Cose dell’altro Tropico #4

Sosteniamo Pereira ospita Cose dell’altro Tropico di Simone Faresin, un diario italiano tra il Portogallo e il Mozambico, tra Lisbona e Maputo. 

È quasi fine mese, i soldi sono già finiti e devo tornare a Maputo, c’è una famiglia là che aspetta Papà, prenotazioni, pagamenti? Cosa dovevo fare? Quali documenti?

Santo Mino, nonostante tutte le volte che ci siamo mandati affafantuculu, è lui che entra con un bonifico come se fosse una punizione di Pirlo, come se fosse un passaggio di Totti, perfetto per marcare punto e prenotare il volo meno costoso della storia per una Lisbona > Maputo solo andata e senza corsia d’emergenza. Fecha tudo, baci e abbracci e scariche di shots di Limoncello, di Grants e altre porcherie.

Mezzogiorno di fuoco con tre shots de aguardente. Cerca un taxi, corri all’Aeroporto, vergogna sei in ritardo su un volo per la prima volta nella tua vita ed è proprio quando devi tornare categoricamente ad aiutare la tua famiglia + grande dubbio esistenziale “come cazzo lo compro un alto volo?” + già lo sai che non puoi + devi salire su quell’aereo = scena da film, ma se l’aereo parte senza di me schiacciato nel sedile a godermi il decollo, è tanta merda fino al collo.

Check-in chiuso da 4 minuti, non ci credo.

Ho due valigie ma posso imbarcarne solo una, quella di 30kg a cui avevo diritto, e l’altra? Giá immagino i vostri consigli… Cerco di convincere l’Assistente di terra a fare quasi tutto quello che infrange le normative di sicurezza per tenermi lì una valigia e imbarcarmi l’altra. Cerco di convincerla che qualcuno la verrà a prendere, una valigia, lasciata da uno che sembra un Libanese (io), in un’epoca di terrorismo e conflitto religioso, economico e socio-culturale, cercando di chiedere l’impossibile a un’Assistente di terra Turca divisa tra la voglia di aiutarmi davvero e gli obblighi professionali della sua uniforme. Ma Santo Kebab, la giovane Turca informa qualcuno per telefono che è arrivato il pirla dell’ultimo minuto, cerca di aprire nuovamente il sistema per registrarmi a bordo; scopro che entrambe le valigie pesano più di 30kg, non si possono calcolare kg in eccesso a check-in chiuso, non posso imbarcarle, panico, come faccio senza valigie?

Ho solo uno zaino con due cambi, libri, documenti, quattro spicci e ancor meno tempo per trovare una soluzione e correre alla porta d’imbarco perchè quelli non aspettano me. La ringrazio di cuore, penso a dove lasciare le valigie, sono pronto a tutto anche a lasciarle al Duty Free, intanto pattino coi piedi sul pavimento liscio del Portela, spingendo il carrello carico di due valigie che di colpo sono una zavorra di cui devo disfarmi, guardo verso gli imbarchi: penso che c’è anche la fila e i controlli di sicurezza da superare, o mio Dio, il tempo scorre più del mio sudore sulla fronte, il gate è uno dei più distanti, non posso abbandonare le valigie, devo fare qualcosa adesso, gate, quo vadis?

Finalmente un momento di lucidità: esco dall’aeroporto, incontro il primo taxi libero, carico le valigie e spiego qual è l’indirizzo “Lá vai encontrar um senhor, um meu amigo, Edgardo, alto, forte, entrega a ele as malas! Ele vai pagar-te. Eu tenho que fugir ou vou perder o voo, desculpa!” e inizio a correre verso i controlli, intanto telefono a Edgardo e gli spiego al volo perche troverà un taxi da pagare e le due valigie da guardare in casa. Santo Edgi! La scena del taxi mi ricorda quest’altra scena stupenda del secondo tragico Fantozzi: Fantozzi, Filini e Calboni – ne fece chiamare nove. Intanto li avrei chiamati anche io nove taxi pur di arrivare in tempo ad imbarcarmi, dopo una corsa da infarto arrivo in tempo per chiudere la fila all’imbarco, non sono ancora partito e sono già da buttare.

Nonostante tutto riesco a farmi Lisbona > Istanbul; dopo tre ore imbarco per Joannesburg – South Africa e da lì il volo continua per Maputo – Moçambique.

E rieccomi. Ci risiamo. Caos, traffico, andiamo tutti di là, vai tutti insieme! 

