A Lisbona passando per l’Africa, la storia di Giulia Cavallo, antropologa e illustratrice

Torino mi è stata sempre molto molto stretta, mi sembrava troppo austera, troppo rigida, poco immediata nelle amicizie. Dopo aver frequentato il liceo Classico, nel 1998 mi iscrissi al corso di Filosofia. Allora vivevo chiusa nel mio mondo, persa tra i miei scritti, diari, pensieri. Per me la pubertà era appena iniziata. 

Facevo ciclismo su strada, andavo in montagna con il Club Alpino Italiano e poia Lisbona ci sono arrivata via Africa, e devo spiegare come.

E il come è un po’ lungo, perché ebbe inizio quando entrai all’università.

A 19 anni, per caso, con una decisione impulsiva e non molto ragionata, iniziai a fare volontariato in una mensa per “utenti” (parola che non amo particolarmente) di strada, tutte le domeniche. Tutte le domeniche mi alzavo alle 7, attraversavo la città ancora in silenzio e completamente deserta e raggiungevo l’inizio della collina torinese per servire colazione e pranzo a un centinaio di persone, quasi tutti uomini.

 

Ero ancora una ragazzina. E come una ragazzina accolsi quel mondo stropicciato e grottesco della strada come una benedizione, un’epifania, una sorta di risveglio da un lungo letargo. All’improvviso la città cambiò volto. Come se si fosse risvoltata, come se avesse vomitato la sua nuda realtà, prima invisibile agli occhi. Camminando per il centro riconoscevo gli sguardi stanchi o fatti di quelle stesse persone che la domenica si radunavano nel refettorio di Largo Tabacchi. Iniziai a domandare, conversare, entrare nelle storie. Conobbi albanesi, marocchini, romeni, italiani con storie di ferite, di droga, di abbandoni, di perdita, di fuga e di speranza…iniziai nel frattempo ad innamorarmi dell’Antropologia.

Allora, a Torino, non c’era un corso di Antropologia. Antropologia la si studiava grazie al professore Remotti ai corsi di Filosofia, Lettere e Scienze delle Comunicazioni. Da quell’esperienza di volontariato, che durò ancora per sei anni, mentre continuavo a studiare e a lavorare, le mie scelte cambiarono profondamente. Nel 2001 decisi di andare in una missione della Consolata in Kenya. Tornai nella stessa missione nel 2003, per fare la mia ricerca per la tesi di Laurea in Etnologia. Da allora l’Africa è divenuta il centro dei miei studi e di parte della mia storia.

Nel 2005 fui selezionata per un progetto di Servizio Civile Internazionale a Maputo, in Mozambico. Ed è qui che si fece strada Lisbona; durante il mio primo volo Milano-Maputo, feci scala nella capitale portoghese. Poche ore in giro e dentro di me si fece strada un desiderio enorme non solo di rivederla, ma di viverci. Mi congedai quindi con una promessa. Partì. Non fu facile, ma a Maputo finì col viverci due anni. E col innamorarmi. Mi innamorai del portoghese mozambicano, morbido, pieno di ironia e malleabile. Mi innamorai di Octavio, ragazzo dalla storia densa. Con una guerra civile sulle spalle e il sorriso enorme.

Dopo due anni a Maputo decisi che la Cooperazione non faceva per me. Non riuscivo a darmi pace. C’erano troppe contraddizioni, troppe cose che mi tormentavano. Volevo tornare lì, ma per fare ricerca. Sapevo esattamente cosa volevo studiare e come. Desideravo lavorare sulla percezione della malattia, ma da un punto di vista religioso. Sapevo che, così, sarei entrata nel cuore delle cose e della gente.

La religione apre innumerevoli sentieri, perché è intima, nevralgica. L’avevo già assaporato a Nanyuki, in Kenya, anni prima. Lasciai Maputo alla fine del 2006 e nel 2007 andai a Lisbona per candidarmi ad un dottorato. In Italia, a Torino, non c’era spazio per me in quel momento.

Per un anno lottai. Lavorai in una pizzeria italiana nel centro di Lisbona, studiando la sera. Lavorai anche in un call center finché – come per un miracolo – riuscì a vincere una borsa per il dottorato in Antropologia nel prestigioso Instituto de Ciências Sociais dell’Università di Lisbona. Nel frattempo ero riuscita a  ricongiungermi con Octavio, dopo ben dieci mesi di distanza!

Nel 2010 ritornai a Maputo, da sola, per la mia ricerca di dottorato sulle pratiche terapeutiche di una chiesa locale. Per un anno intero feci ciò che avevo sognato: entrai nei quartieri di sabbia della periferia di Maputo, nelle case della gente, e soprattutto, nelle loro storie. Mi congedai da Maputo satura e piena. Con un saluto bellissimo della “pastora” con cui lavorai più a lungo: “tu qui non sei più straniera, sei nostra cognata, nuora, figlia”, mi disse, lasciandomi in lacrime. Nel 2013 mi sono dottorata. E nel frattempo Lisbona è divenuta la mia casa.

Mentre scrivevo la tesi (uno dei periodi più belli e sacri della mia vita finora), nel 2011 è nata mia figlia. Da allora ho continuato a fare concorsi per borse di post dottorato. I tagli alla ricerca dovuti alle politiche di austerità hanno iniziato ad avere un impatto diretto sulla mia vita.

