e politici che negli anni passati hanno stabilito che l’agricoltura non ha significato economico e che è possibile rifornirsi di prodotti agricoli stranieri, si è rivelata completamente sbagliata: infatti l’aumento dei prezzi dei prodotti dell’agricoltura delle proteine e dell’amido rischia di ridurre alla fame il Portogallo.

Più specificamente, per quello che riguarda Lisbona, Gonçalo Ribeiro Telles nota che tutti gli spazi vuoti sono considerati aree dove è possibile costruire. Il risultato è che si costruisce solo per costruire e creare “non il vuoto dello spazio, ma il vuoto dello spazio costruito”. Ci sono intere zone di Lisbona con appartamenti e palazzi vuoti, ciò nonostante si continui a costruire densamente in altre aree: si svuota una zona per costruire in un’altra, in un enorme processo di speculazione. Ribeiro Telles ci fa l’esempio di ciò che sta succedendo ad Alcochete, intorno al nuovo centro commerciale: si sta costruendo e i palazzi vengono popolati da persone che vanno via da Sacavem e dalla prima corona periferica, che ha palazzi marci con più di trent’anni, con ascensori che non funzionano, una zona repellente e invivibile per le persone. Che cosa succederà a Sacavem e alla prima corona periferica? In Spagna sarebbe demolita e ricostruita, grazie ad una legislazione che non permette di costruire su terreni sui quali non ci sono costruzioni o su cui non si è mai costruito, ed è questo quello che propone Ribeiro Telles.  A Lisbona invece si preferisce lasciare la zona com’è e costruire in un’altra prima vuota. La città così diventa obesa, brutta e con spazi costruiti senza che ci sia nessuno ad abitarli. A prestare attenzione a queste riflessioni non possiamo che renderci conto che in Italia abbiamo una situazione molto simile. Scrive l’architetto-urbanista napoletano Aldo Loris Rossi riguardo all’Italia: “nonostante che la popolazione sia sostanzialmente stabile da un quindicennio si è continuato a costruire residenze.

Se nel 1945 si registravano 35 milioni di vani residenziali, oggi tali vani assommano a circa 120 milioni; cioè, in quasi 60 anni sono stati edificati circa 85 milioni di vani; quasi due volte e mezzo quelli prebellici ereditati dopo 30 secoli di vita delle città italiane. Intanto ricordiamo che l’edilizia degli anni ’40, ’50 e ’60 non è antisismica, è stata costruita nell’emergenza e si riducono nel tempo le garanzie di stabilità, con esempi periodici di collassi improvvisi; mentre dal dopoguerra incalza l’abusivismo per cui oggi si registrano circa 20 milioni di vani residenziali non occupati”.

Di qui la sua proposta di “rottamare l’edilizia post-bellica non antisismica e priva di qualità”, proposta analoga a quella che fa Ribeiro Telles riguardo a Lisbona, ma purtroppo rimasta finora inascoltata dai politici.

di Luca Onesti 

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