Una specie di paradiso

Eppure resta innegabile che Lisbona abbia rappresentato un’ancora di salvezza per tantissimi profughi, molti dei quali, intellettuali illustri, la immortaleranno in libri, lettere e pagine di diario.

salazarsaccoNell’aprile del 1941, un reportage della rivista Life descriveva Lisbona come un bottleneck, il collo di bottiglia dell’Europa. Negli anni della seconda guerra mondiale infatti, specie dopo la rapida capitolazione della Francia, il Portogallo resta l’unica strettissima porta di passaggio dove intellettuali, artisti, spie, trafficanti e profughi anonimi circolano fra l’Europa in fiamme e il mondo libero.
[…]

È in questa fase che Lisbona assume quei tratti di capitale cosmopolita che ancora oggi affascina studiosi, cineasti e romanzieri. Il mito dell’accoglienza facile si scontra tuttavia con i dati storici più precisi, che parlano di leggi fortemente limitative dell’immigrazione sin dagli anni ’30, volte a proteggere la classe lavoratrice autoctona. Con l’acuirsi della crisi, aumentano gli arresti di clandestini, irregolari e apatridi privi di documenti. Eppure resta innegabile che Lisbona abbia rappresentato un’ancora di salvezza per tantissimi profughi, molti dei quali, intellettuali illustri, la immortaleranno in libri, lettere e pagine di diario.

“Quando nel dicembre del 1940 passai dal Portogallo, diretto negli Stati Uniti, Lisbona mi apparve come una specie di paradiso chiaro e triste. Si parlava molto, all’epoca, di un’invasione imminente e il Portogallo si aggrappava all’illusione della sua felicità”, scrisse Antoine de Saint-Exupéry in Lettera a un ostaggio. In quel periodo arrivano inoltre Alfred Döblin, Marc Chagall, Max Ernst, Hannah Arendt, Arthur Koestler, Heinrich, Golo ed Erika Mann (rispettivamente il fratello e i due figli di Thomas), insieme a tanti altri anonimi fuggiaschi. È la crema intellettuale d’Europa ricacciata, come acqua sporca, nello scarico del lavandino. Qualcuno è ancora benestante, altri hanno perso tutto, ma conservano un’aria distinta e maniere che sui portoghesi faranno colpo, a volte scandalo (gonne corte, sandali, donne sole al bar…).

Ciascuno di loro si ritaglia lo spicchio di città che le risorse gli permettono, fra notti passate all’addiaccio sui moli, in attesa del prossimo transatlantico, e le case eleganti di Estoril, Cascais o Sintra, dove i più ricchi (come Peggy Guggenheim) aspettano il prossimo idrovolante che dalle acque del Tago li poserà su quelle del fiume Hudson.
[…]

La gestione dell’emergenza viene affidata a organizzazioni non governative (Emergency Rescue Committee, Joint, Comassis ecc…) le quali, lautamente finanziate, soprattutto dagli Stati Uniti, rappresentano una fonte supplementare di immissione di danaro nel Paese.

Lo Stato intanto si limita a sorvegliare ed eventualmente punire: molti di quei fuggiaschi in fondo, se non sono addirittura comunisti, sono pur sempre dei pericolosi democratici. Il rapporto di uno di questi organismi internazionali all’Ambasciata USA riferisce che in Portogallo è addirittura meglio essere ebrei che comunisti. Ad ogni modo, per Salazar tutto ciò finisce per rappresentare un’improvvisa concessione di credito e rispettabilità ecumenici, che lui impara a usare al meglio. Lo dimostra la stampa anglosassone, assai benevolente in questa fase, e perfino una laurea honoris causa in Diritto Civile dell’università di Oxford, nel 1941.Questa, in fondo, era anche la linea di Aristides de Sousa Mendes, console a Bordeaux. Dice che aiutare gli ebrei procura al Portogallo prestigio internazionale e importazione di cervelli; in più permette di espiare (il console era cattolico praticante) il peccato dei troppi secoli di Inquisizione e persecuzioni.

Ma è già una linea difensiva, quella di Sousa Mendes, perché incappa presto in un processo disciplinare. Contravvenendo a precise disposizioni superiori, infatti, ha rilasciato troppi visti, facendo di Bordeaux un’oasi caotica di ebrei in fuga dalla Francia occupata. Va detto che Sousa Mendes è stato il più attivo, ma non l’unico funzionario riottoso nel corpo diplomatico portoghese. Fra questi ricordiamo almeno il console onorario a Milano, Giuseppe Agenore Magno. Tutte figure passate a lungo sotto silenzio e riscoperte solo di recente, grazie al paziente lavoro degli storici, ma anche a quello che potremmo definire “effetto Schindler”, che ha trasformato qualcuno di loro in autentica icona popolare.

Salazar invece li esonera senza appello. Non sopporta i cani sciolti e non vuol dare troppo nell’occhio ai nazisti.

Quel prestigio saprà capitalizzarlo comunque, anche nel difficile dopoguerra, malgrado le bandiere lasciate a mezz’asta nel ‘45, in segno di lutto per la morte di Hitler.

Tratto da M. Sacco, Salazar. Ascesa e caduta di un dittatore tecnico, Besa 2014

Marcello Sacco è Nato a Lecce, vive da anni a Lisbona, dove lavora come professore, traduttore e giornalista freelance. Collabora con L’Espresso e Q CODE Magazine

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Marcello Sacco a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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