Festival Folio 2016 – La letteratura delle etichette: “realismo magico” e “narco-letteratura” tra Portogallo, Brasile e Messico

 

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Non faccio mistero del fatto che Afonso Cruz è uno degli scrittori portoghesi che più mi piacciono, tra quelli contemporanei, alcuni mesi fa, ho anche recensito il suo romanzo Gesù beveva birra, e all’interno della programmazione del festival di Óbidos non potevo perdermi la sua conferenza.

Con lui a parlare di letteratura fantastica c’era Andrea Del Fuego, una delle scrittrici brasiliane più lette, apparsa in Italia nel 2013 con il romanzo Fratelli d’acqua, edito dalla Feltrinelli.

Nella soffitta della casa in cui abitava da piccolo, nella piccola città costiera di Figueira da Foz, Afonso Cruz, che era figlio unico, aveva a disposizione una grande quantità di cose strane con cui giocare: il suo bisnonno era stato un aviatore che aveva fatto fortuna in Africa, e lungo la sua vita aveva accumulato eliche e pezzi di aereo, oltre che molti oggetti esotici. Suo nonno e suo padre erano invece fotografi, e la soffitta, oltre a conservare macchine fotografiche antiche, ingranditori e materiali per la stampa analogica, era una specie di archivio fotografico dimenticato.

In uno dei suoi libri più recenti i ricordi della casa dell’infanzia ritornano: O Pintor Debaixo do Lava-Loiças racconta di quando suo nonno diede rifugio a un pittore slovacco di origine ebraica che fuggiva dal nazismo, nascondendolo sotto il lavandino del suo studio fotografico. È appunto da quella soffitta, territorio della fantasia che gli ispirava i disegni che faceva da bambino, e dalle tante stranezze della sua famiglia – suo nonno ad esempio collezionava lamette da barba usate e scriveva poesie solo su fatture e scontrini – che nasce la vena fantastica di Afonso Cruz.

Andrea Del Fuego si è riferita allo stesso modo all’infanzia per spiegare la sua scoperta della scrittura: da piccola era una bambina solitaria e timida, e scrisse una lettera a sua madre per dirle qualcosa che non riusciva a chiederle a voce, scoprendo così un modo diverso per esprimersi e farsi ascoltare.

Quando uscì Os Malaquias, il libro tradotto in italiano con il titolo Fratelli d’acqua e vincitore del premio Saramago nel 2011, Andrea del Fuego si sorprese per il fatto che molti lettori, sin dalle prime frasi, si vedessero catapultati dentro una storia di “realismo magico”.

Il Brasile, ha ribadito la scrittrice durante la conferenza, all’interno dell’America latina è un paese doppiamente periferico, perché lo è sia da un punto di vista linguistico che da un punto di vista geografico, per la sua estensione. Il Boom, il fenomeno che Julio Cortázar ha spiegato come una “congiunzione astrale” che ha fatto sì che dagli anni ’50 agli anni ’70 alcuni scrittori di diversi paesi latino-americani scrivessero dei capolavori della letteratura universale, non ha toccato il Brasile, che ha una letteratura maggiormente rivolta al realismo psicologico. Da dove viene allora la magia che affiora da ogni pagina de Os Malaquias? (Ho comprato il libro ad Óbidos, incuriosito dalla conferenza e ho iniziato a leggerlo nei giorni successivi…) Non è forse anche questo, come molta della letteratura di Jorge Amado, o dello scrittore Murilo Rubião, che Andrea del Fuego ha citato a più riprese durante la conferenza, una declinazione di quella vasta e difficilmente delimitabile, sia nel tempo che nello spazio, connotazione stilistica che possiamo chiamare “realismo magico”?

La conferenza è davvero riuscita perché ha preso strade impreviste, in dialogo con il pubblico, senza troppa ingessatura formale. Dalla platea è intervenuto anche José Eduardo Agualusa, curatore del Festival e importante scrittore angolano, dicendo che Jorge Amado per esempio utilizzava la mitologia africana nella sua letteratura e se per un europeo questo tipo di narrazione è “realismo magico”, per un brasiliano quella è semplicemente la realtà, la realtà del suo immaginario e della sua cultura. È per questo che Andrea del Fuego è come se non si rendesse conto della corrente di “realismo magico” da cui la sua letteratura trae la linfa: gli elementi magici sono inseriti all’interno della realtà, sono anch’essi realtà, hanno la stessa logica della realtà, ma ciononostante sono lì presenti, visibili.

L’obiettivo ideale per gli organizzatori, in questo tipo di incontri, è quello di fare in modo che una persona vada a sentire uno scrittore che conosce già, che magari ha già letto, ed esca con la curiosità di conoscere l’altro intervistato, lo scrittore meno conosciuto.