Ma corriamo per andare dove?

Lenny Kravitz – Where Are We Runnin?

Che pezzo. Che video. Che pezzi. Che pazzi a pezzi.

Un Paese a pezzi, un paese al trancio, vedi il Nicaragua.

“Um-pais-cortado-em-fatias” Pizza Nicaragua.

Anche io non scherzo, sono a pezzi. Ma nonostante tutto: vai, 40º al Sole, il 13 Febbraio 2016 siamo arrivati a 45º e non succedeva da vent’anni in Mozambico, e io c’ero! E non mi sono sciolto, yeah. Mais uma mudança, dico “ciao ciao” alla mia prima casa a Maputo e si va alla ricerca di una nuova casa. Nel frattempo siamo ospitati nel Bairro Choupal, qualcosa di davvero Africano, ma anche molto “Mad Max” oltre i confini della Città. Ho scoperto i miei limiti e ho dovuto superarli. Un italiano deve dimenticarsi che in Italia sappiamo costruire le case, questa non è l’Italia e al massimo qui ci sono passati i portoghesi, che di case… Lasciamo perdere.

Fatto sta che le case qui hanno buchi, spifferi e fessure e nel mezzo ci passa e ci entra di tutto. Non ero pronto per una lotta corpo a corpo così feroce… Il tetto di una casa nel suburbio spesso è una lamiera, quindi di giorno effetto serra e forno a microonde messi insieme, ingestibile.

E dato che fa caldo bisognerebbe fare più attenzione a come si conservano certi cibi… Beh, una notte sto rassettando in cucina, faccio barulho, sposto cose, apro e chiudo il frigo e da sotto vedo scattare qualcosa che zampetta rapido fin dentro l’armadio, eh… Figlio di. Apro l’armadio… In basso qualche genio ha lasciato un catino con dentro tre ananas mezze marce…  Come inizio a vedere movimento vengo assalito dal ribrezzo, mi sento un marine nella scena di Alien Scontro Finale, di James Cameron, quando ci sono i Marines con gli scanner che iniziano a vedere movimento da tutte le parti… Ecco. Quel catino con tre ananas mezze marce si era trasformato in un club privé per scarrafoni con un rave party che continuava da giorni. Schifato e non riuscendo a trattenere bestemmie e forgiando nuove esclamazioni, tipo “La Madonna Indigena!” riesco a trascinare nel cortile il catino e prima che scatti il fuggi fuggi generale inizia la mattanza. Ne contai dodici, di cui un paio erano così grandi che a schicciarli sembrava stessi spaccando delle noci…

Che schifo. Roba che volevo bruciare le ciabatte dopo quella strage. A mesi di distanza non riesco a essere molto drammatico, ma vi assicuro che quella volta non c’era niente di maschio in me dal ribrezzo che mi dava correre dietro a questi scarafaggi che cercavano la fuga disperati, zampettando a 200mila cm orari. Lo schifo e la disperazione a sapere che ero circondato, che ne sarebbero tornati altri, che non mi avrebbero mai lasciato tranquillo… Mi consolai osservando affascinato il metodico lavoro di squadra che le formiche fecero nei successivi venti minuti; mentre io pensavo a come ripulire la scena del crimine, squadre di operose formiche rosse arrivarono eccitate all’idea di tanto cibo! Per loro era una festa fuori programma. “Smontarono” antenne e zampe agli scarafaggi, la maggior parte si dimenava ancora agonizzante, e iniziarono a trasportare le carcasse e i gusci verso il loro formicaio: un buco largo quanto un mignolo, ma riuscirono a farci entrare quattro scarrafoni senza problemi, un’efficienza e una capacità logistica degne di nota.

Mi ricordarono una scena vista in Israele, a Tel-Aviv. Un gatto in un cortile stava giocando con qualcosa, pensai ad un topo o ad una lucertola ma quando mi avvicinai vidi che stava giocando con uno scorpione. Lo scorpione era ormai esausto di essere il giocattolo del felino, anche il gatto si stancò di questa roulette russa ad ogni zampata, con il pungiglione avvelenato in tensione sempre pronto a pizzicarlo, quindi micio-mao optò per una merenda croccante. Rimangono sul campo le due chele e la coda con il pungiglione, addio scorpione.

