Doclisboa, uno sguardo sul mondo, attraverso il documentario

di Massimiliano Rossi

Quest’anno ho seguito per Sosteniamo Pereira il Doclisboa, rassegna internazionale del documentario, svoltasi appunto nella capitale portoghese dal 16 al 26 ottobre 2014.

Quattro i film di cui vale la pena parlare. I primi due rientrano a pieno titolo nel solco della tradizione del documentario e della sua “urgenza” nel tentare di raccontare una realtà di recente attualità.

 

“Our terrible country”, di Mohammad Ali Atassi e Ziad Homsi, narra il viaggio avventuroso di Yassin Haj Saleh, e dello stesso fotografo/regista Ziad, dalla città siriana di Douma, in mano ai ribelli, verso Raqqa, occupata dallo Stato Islamico, ed infine in Turchia. La difficile situazione dei dissidenti siriani, stretti tra l’opposizione al regime di Assad e l’invasione straniera degli islamisti è sapientemente raccontata nel film, sia nei suoi lati pratici che emotivi. Yassin, un intellettuale e un poeta, rifugge dall’essere considerato un eroe della “rivoluzione”, anche se ha passato 16 anni della sua vita in carcere, e quello che lo preoccupa di più adesso è salvare la pelle, la sua e quella di sua moglie, rimasta a Raqqa e infine arrestata dai miliziani. L’afflato idealista dei due protagonisti è frustrato dalle divisioni interne all’opposizione siriana:

“se devo combattere”, afferma Ziad, “lo voglio fare per un’idea, non per un partito”. Aspettando tempi migliori.

“Letters to Max” è la storia dell’autoproclamata indipendenza da parte dell’Abcasia, stato riconosciuto solo da Russia, Venezuela, Nicaragua e due stati nel Pacifico, separatosi dalla Georgia dopo una sanguinosa guerra nei primi anni novanta, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica.

Il regista, Eric Baudelaire, curioso di sapere se la posta inviata ad uno stato non riconosciuto possa arrivare a destinazione, scrive una serie di lettere al suo amico abcaso Maksim Gvindja (Max), che diventerà poi Ministro degli Esteri de facto della neonata repubblica. Attraverso l’escamotage delle lettere, il racconto avviene sì tramite le immagini girate dal regista, ma per interposta persona, attraverso la voce off dello stesso Max. I viaggi da ministro, la paura di non essere all’altezza del compito causa la giovane età, la delusione per non essere stato riconfermato nell’incarico ed infine la guerra: l’amara constatazione che dalla pulizia etnica non si possa più tornare indietro.

Il film ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria della Competizione Internazionale, premio che il regista aveva già ottenuto nel 2012 con “The Anabasis of May and Fusako Shigenobu, Masao Adachi and 27 Years without Images”.

Interessante l’idea degli organizzatori di proiettare il film “Pulp: A film about Life, Death and Supermarkets” all’interno della discoteca più famosa di Lisbona, il Lux Frágil.

Anche se l’organizzazione non è stata all’altezza: troppa gente e troppi pochi posti a sedere, molte persone sono rimaste in piedi e solo le prime due file riuscivano a visualizzare i sottotitoli. Detto questo, il film riprende l’addio al palcoscenico di una delle band inglesi più conosciute e irriverenti, i Pulp, nel loro ultimo live a Sheffield, città natale del carismatico cantante Jarvis Cocker.

Tra filmati del concerto, interviste ai membri della band e a gente comune, ne viene fuori un ritratto disincantato, che cerca di comprendere come possa essere possibile il fenomeno e l’affermazione mondiale di un gruppo nato in una media città inglese come appunto Sheffield.

Se ne poteva fare a meno, invece, di selezionare e proiettare film come “O pesadelo de Joao” e “I resti di Bisanzio”.

Il primo è un cortometraggio di Francisco Botelho, figlio del più famoso João, regista portoghese affermato e autore dell’ultimo “Os Maias”, in questo momento nelle sale (anche gli altri due figli si occupano di cinema, anche se per ora con scarsi risultati…). Il secondo è un lungometraggio di Carlo Michele Schirinzi, già presentato alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Un cinema sperimentale che nulla ha a che vedere con il concetto e nemmeno con la parola “documentario”. Al contrario dei primi due film elencati in questo articolo, dove si esce dal cinema con la sensazione di aver compreso qualcosa del mondo che ci circonda o comunque con la voglia di comprenderne di più, qui l’unica sicurezza sta nell’aver compreso che l’autore si è capito da solo. Ragion per cui viene da interrogarsi sul perché siano stati scelti per essere proiettati in un festival sul documentario, mentre l’unica scelta azzeccata è stata quella di proporli uno dopo l’altro nella stessa sessione.

In ogni caso l’esiguo pubblico presente si è volatilizzato a metà proiezione, scena peraltro vista anche durante la proiezione del film vincitore della rassegna, “Father and sons” di Wang Bing (di cui non abbiamo trovato nessun contributo video, per vostra fortuna), già vincitore al Doclisboa nel 2012.

Purtroppo quando critica e pubblico si allontanano, si compie proprio quel distacco dal “reale” che invece dovrebbe rimanere al centro di ogni festival dedicato al documentario.

“Romano di Roma”, ma lisbonese di adozione, Massimiliano Rossi è traduttore freelancer e insegnante di italiano per stranieri, con una passione per il giornalismo e il cinema. Per maggiori informazioni: www.proz.com/translator/736160

 

 

 

 

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Massimiliano Rossi a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

 

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