Il volto d’acqua

 

Le Repúblicas: residenze studentesche autogestite ricche di storia, che vantano il ruolo di rifugio politico dalla polizia salazarista

La prima volta che sono stata in Portogallo ero in Italia, con gli occhi che inseguivano la metamorfosi del dottor Pereira nello scenario lisbonese. La seconda ho percorso a piedi tutta la capitale, in un itinerario disordinato e affamato e lo stesso spirito di Xavier Janata Pinto: con la necessità di esplorare lo spazio per trovare qualcosa che, in fondo, avevo seppellito nel petto. L’inquietudine di quel viaggio mi ha portata ad abbracciare definitivamente una scelta di vita: dopo essere stata nei campus inglesi e le campagne tedesche, dopo il ghiaccio di Dublino, i colori di Barcellona ed il cielo gravido di Budapest, sono state le strade di Lisbona a sussurrarmi che non avrei viaggiato mai più.

 

 

Non in quel senso, almeno, perché non mi bastava galleggiare sulla superficie di una città accarezzandola con gli occhi, ho sentito l’esigenza di viverla, di conoscerla e di toccarla più in profondità, e la sofferenza del non riuscire a farlo, di non averne il modo ed il tempo. Si è finalmente fatta chiara in me l’idea che il turismo fosse l’oppio dei viaggiatori.

Era il 2011 e tornata a casa ho messo via le valigie con un’insoddisfazione tale da non toccarle più per tre anni.


Quando sono ripartita l’ho fatto con molti bagagli in più e la prospettiva di vivermi sei mesi d’erasmus a Coimbra. Ripensando al mio modo d’approccio a questa città e questo Paese non posso che pensare ad una frase di Dacia Maraini, morsa anch’essa dalla “tarantola del moto perpetuo”, che a proposito della passione per tutto ciò che appare lontano e diverso si esprime in questi termini in Seduzione dell’altrove: “Spesso il buio che ci sta di fronte si trasforma in desiderio rabbioso di dominio. […] O lo circondiamo di colori avvincenti e lo contempliamo con occhi malinconici, o siamo travolti dalla voglia di denudare il meccanismo, aprirlo e scardinarlo per capirlo. Come fanno i bambini con un giocattolo troppo bello: lo spaccano per carpirne il segreto”. 


Io, tra una passeggiata lungo il Rio Mondego ed una nottata nel quartiere suggestivo di Sé Velha, tra i pomeriggi assolati nella bellezza e la quiete del Jardim Botânico ed i passi frettolosi nella labirintica Baixa in compagnia dei sacchi della spesa, tra una lezione all’interno di una delle più antiche e suggestive università europee ed una scarpinata per risalire da Praça da Republica alla mia coloratissima Rua das Flores lungo le scale monumentali di memoria salazarista, tra tutto questo, ad un certo punto ho messo via l’agenda e tutta la voglia di prendere appunti nella speranza di analizzare con il bisturi ciò che mi circondava e mi sono calata nella vita portoghese raccogliendo tasselli di un puzzle comunque personalissimo che ho messo e continuo a mettere insieme adesso, con i piedi in Italia e i pensieri nomadi.


La vita universitaria, sentitissima nella cittadina, è certamente una delle cose che colpiscono immediatamente un qualsiasi occhio straniero, divisa com’è tra i mantelli e le divise della Praxe, gruppo studentesco goliardico diramatosi in tutto il Paese proprio a partire da Coimbra, che coinvolge la quasi totalità degli studenti, e la vita comunitaria e l’ospitalità delle moltissime Repúblicas, residenze studentesche autogestite ricche di storia, che vantano il ruolo di rifugio politico dalla polizia salazarista durante la così recente dittatura ed hanno avuto un ruolo centrale durante le crisi degli anni sessanta. Mettendo da parte ogni preconcetto frettoloso mi sono preoccupata di intavolare discussioni sul tema direttamente con i portoghesi, alimentando anche qualche discussione piuttosto vivace tra praxisti ed antipraxisti e facendo domande agli studenti di Repúblicas che reggono su ideali e basi diverse. Gli antipraxisti calcano la mano sulla omologazione e la speculazione che gira attorno alle costosissime e suggestive divise, sulle pratiche di iniziazione delle matricole che oscillano vertiginosamente tra lo scherzoso, l’umiliante e, purtroppo in rari casi, al letale, tanto da aver portato per esempio recentemente, vicino Lisbona, alla morte di sei studenti.

Di contro, i ragazzi della praxe prendono le distanze e non si identificano con tali estremismi e mettono in luce il carattere aggregativo e la promozione di attività che scandiscono il calendario accademico (come ad esempio le famosissime feste della Latada e della Queima das Fitas, che coinvolgono l’intera città).

Inoltre contestano le accuse di nonnismo affermando invece che anche i rituali umilianti che coinvolgono gli studenti del primo anno, facendo parte di un percorso comune che non esenta nessuno, sono a loro modo una maniera di ribadire l’uguaglianza e di mettere tutti sullo stesso piano. Additata anche come antidemocratica e gerarchista la praxe rivendica comunque anch’essa storicamente un ruolo di cultura d’opposizione al regime di Salazar avendo promosso, a suo tempo, manifestazioni collettive, anche se pare che una presa di distanza univoca e definitiva sia stata presa solo dopo la Rivoluzione dei Garofani del 1974, che aprì finalmente la strada all’istituzione della Repubblica.

Nomade sedentaria, Fabrizia Ciccone viaggia anche quando è pigramente saldata ad una sedia di casa sua. Possibilmente in autostop. Laureanda in Filologia moderna nell’Università di Macerata medita di discutere una tesi recriminatoria sul carattere antitetico dell’istituzione accademica alla cultura e si pente di non aver fatto il fantino. Precocemente disillusa, misantropa filantropa, burbera compagnona, si diletta nell’estrovertere la sua introversione nei bar, presso cui ha portato avanti un dottorato di ricerca (ricercando un qualsiasi tipo di senso a una qualsiasi tipo di cosa) e svolto tirocinio nello studio di casi umani e simpatici mattacchioni, di cui fa orgogliosamente parte.Vanta la univoca e totale incapacità nello scrivere descrizioni personali sensate.  



La foto in apertura del testo è di Angela Gomes. Per visitare il suo profilo Flickr clicca qui

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Fabrizia Ciccone e Angela Gomes a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

 
 
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