Ainda Lisboa

Ci sono certe canzoni, talvolta certi album interi, che hanno un potere magico. E la magia è data dalla capacità di aver catturato qualcosa che era nell’aria (o nel cuore) ed essere riusciti ad intrappolarla per sempre lì, in un disco. Un attimo dopo e non sarebbe stato più possibile.

Certi artisti hanno un potere evocativo, quello di condurti direttamente all’indirizzo dei tuoi sogni. Di farti conoscere dove abitano. Sogni che magari non sapevi di avere e che un giorno degli sconosciuti ti fanno scoprire. Tutto questo per me è Ainda, loro sono i Madredeus e l’indirizzo conduce direttamente in Portogallo, più precisamente a Lisbona.

Pubblicato nel 1995 Ainda (che in italiano significa ancora), colonna sonora del film Lisbon Story di Wim Wenders, io l’ho ascoltato intero solo poco tempo fa, a più di vent’anni dalla sua uscita, e mi ha subito riportato a qualcosa che non avevo mai conosciuto e a cui tuttavia sentivo di appartenere. Forse è proprio grazie ai Madredeus che posso dire di aver provato uno stato d’animo che in Portogallo non esiterebbero a definire saudade. Ma si può sentire nostalgia per qualcosa che non si è mai conosciuto? E cosa c’è nelle canzoni di quell’album e nelle immagini della pellicola a cui sono indissolubilmente collegate che mi hanno fatto sentire subito così vicino a Lisbona?

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Per capirlo meglio ho provato ad andarci qualche giorno, a Lisbona, spinto da Lisbon Story, dai Madredeus e dalla disperata ricerca di qualcosa che nell’era della globalizzazione fosse rimasta ancora autentica, genuina, intatta, vera.

Forse è tutta colpa della geografia. Il Portogallo è l’ultima cosa che si trova prima dell’Oceano Atlantico, prima della fine del mondo.

Per secoli tutti hanno creduto che fosse così e il Portogallo è ancora pregno di questa sensazione di fine imminente, è un posto dove le cose iniziano a svanire, a perdere di materia, prima di scomparire all’orizzonte, come una caravella.

Il Portogallo era, e seppur in maniera minore, è ancora adesso, l’ultimo posto dell’Europa Occidentale in cui arrivano le novità, la modernità, la tecnologia. È l’amico squattrinato che ha sempre il modello di telefono più vecchio del tuo e che usa la stessa auto da trent’anni.

E non perché ama il vintage, ma per un misto di necessità, incuranza e destino.

Il Portogallo è stata una delle ultime nazioni d’Europa a lasciare le sue colonie, a scoprire la democrazia nel 1974 (giusto un anno prima della Spagna con la morte di Franco) e, più in generale, ad entrare nei meccanismi del mondo moderno.

È una nazione che a mio parere ha sempre avuto difficoltà nell’adattarsi al presente e al suo costante mutamento.

E questo non per paura, codardia o resistenza alle leggi del mercato, ma solo per un’indole storicamente fatalista.

È il destino che determina il carattere di una nazione e quello portoghese è un popolo in fondo umile che delle grandi ricchezze del Nuovo Mondo non ha saputo che farsene.

Ma io il Portogallo non lo conosco.

Per intuire tutto ciò mi è bastato mettere su questo disco: Ainda. Ancora. Un album che è come una premonizione; il presagio di una fine.

Sì perché i Madredeus negli anni novanta hanno fatto quello che il tramonto fa con Lisbona, hanno immortalato gli ultimi raggi di bellezza di una città, di un secolo e di un’epoca che stava per scomparire. Ainda è come qualcosa rimasto ancora sospeso nell’aria dell’imbrunire, una nostalgia che essa stessa sta già per farsi ricordo.

La verità è che non potrò mai sapere se quella Lisbona evocata nelle canzoni dei Madredeus sia mai davvero esistita. Vera o immaginaria che fosse quel che è certo è che adesso molto è cambiato.

Come dicevo, ho voluto verificare di persona, per capire cos’era rimasto di quelle atmosfere, per vedere se in Alfama c’erano ancora i panni stesi, se il cielo fosse ancora di quel blu intenso che solo lì avevo visto dieci anni fa, quando visitai la città per la prima volta.

Stavolta avevo pochi giorni a disposizione ma per tentare di calarmi comunque nella realtà locale prenotai una stanza su Airbnb, trovando con difficoltà un appartamento condiviso da veri portoghesi, Pedro e Maria, nella speranza che potessero rivelarmi quegli angoli nascosti della città ancora ignoti alla maggioranza dei turisti, cosa che del resto promettevano di fare nell’annuncio su internet.