Se questo schema ha funzionato benissimo nella conferenza sul fantastico di Afonso Cruz e Andrea del Fuego, per quanto riguarda la conversazione sulla letteratura sudamericana tra il brasiliano Luiz Ruffato e il messicano Juan Pablo Villalobobos il meccanismo ha funzionato a metà, nel senso che ora, se avessi una lista dei libri desiderati, in uno dei primi posti Estive em Lisboa e lembrei de você di Ruffato (pubblicato in Italia da La Nuova Frontiera nel 2011 con il titolo Sono stato a Lisbona e ho pensato a te) si vedrebbe sostituito da Si viviéramos en un lugar normal (Se vivessimo in un paese normale, La gran via, 2014) di Villalobos. Ma Ruffato resta un buon romanziere secondo diversi critici, che lo descrivono come uno dei più notevoli rappresentanti della cosiddetta “Generazione ‘90”, quella degli scrittori che hanno visto e raccontato nelle loro opere i cambiamenti sociali ed economici del Brasile degli ultimi anni.

Quanto alla conferenza, trovo sostanzialmente condivisibile il discorso che Ruffato ha fatto sulla debolezza dell’editoria brasiliana, slegata tanto da quella dei paesi sudamericani di lingua spagnola quanto da quella portoghese ed europea, che di certo riflette, a un livello più ampio, la disillusione che la crisi economica ha portato in un paese ora alle prese con uno dei momenti più difficili della sua storia recente.

Gli interventi di Villalobos però mi hanno convinto di più: il suo discorso ha toccato il tema dell’eredità, grande ma anche ingombrante, della generazione del Boom latinoamericano, quella di Garcia Marques, Vargas Llosa, Cortázar; poi si è spostato sulla letteratura degli espatriati, degli scrittori che per i più diversi motivi sono andati via dal proprio paese: un grande esempio, per rimanere in Messico, è stato Carlos Fuentes, che ha descritto in maniera che più messicana non si può Città del Messico pur vivendo in Europa o in altri paesi sudamericani.

Villalobos stesso può essere inserito in questa tradizione di scrittori espatriati, visto che vissuto a lungo a Barcellona prima di trasferirsi in Brasile: posizione sempre difficile, quella di “straniero”, che gli ha provocato una crisi, e ha inciso fortemente sui suoi ultimi libri. Ma uno scrittore continua a fare la letteratura del proprio paese pur vivendo all’estero, e lo fa anche se cambia la lingua in cui scrive. È il caso per esempio di Juan Rodolfo Wilcock, poeta e scrittore argentino che, trasferitosi in Italia negli anni ’50, scrisse e pubblicò in italiano, e, più recentemente, di diversi recenti scrittori messicani che, vivendo negli Stati Uniti, fanno letteratura messicana in lingua inglese.

La letteratura latinoamericana è arrivata in Europa (spesso, forse troppo spesso, passando per gli Stati Uniti), accompagnata da etichette, utili di certo a creare una riconoscibilità e una coloritura esotica attraente per i lettori che non conoscono il contesto dei libri colombiani, cileni, argentini ecc. La più famosa è appunto quella del “realismo magico”, che però da una parte ha creato il fenomeno della ripetizione meno originale dello stile di scrittura dei maestri e dall’altra, magari involontariamente, ha finito per mettere in ombra scrittori che di “realismo magico” avevano ben poco, ma erano allo stesso modo rappresentativi al massimo grado della letteratura di quei paesi.

Anzi, ha raccontato lo scrittore messicano, uno dei suoi scritti pensato come una parodia del “realismo magico”, è stata accolta negli Stati Uniti con delle critiche molto positive, che lo esaltavano come un nuovo esponente di quella tradizione: non avevano capito che si trattava di una parodia!

Un’etichetta invece che si sta diffondendo ora, negli ultimi anni, in modo particolare per un paese come il Messico, è quella della “narco-letteratura”. Anche qui, spiega Villalobos, gli è bastato scrivere un romanzo che parla di narcotraffico, per vedersi appiccicata questa etichetta, che magari gli ha fatto anche vendere di più, ma è riduttiva se si guarda alla sua ben più ampia produzione. In effetti, il fenomeno economico e sociale del narcotraffico, in paesi come la Colombia e il Messico, tra gli altri, sta raggiungendo anche la letteratura, e sta producendo anche bei romanzi. Però non tutta la letteratura messicana è “narco-letteratura”, come non tutta la letteratura latinoamericana è “realismo magico”!

L’unico scrittore che è riuscito a liberarsi da questa etichettatura è stato Roberto Bolaño, imprescindibile riferimento della letteratura successiva al Boom e scrittore davvero difficile da imitare. Ma siamo sempre lì: ci sono scrittori altrettanto straordinari che non hanno raggiunto neanche un decimo della fama di Bolaño; facciamo solo due nomi, senza voler essere esaustivi: il brasiliano Raduan Nassar, premio Camões 2016, di cui Villalobos è anche traduttore in spagnolo, e Daniel Sada, scrittore e poeta messicano.

di Luca Onesti

Questo articolo è stato pubblicato su Caffè Orchidea il 6 ottobre 2016. Clicca qui per leggere l’articolo originale

 

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