Il volto d’acqua 2

E non erano solo le note malinconiche del Fado o del cantautorato di JP Simões che pure mi hanno accompagnata per tanta parte di quei sei mesi di permanenza, ma i suoni della lingua in sé.

 

foto antonella catania coimnra volte d'acqua 2

 

Tra una discussione sulla vita accademica Conimbricènse ed un tour di sapori tra le numerose pasticcerie, le bettole ed i ristoranti, i bar e le discoteche (che qui, con mia estrema sorpresa, spesso offrono selezioni di musica rock da non sottovalutare), mi sono accorta che erano i suoni un’altra delle cose che più mi affascinava.

E non erano solo le note malinconiche del Fado o del cantautorato di JP Simões che pure mi hanno accompagnata per tanta parte di quei sei mesi di permanenza, ma i suoni della lingua in sé.

Avendo dimenticato il mio inglese in qualche locale probabilmente dopo un moscatel di troppo, ho iniziato a tentare di padroneggiare la lingua chiudendo il libro di grammatica e frequentando sempre di più la gente del luogo, evitando accuratamente ogni evento di studenti erasmus.

La convinzione che in fondo dovesse essere una lingua piuttosto semplice da imparare per noi italiani (è pur sempre una lingua romanza che mantiene molti punti di contatto a livello lessicale con l’italiano) aveva iniziato a vacillare immediatamente dopo aver messo piede giù dall’aereo, ma continuavo ad attribuire le mie difficoltà alla stratificazione linguistica che immaginavo fosse derivata dall’invasione dei mori del 711 d.C. e quindi dalle influenze dell’arabo. Informandomi maggiormente invece scopro che questa è stata un’influenza piuttosto limitata e che invece quello che la rende una lingua più complessa di ciò che può apparire è il repertorio di fonemi: una cinquantina nel portoghese, appena una trentina quelli dell’italiano. Un repertorio di suoni ricchissimo, dunque, che me l’ha fatta trovare subito, contro le opinioni più comuni, estremamente musicale ed ipnotizzante, tra i gorgoglii delle erre gutturali allo sciabordio delle frequentissime sh, per concludere sulle note flautate, a volte quasi miagolate, delle vocali ed i dittonghi nasali. Musicalità che ho apprezzato in pieno nell’ascolto delle letture di poesie di uno dei poeti che più ho apprezzato durante il mio soggiorno: il surrealista Mário Cesariny.

Questa digressione sui suoni delle mille voci che mi sono fermata ad ascoltare mi porta a qualche considerazione sull’ultimo tassello di puzzle di cui scriverò in questa occasione, di certo un tassello già consumato di parole: l’oceano. Attraverso viaggi in treno ed autostop che mi hanno portata a costeggiare il Portogallo dalla più nordica Porto al centro di Alcobaça, fino all’estremo sud dell’impersonale e troppo caotica e turistica Albufeira, mi sono ritrovata più volte, guardando l’orizzonte, con le parole di Francesco Guccini che mi risuonavano in mente:

“Gli amici vicino sembravan sommersi dalla voce del mare

o sogni o visioni, qualcosa la prese e si mise a pensare

sentì che era un punto al limite di un continente

sentì che era un niente, l’Atlantico immenso di fronte.

E in questo sentiva qualcosa di grande

che non riusciva a capire, che non poteva intuire,

che avrebbe spiegato se avesse capito lei quell’oceano infinito.

[…]E poi se ti scopri a ricordare

ti accorgerai che non te ne importa niente.

E capirai che una sera o una stagione

son come lampi, luci accese e dopo spente”

In effetti il primo incontro tra l’uomo e l’oceano è del tutto particolare. All’inizio è quasi una sfida, ci si ritrova a misurare sé stessi e l’immensità, ci si fronteggia. È come essere sul punto di perdersi, avere la coscienza che può accadere in un attimo. Ci si sente niente. Poi, se si fa attenzione, le cose cambiano e allora ci si ritrova a riconoscere la propria immagine in quel che si ha davanti, guardare al di fuori o guardarsi dentro diventano la stessa cosa, anzi, non c’è più un fuori ed un dentro. Ti rendi conto che l’oceano lo vivi ogni giorno, è quello che sei.

Siamo altrettanto immensi, capricciosi, mutevoli. Siamo, nel medesimo modo, profondi. Profondo, da pro fundus: ma è un fondo che non si vede, al punto di farci dubitare che esista davvero.

E così come quelle onde tentano, dall’era dei tempi, di abbracciare la spiaggia, di aggrapparsi alla terra, così l’uomo, con il suo volto d’acqua, anela radici, tenta di costruirsi certezze e porti sicuri a cui rimanere abbarbicato, come se questa fosse una salvezza e non una maledizione, la maledizione di non riuscire a vivere il proprio continuo e inarrestabile scorrere. Come se la vita potesse essere vissuta nell’immobilità.

In fondo, poi, partecipiamo dello stesso inganno: siamo altrettanto illusoriamente infiniti.

di Fabrizia Ciccone

Leggi anche Il volto d’acqua

 

f9b6b-fabriziaNomade sedentaria, Fabrizia Ciccone viaggia anche quando è pigramente saldata ad una sedia di casa sua. Possibilmente in autostop. Laureanda in Filologia moderna nell’Università di Macerata medita di discutere una tesi recriminatoria sul carattere antitetico dell’istituzione accademica alla cultura e si pente di non aver fatto il fantino. Precocemente disillusa, misantropa filantropa, burbera compagnona, si diletta nell’estrovertere la sua introversione nei bar, presso cui ha portato avanti un dottorato di ricerca (ricercando un qualsiasi tipo di senso a una qualsiasi tipo di cosa) e svolto tirocinio nello studio di casi umani e simpatici mattacchioni, di cui fa orgogliosamente parte.Vanta la univoca e totale incapacità nello scrivere descrizioni personali sensate.

 

 

La foto in apertura del testo è di Antonella Catania.

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Fabrizia Ciccone e Antonella Catania a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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