Al mio arrivo subito la prima delusione: di Pedro e Maria non vi era nessuna traccia, ad accogliermi trovo Laura, una loro amica che dopo avermi lasciato le chiavi mi spiega che la coppia è molto impegnata in quei giorni e che si sta trasferendo in un’altra casa più piccola in periferia e che quella la usano soprattutto per affittare le stanze ai turisti, come me. Sono l’unico inquilino e così mi ritrovo solo, in un grande appartamento a pochi passi dal centro, scaricato dai proprietari autoctoni.

Giro per le vie di Baixa, Rossio, Barrio Alto e incontro solo negozi di grandi firme. Prada, Gucci, tante banche, tanti piccoli fondi commerciali con gli stessi identici souvenirs turistici, tantissimi mezzi di ogni tipo che corrono veloci.

Solo dieci anni fa tutto mi sembrava così diverso, non ricordavo tutti questi turisti, tutta questa confusione, o forse ero solo io che non ci facevo tanto caso come adesso. Oppure con il passare degli anni eravamo cambiati sia io che Lisbona, inseguendo destinazioni diverse.

Poi compio l’errore fatale di salire sul tram N.28, quello consigliato da tutte le guide. Non so perché l’ho fatto. Voglio dire, sapevo che se cercavo qualcosa di autentico che mi parlasse della vera Lisbona non l’avrei certo trovato su quel tram pubblico diventato di uso esclusivo dei turisti. Forse ci sono salito perché non c’era in me molto di diverso da loro. Biglietto Ryanair in tasca, una macchina fotografica appesa al collo, pochi giorni a disposizione, come potevo sentirmi diverso da loro?

In mezzo a tutta quella gente che aveva solo fretta di vedere e di fotografare una strana ansia si era impossessata di me, avevo paura di non riconoscermi più nemmeno in quella città, di non avere più un luogo dell’anima da sognare.

Alla fermata di Martim Moniz assisto a una scena incredibile.

Centinaia di turisti in fila sotto il sole in attesa di salire sul 28, capienza massima trenta posti. Un delirio di massa che sfiora la tragedia quando un gruppo di giapponesi, sorpassando tutta la fila, sale sul tram. Scattano immediate le proteste di tutti, un uomo vicino a me afferra bruscamente una ragazza giapponese che ci stava sorpassando e cerca di spingerla fuori dal marciapiede, rischiando di farla finire sotto una macchina in corsa. Salva per miracolo lei si mette urlare, poi riesce a divincolarsi andando a raggiungere il resto della sua comitiva sopra il tram e, con mio grande sconcerto, la prima cosa che le vedo fare dal finestrino del 28, pochi secondi dopo aver rischiato la vita, è scattarsi un selfie con le amiche, sorridendo tranquilla. Aspetto 45 minuti in fila indiana alla fermata mentre continuiamo a venire regolarmente sorpassati dai giapponesi (per una strana regola internazionale ai giapponesi è permesso saltare la fila) mentre dall’altro lato della strada gli autisti dei Tuk Tuk cercano di sedurci con le loro offerte come le sirene nell’Odissea (Venite con noi, avanti, salite, con 15 euro vi facciamo fare il giro di tutta Lisbona, senza attese e senza giapponesi). Ancora oggi mi chiedo perché sia rimasto lì, 45 minuti in fila, sapendo benissimo che l’unico modo per scoprire una città è a piedi, perdendosi tra le sue vie. Forse era l’ansia che mi aveva paralizzato, la smania di dover essere sempre altrove o la delusione per quello che stavo vedendo.

Poche ore più tardi, passeggiando finalmente lontano dalle folle nei pressi del Castelo de São Jorge, ho riconosciuto la casa in cui abita Philip Winter, il protagonista di Lisbon Story. Troppe volte avevo guardato quel film per non distinguere quel palazzo, quella terrazza e quella corte in cui confluiscono un dedalo di viuzze polverose abitate da gatti solitari. Tutto adesso è cambiato, quel patio silenzioso e semi-abbandonato adesso pullula di turisti intenti a fotografare le colorate installazioni artistiche e i murales disseminati dappertutto.

Street-art la definiscono e subito la mia parte nostalgica si domanda se non c’era già abbastanza arte e poesia nella strada com’era una volta, all’epoca del film e prima ancora. Forse a volte l’arte non deve essere creata, è già presente nelle cose così come sono, basta saperla riconoscere e conservare.

