Lost em Portugal… partendo da Viseu

Per anni ho vissuto in un mondo che ho amato con tutto me stesso ma che negli ultimi tempi mi aveva preso a calci in faccia e ho preparato una valigia per una vacanza lavoro lontano da lì

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Quando scesi a Viseu, dal Red Expressos proveniente da Porto pioveva, eccome se pioveva. E quando attraversai col buio l’intera Avenida da Belgica per un attimo temetti di essere arrivato in una città fantasma. Davvero, avete mai provato a percorrerla in una notte piovosa di metà autunno? Disagio urbano puro. La sera la passai a letto, cercando di cancellarmi dalla testa la folla di ragazzi che in quel momento attraversava le strade della mia Bologna. Fortunatamente le prime impressioni spesso sono sbagliate. Viseu è una città capace di essere antica ma vigile sulla contemporaneità.

Per anni ho vissuto in un mondo che ho amato con tutto me stesso ma che negli ultimi tempi mi aveva preso a calci in faccia e ho preparato una valigia per una vacanza lavoro lontano da lì. Era da un po’ che pensavo di fuggire, e quando ho avuto la possibilità di lavorare come stagista nella penisola iberica non c’ ho pensato due volte a prendere la ferraglia stranamente funzionante che chiamiamo Ryanair.

A Viseu non sono stato mica male. La realtà dei fatti è che più i giorni passano e più mi rendo conto della qualità della vita di queste contrade. Quello che mi ha colpito fin da subito è la gentilezza di un popolo cordiale e attento a farti sentire fin da subito a casa. Questo l’ho capito dal fatto che dopo tre mesi non ho ancora trovato nessuno che si arrabbiasse nel dirmi per dieci volte di fila una frase quando non capisco. A lavoro, in Mixlife, ho trovato un ambiente lavorativo che dubito, e questo lo dico con tristezza, si possa trovare facilmente in Italia: il razzismo nei confronti degli italiani aleggia come la puzza di piscio nei bagni di una discoteca il venerdì notte, ma d’altro canto la tranquillità e la gentilezza di chi frequenta l’ufficio è ammirevole.

Durante la notte Viseu è silenziosa, e dalla cattedrale, se si scende per pochi passi, si giunge ad uno dei locali notturni più casarecci che io abbia mai visto. Per un po’ ho pensato fosse uscito direttamente dall’epopea di Cervantes o di Camões; locanda per viandanti persi nel medioevo, i cui due proprietari, moglie e marito, con antichissime ricette alchemiche miscelano la violentissima jeropiga, ottima bevanda per riscaldarsi in tempi da record nelle gelide notti invernali del borgo, accompagnata magari all’assaggio di una piccante salgados.

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A proposito… ho capito quale sia il segreto vitale di questa nazione. In Portogallo ho inteso l’importanza degli accoppiamenti perfetti. Provo a spiegarmi un po’ meglio. La mattina è perfetta se al caffè è accompagnata una pastel de nata, preferibilmente caldissima. E ancora, una bifana è obbligatoria con una Super Bock (o l’Imperial). Il bacalhau va sempre con le patate. Gli edifici più colorati, fascinosi e attraenti sono quelli abbandonati, pericolanti. Il Portogallo, l’ho capito dopo poco tempo, vive di questi due volti: uno all’avanguardia ed uno prettamente ancorato al passato. Non è un clichè, è qualcosa che si sente sulla propria pelle tutti i giorni. A Porto, per esempio, questo dualismo è evidente comparando gli edifici in rovina dietro Avenida de Eiffel con gli impianti architettonici di Avenida da Boavista; a Lisbona le due anime sono quanto mai differenti… da una parte Parque das Nações, dall’altra parte l’Alfama.

Le ragioni, lo so bene, del volto abbandonato del Portogallo posso in parte intuirle. E’ una storia già vista anche in Italia (anche se in minor misura), quella dei quartieri storici costellati di case abbandonate a seguito della morte degli inquilini e dell’impossibilità economica dei seguenti di ristrutturarle. Crisi è la parola chiave. Così come posso ben intuire la quantità di cittadini che si spostano in quartieri residenziali costruiti da zero, con tutti i comfort della contemporaneità. Banalità a parte, per un italiano il Portogallo offre, involontariamente, l’opportunità di vivere l’Europa perduta.

C’è qualcosa che odora non solo di Pessoa e Saramago tra le vie lusitane, ma qualcosa di continentale, come se tra le vie delle grandi città del Portogallo fosse ancora viva la mappa di una mitologia letteraria europea… passeggiando per Lisbona o Coimbra, così come Porto o Viseu, mi tornano in mente le parole di un italiano, Italo Calvino, che ne Le città Invisibili scrisse di Zaira:

“Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.”

diegoDiego De Angelis nasce in un borgo molisano di pescatori e operai, nello stesso anno del disastro di Chernobyl (motivo per il quale la sua ex lo ha più volte accusato di ritardarietà mentale), del primo virus informatico, dell’esplosione del Challenger, della prima mucca pazza e del mancato tentativo terroristico contro Pinochet. In compenso uscivano il primo numero di Dylan Dog e Top Gun, che rese tanto famoso Tom Cruise. A Bologna, durante gli anni universitari, scopre la passione per gli scrittori americani, i registi e la musica. Laureato in Storia, Diego è afflitto da nostalgia cronica come un personaggio scritto male da F. S. Fitzgerald ed ancora innamorato del suo vecchio Super Nintendo.

 

 

Di tanto in tanto scribacchia e carica foto delle sue esperienze portoghesi su lostemportugal.wordpress.com

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Diego De Angelis a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.
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