La Lisbon Storie di Graziano Stanziani

 

Graziani Stanziani a Lisbona

«È così che il nome del blog e del suo autore (cioè del sottoscritto) compaiono all’inizio dei titoli di coda del film nel quale sarei dovuto entrare anch’io, che pure non dimoro stabilmente a Lisbona ma continuo a fare la spola con Roma. Infatti in un uggioso pomeriggio d’aprile fui intervistato dai tre giovincelli, ma il microfono trovò più interessante la rauca voce del vento che imperversava sul Miradouro das Portas do Sol anziché la mia. E dal momento che sarei ripartito di lì a poco, non fu possibile ripetere l’intervista. Amen».

A parlare è Graziano Stanziani, autore del blog “Lisbon Storie” (lisbonstorie.blogspot.it) uno che doveva far parte del nostro documentario e invece, come ha spiegato lo stesso Stanziani, “la rauca voce del vento” ha impedito la sua partecipazione.

Alla fine però Graziano ha fatto parte del film, non solo entrando nei titoli di coda ma concedendo il nome: «il titolo “Lisbon storie” non è stato borseggiato al mio blog ma è stato gentilmente richiesto dai tre autori/registi/montatori del film, che ritenevano -giustamente- che fosse il nome che più si attagliava alla loro creatura».

Graziano Stanziani conosce Lisbona da quasi vent’anni e scopre la città all’inizio del XXI secolo: «la prima volta che calpestai il suolo portoghese fu nel luglio 2001. Da un po’ di anni il Portogallo aveva cominciato a esercitare un certo fascino su di me, forse soprattutto sull’onda del successo dei Madredeus. Poi successe che a Milano, dove all’epoca abitavo, conobbi un gruppo di portoghesi e allora mi decisi a fare quel viaggio a lungo desiderato. Essere a Lisbona e innamorarmene fu un tutt’uno. Come si dice in questi casi? Ti trovi in un posto in cui non sei mai stato ma in cui ti sembra di viverci da sempre: ecco, così fu per me in quel pomeriggio d’estate di sedici anni fa.

Nel 2003, dopo alcune permanenze di vari mesi in cui mi alternavo con Milano, stavo per prendere la decisione definitiva, ma per motivi professionali decisi di ritornare a Roma, dove avevo già vissuto, con la promessa a me stesso di tornare a Lisbona almeno due volte all’anno. Così fu.

E mi pesava tornare solo due volte all’anno. Ma quando una manciata di anni dopo ebbi la possibilità di fare un piccolo investimento, decisi di farlo a Lisbona, per avere di nuovo l’opportunità di venire qui con molta più frequenza. E infatti ormai da quasi dieci anni faccio la spola tra Roma e Lisbona».

Lisbona sta cambiando ed è già cambiata negli ultimi anni, anche il nostro amico di Lisbon Storie la pensa così e vede in questa trasformazione molto aspetti positivi: «credo di poter dire quello che dicono tutti coloro che l’hanno conosciuta all’epoca se non prima. Quando la vidi per la prima volta rimasi letteralmente rapito dal suo fascino decadente sotto il quale si sentiva tumultuare l’irrequietezza della contemporaneità. Era una città che ancora mostrava i segni di una povertà antica e le conseguenze della dittatura, ma la sentivi protesa verso il futuro, alla ricerca di un riscatto a portata di mano. Oggi, nonostante la crisi degli ultimi sei anni e i problemi di disoccupazione, di salari sempre più bassi e di emigrazione, vedo una città scintillante, cosmopolita e in continua trasformazione, sia per quello che definisco l’hardware (gli spazi pubblici, l’edilizia, l’urbanistica), sia per il software (il fermento culturale e sociale, le persone sempre più istruite e specializzate, gli incubatori di start up, ecc.). Nel giro di pochi anni la città si è rinnovata: i quartieri degradati rinascono, attività innovative aprono ogni giorno, il processo di risanamento di intere aree prosegue inarrestabile.

Ovvio che c’è anche il rovescio della medaglia (i prezzi delle case lievitati, per esempio), ma è fisiologico che ogni trasformazione porti con sé delle sfide che devono saper essere affrontate e fenomeni che devono essere regolamentati. Mi pare che Lisbona ci stia riuscendo, o perlomeno ci stia provando».

di Daniele Coltrinari

Questo articolo è stato pubblicato su Linkiesta il 13 marzo 2017. Clicca qui per leggere l’articolo originale

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