Solo la notte, quando un fresco vento si è alzato dall’Oceano e le strade dell’Alfama si sono svuotate dalle auto, dai tram, dai tuk-tuk, dalle gite organizzate sui monopattini elettrici o sui sidecar, qualcosa della vecchia Lisbona è tornato a mormorare piano. Ma ormai era chiaro che della città cantata dai Madredeus e di quella immortalata nel film di Wim Wenders e di quella che avevo intravisto dieci anni prima, non era rimasto quasi nulla. Le case del centro in gran parte affittate a turisti o studenti in Erasmus, hotels e BnB dappertutto, Lisbona, seppur più lentamente di molte altre capitali, si era trasformata definitivamente in una mèta turistica di massa, assoggettandosi alle invincibili regole del mercato, con tutto ciò che esse comportano.

L’ultima sera, seduto al tavolino di un bar nel Barrio Alto con una buona Sagres davanti, mi sono domandato che cosa in fondo avessi cercato veramente in quel viaggio. Del perché andassi ricercando una Lisbona di trent’anni fa, più povera, più arretrata, conservata intatta da una dittatura fascista che per cinquant’anni l’ha tenuta lontano dal progresso e dalla democrazia.

Probabilmente la vita dei portoghesi è molto migliorata rispetto ad allora, eppure non riesco a non provare una punta di dispiacere per non aver potuto vivere la Lisbona di quegli anni. Quella che conservava tutto il suo mistero, la sua grazia modesta e semplice, la sua malinconia che Teresa Salgueiro, e prima ancora Amalia Rodrigues e tutta la tradizione del fado, ci hanno raccontato così bene.

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Per quanto mi sforzi di essere tollerante nei confronti del turismo di massa e di tanti altri fenomeni della globalizzazione, per quanto cerchi di apprezzare i vantaggi e le comodità dello sviluppo e della tecnologia, sento che ci sarà sempre una parte di me che rimpiangerà la progressiva scomparsa delle botteghe sotto casa, delle persone che si parlano dalle finestre, delle tradizioni popolari, delle radici di un Paese, se non addirittura della povertà. E non può che farmi male vedere anche Lisbona mercificata alla stregua di un prodotto da consumare, prima di passare alla prossima città di tendenza. Forse è perché con le cose che si amano si diventa possessivi: non si vuole che anche gli altri se ne possano appropriare. Nel suo Lisbon Story Wenders fa dire a Friedrich, il regista che non riesce a terminare il suo film, queste parole profetiche:

Le immagini non sono più quelle di un tempo. Impossibile fidarsi di loro, lo sappiamo tutti, lo sai anche tu. Mentre noi crescevamo le immagini erano narratrici di storie e rivelatrici di cose. Ora sono tutte in vendita, sono cambiate sotto i nostri occhi, non sanno più come dimostrare nulla, hanno dimenticato tutto. Oggi puntare una cinepresa è come puntare un fucile. Io giravo, giravo, giravo ma ogni volta che la puntavo era come se la vita si prosciugasse dalle cose. È stato allora che ho compreso come solo un’immagine che non sia stata vista è pura e perciò vera e meravigliosa. Innocente. Finché nessun occhio la contamina è in perfetto unisono con il mondo. Una volta che l’immagine è stata vista l’oggetto che è in essa muore.”

Mi piace pensare che Wenders e i Madredeus abbiano capito per primi quello che stava per succedere a Lisbona, decidendo di salvare l’essenziale, come prima di scappare da un grande incendio, riuscendo a ritrarre davvero gli ultimi barlumi di una città che non esiste più. Cancellata da centinaia di migliaia di fotografie e di video, trasformata dai grandi centri commerciali del Parque das Nações, dalle strutture moderne e dal turismo che hanno reso la città più efficiente e meno autentica.

E così, tornando a casa, mi rendo conto che Ainda è stato solo un sogno ad occhi aperti, un’illusione provocata da una mente malinconica e romantica. Qualcosa che forse un giorno c’era ma che adesso è svanito e che ha poco senso rimpiangere. Perché, nonostante tutto, continueremo a trovare ancora qualcosa per cui valga la pena innamorarsi e sognare.

Testo e foto di Luca Limitone

luca-limitoneLuca Limitone nasce nel 1985, come tutti i laureati in Relazioni Internazionali deve ancora capire cosa fare da grande, nel frattempo vive, scrive e (a tratti) lavora tra Livorno, Pisa e Firenze.Nonostante la sua palese incapacità informatica è autore del blog caffepassargada 

Viaggiatore principiante non ha mai vissuto in Portogallo ma quando può cerca sempre di partire, possibilmente verso ovest.

 

 

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Luca Limitone a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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