Quand’ecco che dal lato sinistro arriva un gruppo di formiche rosse e dal lato destro un gruppo di formiche nere. Senza dover discutere o fare questioni tra loro ecco che le formiche rosse si caricano una zampetta dello scorpione con la chela e le altre nere si caricano l’altra zampetta con l’altra chela e ciascun gruppo fa ritorno al campo base, tutti felici, se manha. La coda col pungiglione se la prende un altro micetto per giocare. Il tutto rapidamente e senza convenevoli.

Mi sentivo un obbiettivo macro del National Geographic incollato sulla scena. Anni dopo stesso servizio, stesso fascino. Cambia solo la latitudine e la longitudine.

X e Y.

Parentesi National Geographic

Tanti anni fa, strafatto in casa, stavo seguendo a bocca aperta un documentario sulla foresta Amazzonica dove s’incontrano a volte tribù nomadi di formiche che invadono e travolgono tutto e tutti lungo il loro percorso (una formica Amazzone è grande quasi un centimetro)  e il documentario mostra come sono voraci e letali, assaltano, divorano di tutto TRANNE un vermicello verde chiaro che se ne sta tranquillo a mangiucchiare la sua foglia mentre intorno questa banda di punkabbestia stravolge la tranquillità della foresta. E com’è che a questo non gli fanno niente?

La ripresa macro stringe ancor più nel dettaglio ed eccoci, un bel primo piano sul vermicello, eccolo che gnam gnam si pappa la sua foglia proprio come noi addentiamo un panino, le formiche gli passano sopra e sotto, fastidiose e irriverenti, ma vermicello bello na boa non sembra farsene un problema, ma ecco: in cima alla sua testolina verde il vermicello c’ha un buchetto, come le balene per respirare, ma da questo forello minuscolo non passa ossigeno, si forma ogni tot secondi una goccia trasparente, ma non è acqua… È una goccia di puro amminoacido! E le formicuzze si soffermano a succhiare per bene l’amminoacido che stò verme secerne a gratis per poi schizzare via velocissime. E ce credo che le formiche non importunano il loro spacciatore, guardale lì! Una ciucciatina di “latte+” e schizzano via a tremila pronte a spaccare tutto. Grazie National G per avermi fatto scoprire che “Anche le formiche, nel loro piccolo, si sballano! ]

Torniamo ad un altro formicaio impazzito: Maputo.

Dopo una settimana a dar voltas intorno a Maputo, la moglie trova casa nell’Avenida 24 de Julho, una delle due arterie principali con l’Av. Eduardo Mondlane. Stesso Bairro, sempreAlto-Mãe, a 200metri da dove stavamo. Traffico, caos, polvere, non mi piacque neanche un poco ma pensai “l’ha scelta lei ed è una soluzione temporanea”.

Due stanze grandi, una sala, una cucina quadrata e funzionale, un bagno peggio del primo, uno sgabuzzino che avevo paura ad aprire e due balconcini da cui tuffarsi sul traffico. E dall’altro lato scopro un cortile che… Ma come faccio a chiamarlo cortile? È una striscia di cemento, lunga cento metri e larga dieci e in questo spazio c’è: la guerra del Vietnam, la guerra delle due Coree, un pizzico di Afganistan e la camorra c’ha scaricato pure lei qualcosa, i tank dell’acqua, i generatori, cavi da tutte le parti come fossero liane. Un elettricista italiano a vedere come son fatti i lavori qui si arrenderebbe alla prima uscita, figuriamoci l’idraulico. Un’allegra famiglia di ratti spadroneggia “preputentemente” scorazzando da tutte le parti, giocano, squittiscono… Io sono senza parole. Fortuna che sto al secondo piano…

Mi sento molto pezzente, sento pena per mio figlio, i poveri non dovrebbero fare figli, è vero ma a quanto pare trombiamo alla grande e funzioniamo bene.

Ma adesso sto esagerando, niente di tutto questo. Sto facendo il pirla, spengo e vado a fare una passeggiata. Quando torno round finale e chiudiamo questo secondo capitolo, dai.

Então, anche nella casa nuova il trauma scarafaggi mi venne a fare visita.

La questione non è quanto tu pulisci, è che loro ci sono. Ma in questi momenti le difficoltà della vita a volte ti aiutano a essere leggerissimamente incazzato e a rientrare in casa affrontando con coraggio il problema di là in cucina. In una settimana mi trasformai in un killer di blatte infallibile. Trova, stana, elimina. Interceptor. Quasi un vizio il controllino in cucina prima di andare a dormire la sera. Decimata la colonia passai alla guerra pesante. Non accettavo l’idea che quel “cortile” restasse così.. Così, come dire.. Così com’è tutt’ora insomma.

