Bisognerebbe distruggere il Gentile talebano dentro di noi, per poi magari riscoprirlo duttile al nuovo millennio. Bisognerebbe lavorare alla riforma dei cicli, dell’intero sistema scolastico. Mi sogno di farlo.


Settembre, si torna tra i banchi e si ricomincia a discutere di scuola, soprattutto del rapporto spesso conflittuale tra genitori e insegnanti. Ha destato scalpore la lettera del preside Maurizio Lazzarini del liceo scientifico Fermi di Bologna che in un decalogo all’incontrario indicava ai papà e alle mamme come far fallire la scuola: basta giustificare sempre i figli e dare di tutto la colpa ai prof. Ne ha parlato recentemente su Repubblica lo scrittore Paolo Di Paolo deprecando la posizione di quel padre che ha rivendicato con orgoglio di non aver fatto fare i compiti estivi al figlio, ma di avergli insegnato a vivere. Pubblichiamo su Sosteniamo Pereira la risposta a Paolo Di Paolo di Maria Cristina Mannocchi, insegnante di Lettere del liceo Pasteur di Roma e autrice del libro di recente pubblicazione “La trama dell’invisibile, sulle tracce di Antonio Tabucchi edito da edizioni Ensemble.

Caro Paolo,

sulla scuola italiana di oggi tutti hanno ragione e tutti hanno torto: perché la questione è molto complessa e non si può semplificare con pro/ contro. Questa logica binaria del consenso sì/no, mi piace/ non mi piace, a cui siamo indotti, non serve a capire, ma solo a inaridire le questioni. Crea confusione, impone la voce di più forte presa emotiva.

E così nascono stereotipi, fraintendimenti, si aizzano rabbie. Invece la scuola italiana è in un momento delicatissimo e complesso. Per questo bisogna misurare le parole quando se ne parla.

Il padre di quella lettera ha pienamente ragione quando rivendica l’estate come un tempo di crescita a parte dagli obblighi scolastici, come spazio della complicità con il figlio. Si cresce molto nel “saper fare” la gestione della casa, della cucina, si impara a “saper essere” e poi si va anche meglio a scuola, perché, come insegnano i maestri della pedagogia, costruire l’ordine esteriore aiuta a mettere a posto quello interiore.

Tempo fa ad un consiglio di classe di una terza ho chiesto alle mamme di far rifare il letto ai maschietti, perché così avrebbero gestito meglio anche lo studio.

Certo il tono del padre nasconde una certa arroganza nel rivendicare il suo potere di trasmettere la vita, mentre la scuola, dice lui, è solo nozioni. Forse c’è un senso di rivalsa, magari non ha potuto studiare, non ci è riuscito, è la sua rivincita per non essere stato a suo agio tra i banchi. Forse avrebbe, dovuto dire: “Questa scrivania nuova è perfetta per farci i compiti”, dopo averla costruita con gioia con il figlio. Non l’ha fatto, la scuola è la sua antagonista, lui l’eroe che vince l’attenzione del ragazzo, almeno d’estate. Però pone la questione di fondo che in qualche modo tu cerchi di riconciliare: la dicotomia tra scuola e vita.

Questo è il cuore del problema: perché la scuola è sentita come una cosa a parte dalla vita? Perché la scuola sembra a volte non intercettare più la vita, gli interessi dei giovani, le loro passioni?

Nel mio quinto di quest’anno nessuno alla maturità ha preso 100, eppure erano ragazzi pieni di talenti: Roberta fa politica in modo attivo e intelligente, Marco scrive rap, Mattia sta per pubblicare un bel giallo. Hanno preso voti al di sotto delle loro capacità. Non se ne sono crucciati più di tanto, hanno capito che quel voto non era la Vita.

La colpa è tutta di Giovanni Gentile, o meglio di noi che abbiamo preso la sua riforma scolastica come la bibbia, qualcosa di immutabile nel tempo. L’abbiamo così introiettato quel modello di cultura che ci sembra del tutto normale la separazione tra sapere scientifico e umanistico, tra conoscenza teorica e pratica. E’ un automatismo che agisce in noi senza che nemmeno ce ne accorgiamo. E allora tu scrivi:” Non sa quel padre che solo andando a scuola tutta la vita …” ma invece credo proprio che la prospettiva vada rovesciata: bisognerebbe vivere ogni esperienza come una scuola continua, una formazione permanente in cui leggere Platone è fondamentale quanto saper piantare una tenda in campeggio. Non sto mettendo tutto sullo stesso piano, sto cercando di chiarire anche a me stessa la necessità di andare verso un sapere sinergico, non più settoriale.