Dopo vari tentativi frustrati ho deciso che, nonostante tutto, Lisbona sarebbe rimasta la mia base, la mia priorità e che non avrei abdicato dal viverci per continuare la mia carriera accademica. Quando sono arrivata a Lisbona nel 2007, ho avuto la sensazione che qui ci fosse davvero ancora respiro, spazio per proporre, studiare, avere possibilità. Piano piano la città si è riempita, sono iniziati i tagli, le politiche di austerità, è aumentata esponenzialmente la competizione, i prezzi sono saliti, gli affitti sono gonfiati e la città piano piano ha perso – ai miei occhi – una sorta di innocenza. Ora è affollata di turisti, di case in affitto ai turisti, di tuk tuk ammassati nelle vie del centro storico. Lo spazio, il respiro sembrano essere diminuiti. Allo stesso tempo, mi pare che la città stia vivendo anche una sorta di risveglio, un impulso all’innovazione.

E io mi ritrovo un po’ a seguire i suoi passi, stordita, un po’ persa, ma ancora decisa a stare con lei. Non sento ancora la necessità di andarmene, forse perché qui, lungo questi dieci anni, si è creata una rete di amicizie, forse perché mi farebbe troppo male abbandonare il portoghese, che è per me quasi una seconda pelle, in tutte le sue varianti, brasiliana, mozambicana, angolana e capoverdiana.

In questi ultimi anni sto attraversando un profondo periodo di trasformazione, ampliando i miei orizzonti professionali. In qualche maniera, il non essere riuscita a proseguire il percorso accademico mi ha costretta a rivedere la mia vita, a diventare più elastica, recuperando risorse che avevo lasciato sopite da anni. Infatti, da alcuni anni mi dedico ad una passione che ho avuto fin da piccola, il disegno.

Disegno soprattutto paesaggi urbani cercando di raccontarli attraverso la mia visione, i luoghi dell’abitare che ho attraversato e che accompagnano la mia memoria e il mio percorso tra Italia, Mozambico e Portogallo.

Disegno su carta utilizzando china, tempera e matite. Piano piano il mio lavoro di illustrazione si è intensificato. Ho iniziato ad esporre a Lisbona, a ricevere richieste e a collaborare con nuovi progetti. Ho lavorato sulla mia tesi, cercando di illustrare i passaggi tra malattia, diagnosi e trattamento nel Sud del Mozambico, lavoro culminato nel Giugno 2016 con un’esposizione all’Instituto de Ciências Sociais dell’Università di Lisbona, l’istituto di ricerca dove mi sono dottorata e con la partecipazione a Paratissima Lisboa, nel Luglio 2016. Nel frattempo è nata una collaborazione con un amico italiano di vecchia data: Franco Scarpino (www.mammaliacalabra.com e www.artinflat.it) che oggi si sta dedicando con passione alla sua regione d’origine, la Calabria.

In dialogo con la ricchissima collezione di foto che Franco Scarpino ha realizzato sui paesaggi calabresi, ho creato una collezione di disegni incentrati sull’abitare in Calabria. Come prima collaborazione, nel Luglio 2016 è nata l’esposizione “Art in House. Una mostra alla scoperta dell’abitare ispirato” alla Home 4 Creativity, a Montalto Uffugo, in Calabria. Da questa esposizione è sorta una nuova collaborazione come illustratrice, che mi sta unendo all’Italia e al sud d’Italia, con Calabria Cult (www.calabriacult.com), un progetto di editoria digitale volto alla valorizzazione del patrimonio umano e culturale calabrese. Negli ultimi mesi ho anche deciso di dedicare il mio lavoro a Lisbona.

Sentivo il bisogno di raccontarla alla mia maniera, anche attraverso lo sguardo di altre persone. Tramite la mia pagina Facebook ho lanciato la proposta di inviarmi delle foto di Lisbona che raccontassero di ricordi particolari, giornate, momenti di vita. Da questi racconti fotografici sono nate 18 tavole in A4 completamente dedicate alla capitale portoghese, che ora sono esposte nella Livraria Distopia, vicino al Parlamento (è possibile vedere il mio lavoro su www.giuliacavallo.com).

Ciò che mi preme ora è trovare una forma di vivere facendo ciò che amo di più. L’illustrazione ha iniziato ad occupare uno spazio sempre più importante nella mia vita e vorrei che riuscisse ad veicolare ciò che la mia formazione da antropologa mi spinge a ricercare sempre, qualsiasi cosa io faccia: raccogliere e raccontare storie vere, non solo da me osservate, ma anche in parte vissute, sentite, condivise.

Credo che il disegno possa essere uno strumento potente perché ha la capacità di creare empatia, di essere diretto e di parlare su vari livelli.

Credo sia giunto il momento di raccontare Lisbona, delle sue periferie, degli angoli che i turisti non raggiungono e non possono vedere.

I luoghi del dormire, del dimenticare, del nascondere. In qualche maniera, mi sento debitrice nei confronti di Lisbona. Qui mi sono sentita accolta, accudita, e vorrei retribuire tutto questo anche con il mio lavoro.

Tutte le illustrazioni presenti in questo post sono di Giulia Cavallo

Testo e illustrazioni di Giulia Cavallo

Giulia Cavallo è nata a Torino in una tipica famiglia torinese: mamma piemontese, papá pugliese, originario della provincia di Taranto (il fratello più vecchio di Mimmo Cavallo che negli anni 80 cantava appassionato “Siamo Meridionali”).

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Giulia Cavallo a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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