Non accettavo che quelle guardie stessero lì tutti i giorni a lavorare senza mai aver pensato che l’iniziativa di bonificare quel “Congo Armato e incazzato” di “cortile” era sana e giusta per tutti, prezzi a parte. E l’altro problema era che pure io ci dovevo convivere con il “cortile”. La fonte d’acqua principale era là in basso. Spesso manca l’acqua e se il tank di scorta non è tanto pieno, vai di taniche! Il mio momento ginnastica.

Si arriva là in basso con le taniche vuote, attento a dove metti i piedi, vai al rubinetto principale, preghi che ci sia acqua, fai il pieno e torni su carico. E pensare che in quello schifo una mattina senz’acqua c’ho trovato là in basso pure una principessa vestita con uno straccio, altro che Cenerentola… Una vicina che non avevo mai visto, una bellezza mozzafiato, nonostante lo straccio di vestito, ma che ci fa in mezzo a quel disastro? Ci vive???Principè! Vabbè pensiamo alle taniche piene d’acqua per favore. Provai a fare la scala interna al “cortile” per farla corta e non dover passare da fuori fino al portone, ma non avendo un machetedesistì.

Una settimana dopo, molto più convinto (ero incazzato) ho affrontato quella rampa di scale per caricare una decina di taniche d’acqua, sembrava un livello di Prince of Persia sul 486, con gli ostacoli e i trabocchetti da evitare. Dal tetto almeno avevo soddisfazioni, o meglio, ne avrei potute avere stando con gli amici a berne una e sparare con la carabina sui ratti nel “cortile”. L’ho desiderato tanto, non accettavo il loro scorrazzare libero, mi rappresentano la peste, mi stanno sul cazzo. Indurito da numerosi corte d’energia e falta de agua, mi ero già rotto i coglioni. Mi sfogai coi ratti.

Comprai con davvero poco una cosa chiamata “Veleno per topi” e la mostrai alle guardie che bazzicavano là sotto, come dire “esiste un sistema” ma ammetto di aver compreso che il problema era solo mio; era la mia cultura da Varesotto che m’ha cresciuto in luoghi sicuri, puliti, disinfettati, (un’eccellenza per dirla alla Formigoni) da non poter accettare altre forme di vita nel cortile diverse da esseri umani, cani, gatti e pollame vario. Accetto anche le capre e le vacche, dai, bella di indù, dai vieni anche tu! Ma i ratti no, a prescindere che non avrei mai usato quel “cortile” per qualcosa a parte stè questioni basiche tipo l’acqua quando non sale lei da te e vai te da lei. Squit!

Non potendo cecchinare dal terrazzo sbevazzando con gli amici e grasse risate, passai alla guerra chimica. Seminai veleno nei punti di aggregazione e di passaggio che conoscevo, ne stesi quattro in una settimana e smisi di vederli giocare felici nel “cortile”.

Fui un perfetto stronzo, perchè i topi morti toccava poi alla guardia di turno tirarli su per la coda e buttarli via. Io restavo sul terrazzo con gli amici invisibili.

La vista dal rooftop era suggestiva, sulla Baixa e sui “pennacchioni” i palazzi più alti e il crocifisso della cattedrale, della chiesa, di quella cosa bianca in centro. Ma come faccio a parlare di una vista dal tetto dopo che ho vissuto a Lapa a casa di Tin, “l’ambasciata Slovena non ufficiale” essendo lui sloveno e molto brillante, molto. A 24 anni essere un Istruttore di Surf e avere una casa così con una vista super così, a Lisbona, Lapa, che vedi da Graça, Castello, le torri gotiche della Sé, Tejo, taaanto Tejo, tutte le albe, tutto il Margim Sul che si affaccia sulla foce del Tejo,

Le prime curve dell’Azeitão, colline che nascondono Sesimbra, Cabo Espichel, tuuutta Caparica, fino a dietro al Cristo, fino ad Almada, fino al ponte , Alcantara e si risale fino all’imbocco di Rua da Lapa. E mi ritrovavo sempre meravigliato e stupito d’esser riuscito a vivere in quella casa che tra colleghi etichettavamo come la casa de “i Party di Tin” accendendo sorrisi e illuminando i volti di chi aveva visto, di chi aveva vissuto quella meraviglia di feste sul tetto, con Lisbona ai tuoi piedi e sei pronto a volare sul serio, su qualsiasi letto. Ho vissuto un’apoteosi in quei dieci mesi a Lapa da Tin, grazie amico, grazie Lisbona, grazie Vita. Quei dieci mesi che ripensandoci mi stampano un sorriso sulla faccia, più tutto il resto!