Come succede ad esempio al Cern di Ginevra dove lavorano insieme biologi, ingegneri e fisici, o come nel centro di studi sul cervello di Antonio Damasio dove fanno conferenze i poeti.

Certo, mi dirai, quello è il livello alto della cultura. Ma in classe si scoppia, il succedersi delle materie, l’una senza comunicazione con l’altra, troppe nozioni, troppe interrogazioni, troppe richieste di prestazioni. Ci sono licei scientifici e istituti tecnici che non hanno mai visto una stampante 3d. Ci sono ragazzi geniali nel gruppo teatrale o nel progettare un’ app che vengono bocciati. C’è qualcosa che non va nel rapporto tra scuola e vita e la colpa è del Giovanni Gentile che è dentro di noi. La sua impostazione del sistema scolastico era ottima per il suo tempo, prevedeva l’alfabetizzazione di base, la formazione di una classe dirigente e di esecutori pratici. E i banchi erano l’unico luogo per apprendere. Oggi su qualsiasi smartphone trovi un buon sito che ti spiega il teorema di Euclide o la Divina Commedia. Il professore allora deve aiutarti a capire che nella vita ti serve Euclide, Dante e la programmazione elettronica.

La scuola italiana così scoppia, va rinnovata dalle fondamenta, bisogna fare una rivoluzione copernicana nelle teste dei professori. Ma si ha spesso la sensazione che i professori non vogliano alcun cambiamento. Sì, è vero, come dici te, che gli insegnanti sono stati spesso bistrattati dai governi, che nessuno li difende da genitori cafoni cresciuti nei miti dell’eterno benessere del tutto facile, e nonostante questo i figli sono spesso molto migliori di loro. Ma non sono veri certi stereotipi vulgati che tu riporti e che sono micidiali quanto il Gentile dentro di noi. Non è vero che si vuole trasformare una scuola in un’ azienda, il discorso sul merito è ben più ricco e strutturato.

E ci deve essere un iter formativo per diventare buoni insegnanti.

I professori italiani si sono abituati a sentirsi tapini, è diventato un alibi fomentato dai sindacati che traggono forza da questo senso di frustrazione. Da qui l’opposizione spesso solo strumentale alla “Buona scuola” di Renzi, che pure dà degli strumenti per cambiare realmente le cose, perché prevede lezioni in compresenza tra docenti di diversa area, l’alternanza scuola-lavoro per la scoperta dei propri talenti fuori dai banchi, l’ampliamento delle competenze. Ma ancora non basta perché bisognerebbe distruggere il Gentile talebano dentro di noi, per poi magari riscoprirlo duttile al nuovo millennio. Bisognerebbe lavorare alla riforma dei cicli, dell’intero sistema scolastico. Mi sogno di farlo.

Intanto però in questa storia un personaggio buono a tutto tondo c’è: è il preside Lazzarini di Bologna, che usa il dialogo, l’ironia e la creatività per superare i conflitti. Sta già costruendo la scuola di domani. Ora ti lascio perché vado a rileggermi l’operetta morale Dialogo di Tristano con un amico. Quest’anno Leopardi l’ho iniziato da lì. Perché quella frase di Giacomo “gli individui sono spariti dinanzi alle masse” mi batte in testa, ci voglio ragionare insieme ai miei alunni. Non gli ho nemmeno ancora spiegato la divisione tra pessimismo storico, cosmico e progressivo.

Forse lo farò domani, o forse no. Tanto quella la trovano su wikipedia.

di Maria Cristina Mannocchi

Maria Cristina Mannocchi ha insegnato Italiano e Latino nei licei romani, ha pubblicato Tempeste e approdi, la letteratura del naufragio come ricerca di salvezza, (Ensemble 2012) e La trama dell’invisibile, sulle tracce di Antonio Tabucchi, (Ensemble 2016). Attualmente sta facendo un dottorato presso la Facoltà di Lettere di Lisbona, con un progetto di ricerca sulla Medicina Narrativa.

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