La strana crescita portoghese

Lisbon Mayor backed by Portuguese Socialist Party (PS) Antonio Costa, flanked by his wife, Fernanda Tadeu, on the last day campaign for the portuguese local elections, Lisbon, Portugal, 27 september. Portugal holds local elections on Sunday, two weeks before the government hands in a budget proposal for 2014 that will include new spending cuts. Antonio Costa leads ahead Fernando Seara (center-right coalition) with a large majority, according the opinion polls. MANUEL DE ALMEIDA / LUSA

Nella foto, il primo ministro portoghese António Costa

Discutono strategie, tempi, punti percentuali, accelerano e frenano sull’agenda di smantellamento progressivo della vecchia austerità. Chissà quanto il loro elettorato storico saprà apprezzare o non castigherà piuttosto tanto buon senso.

Il centrodestra portoghese, all’opposizione da un anno esatto, aveva puntato tutto sulla carta del disastro d’autunno. Il governo socialista spendaccione, trascinato nell’abisso da quel manipolo di comunisti che gli garantisce la maggioranza parlamentare che da solo non ha saputo conquistarsi nelle urne, abrogando le politiche di austerità avrebbe ricondotto il Paese al collasso già in settembre.

A dare manforte alla lettura apocalittica ci si era messo anche il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che in Portogallo pontifica come un vescovo della Cei in Italia e ha la stessa forza per far vacillare un esecutivo.

“Il Portogallo era sulla buona strada prima del cambio di governo”, aveva dichiarato il 26 ottobre in una conferenza a Bucarest.

PAROLE CHE HANNO MESSO IN IMBARAZZO PERFINO LA STAMPA NAZIONALE PIÙ MODERATA O ADDIRITTURA DI DESTRA, BASITA DI FRONTE A UNA COSÌ DISINVOLTA INGERENZA.

Ma la settimana scorsa il premier António Costa ha messo a segno un altro paio di punti. Dopo aver schivato lo scoglio delle sanzioni, ha condotto in porto la nuova finanziaria, cui Bruxelles ha dato luce verde proprio mentre i dati del terzo trimestre 2016 mostravano che la crescita portoghese era la più alta di tutta la zona Euro: +1,6% rispetto al trimestre omologo del 2015 e +0,8% rispetto al trimestre precedente, cioè quattro volte più in là della crescita prevista. Risultati tali da costringere il commissario europeo Pierre Moscovici a mettere le mani avanti e dire di non voler entrare in polemiche politiche, ma l’amico tedesco aveva torto.

Il Portogallo si confermava primo della classe.

E bravo alunno lo era stato anche ai tempi della troika, se lo ricordano tutti, ma i portoghesi avevano imparato a tremare per siffatti elogi costati lacrime, sudore e sangue. È ormai passata alla storia la frase di un deputato di spicco, capogruppo parlamentare nella maggioranza di allora, quando alla fine del programma triennale della troika, nel 2014, disse che la gente stava peggio, ma il Paese molto meglio.

Oggi la gente non sta molto meglio.

La crescita (per gli adepti della crescita infinita) è sorprendente, ma parte da posizioni molto arretrate; la disoccupazione scende, ma il quasi mezzo milione di posti di lavoro persi negli ultimi anni è ormai in fumo; salari e pensioni salgono, ma restano fanalino di coda in Europa.

LO STESSO AUMENTO DEL PIL È TRAINATO DALLE ESPORTAZIONI (IN CUI SI INSERISCE IL TURISMO) PIÙ CHE DAL MERCATO INTERNO, COME INVECE VOLEVA IL MINISTRO DELLE FINANZE MÁRIO CENTENO, L’ARCHITETTO DI QUESTA MANOVRA CHE – TIMIDO E DINOCCOLATO, MA EVIDENTEMENTE NON MENO ABILE NEL DIALOGO – HA SOSTITUITO I RAGIONIERI PRECEDENTI VÍTOR GASPAR (TORNATO AL FMI) E MARIA LUÍS ALBUQUERQUE.

PERÒ LA VOGLIA DI RICOMPORRE LA DICOTOMIA TRA GENTE REALE E PAESE ASTRATTO C’È TUTTA.

Quest’ultima legge di bilancio, fra le altre cose, cancella progressivamente l’addizionale Irpef introdotta dal vecchio governo e la sposta sui patrimoni immobiliari di lusso (ma escludendo dall’imposta le attività produttive e sovratassando invece le imprese offshore), aumenta le pensioni più basse e riesce a trovare anche i soldi per un aumento supplementare delle pensioni minime grazie al controllo, superiore al previsto, dell’inflazione.

L’APPARENTE PARADOSSO, INFATTI, È PROPRIO QUI: I CONTI TORNANO. I FAMIGERATI FREDDI NUMERI, CHE SI SUPPONEVA FACESSERO A PUGNI CON LA SINISTRA RADICALE PIÙ CALDA, SONO QUELLI GIUSTI.

E quei deputati che la nazione, in questo periodo dell’anno, era abituata a veder scendere in piazza, si stringono ora la mano sorridenti nei telegiornali e, per una volta, si calano nel ruolo forse perfino imbarazzante degli integrati. Discutono strategie, tempi, punti percentuali, accelerano e frenano sull’agenda di smantellamento progressivo della vecchia austerità. Chissà quanto il loro elettorato storico saprà apprezzare o non castigherà piuttosto tanto buon senso.

È un rischio che corrono con una buona dose di coraggio. A destra, invece, si sprecano gli apocalittici. Ai quali tuttavia toccherà per ora riaggiornare la data dell’Armageddon.

di Marcello Sacco 

Questo articolo è stato pubblicato su Q Code il 24 novembre 2016. Clicca qui per leggere l’articolo originale

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