Quattro anni a Lisbona, ma perchè ne sono uscito? Ah si, volevo vedere l’Africa.

Bene, eccoci qua.

Vita in città e un pò di periferia, per adesso è un trip Afro Metropolitano, ma le poche sortite fuori città mi hanno già soddisfatto e dato speranza che c’è quello che cercavo: uscire dalla città e dai sistemi organizzati. Almeno un poco. Prendere il barco, un battello arrugginito, attraversare il fiume, spesso qualcuno ha l’altruismo di mettere lo stereo appalla con l’Afro Beat a trasformare quella ferraglia che galleggia e sbofonchia diesel puzzolente, in un Boat Party ondeggiante e pericolante. I tamarri qui dominano. Altro che la periferia di Gallarate negli anni ’90, tsè, dilettanti.

Qui a Maputo una serata animata e un locale animato lo fai all’angolo di una strada con: una baracca con dentro un congelatore ed un frigo stracolmi di birra freschissima + una macchina parcheggiata con portiere e bagagliaio aperti + Afro Beat appalla e nada mais, tà feito, hai vinto. Cioè, è quello che vedo per strada, a quel punto non ci sono ancora arrivato. C’è molto altro, non ho ancora detto niente sul Núcleo de Arte, sul lavoro, sul primo impiego e poi il secondo, quello “giusto” subito dopo, nella stessa Avenida, qualche metro più in là… Quante cose, la prima volta a Matola a casa di Victor lo Scultore; la scena coi jeepponi scortati dalla polizia tipo film che mi ha ricordato la scena assurda che ho vissuto io, con George, Fede e Mantufello, dietro all’Autorgrill sull’autostrada per Milano, alle spalle di Pogliano, incappando accidentalmente in un pedinamento dei Carabinieri appostati a spiare due tizi che stavano parcheggiati a fianco, che scena e quante altre.

Ma arriviamo almeno dall’altra sponda di Maputo: a Catembe.

Dove finiscono le case e le strade ma dove forse finiranno anche in due anni un nuovo ponte che collega questa sponda con Maputo, semplificando notevolmente la viabilità verso il confine con il Sud Africa, Durban etc. Io non sono ancora manco arrivato alla “Punta d’oro” dove già si possono vedere gli elefanti e tanto altro. Catembe m’ha fatto respirare e percepire la vastitá di terreno incolto e selvaggio che mi circonda. È tanto,  è confortante, è profondo. Arrivo dalla parte opposta quindi sì, lo sento che è tanto spazio nel mezzo, tanta roba, eppure è un niente da altri punti di vista. A Catembe solo casupole, orticelli e sentieri, tutto molto tranquillo, una serenità che ti conquista e vuoi subito anche tu comprarti una casa e un fazzoletto di terra prima che finiscano il ponte, prima che la zona sia esclusiva e che i prezzi vadano alle stelle. Catembe, una passeggiata nella campagna Africana e dalla cima di una collinetta la vista di Maputo, che da lontano sembra una di quelle metropoli americane. Che stile, che caos contaminante, quanto respiri il valore di ogni istante, quanto è fragile la vita, quanto è arduo arrivare ad avere un domani, tanto quanto trattenere la sabbia tra le mani, tanto quanto fermare le miei dita sopra questi tasti, quando entra qull’ispirazione che ti giustifica tutto, anche i respiri.

Mi fermo qui, non ci entra davvero tutto, è vergognosamente lungo, già così ho dovuto censurare una parte e chissá quanto e cosa taglierò a rileggere questo post.

Narghilè e caffè, Istanbul, Beirut, Gerusalemme e un Italiano a Maputo, nell’Avenida Eduardo Mondlane in un caffè di Libanesi.

Ci vengo perchè il caffè è buono e il profumo del narghilè mi riporta in Medio Oriente.

Qui tra i Mozambicani noi Mediterranei sembriamo tutti fratelli,stesse facce barbute da brutti ceffi.

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