Crisi, a Lisbona non si spreca

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Andrea Battocchi – foto di Luca Onesti

 La cooperativa nasce per recuperare quei prodotti alimentari scartatati dal mercato

Lisbona – Fino al 2008 la piazza di Largo do Intendente era un posto poco raccomandabile.

Dagli anni ’90 questo grande spiazzo non distante dai quartieri centrali della città, era uno dei centri dello spaccio e della prostituzione. Poi il sindaco di Lisbona, António Costa, decise di riqualificare questa zona e adesso è diventato un luogo della movida notturna di Lisbona. Ma non solo: «Abbiamo due punti dove è possibile venire una volta settimana a prendere la frutta, il nostro obiettivo è arrivare alla fine dell’anno a 4 o 5 punti dislocati nella città, successivamente penseremo a espandere Fruta Feia nel resto del Portogallo».

A parlare è Andrea Battocchi, giovane architetto italiano, che vive a Lisbona da qualche anno e socio-volontario della cooperativa che porta il nome di “frutta brutta”.

A Largo do Intendente al posto dello spaccio è anche sorta Casa Independente, è uno dei due punti della città dove si può prelevare la frutta e si trova per l’appunto nella zona che fino a qualche anno fa era off limits per turisti e lisboeti non residenti.

Ma cos’è Fruta Feia? E’ una piccola risposta positiva alla crisi divenuta famosa dopo che il New York Times ed El País l’hanno raccontata.

Fruta Feia è nata a novembre 2013, da un’idea di Isabel Soares, giovane ingegnere ambientale che dopo aver vissuto qualche anno a Barcellona è tornata nel suo paese, usufruendo di un concorso finanziato dalla Fundação Calouste Gulbenkian e dalla COTEC Portugal- Associação Empresarial, un progetto nato per sostenere idee innovative e per facilitare i giovani portoghesi che vogliono tornare a vivere e lavorare in patria.

«I prodotti ortofrutticoli si trovano in un raggio di massimo 70 km da Lisbona, in città come Bombarral o Mafra, dove acquistiamo a un prezzo minimo quella frutta che per via del suo aspetto, non gradevolissimo, ma di buona qualità, non viene immessa nel mercato. Quindi, aiutiamo gli stessi coltivatori che in questo modo riescono a salvare una parte importante del loro lavoro» spiega Battocchi.

La frutta brutta viene rivenduta a basso costo e così a guadagnarci sono anche i consumatori colpiti dalla crisi.

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Isabel Soares – foto di Luca Onesti

La cooperativa si è aggiudicata il secondo premio, circa 15 mila euro e anche grazie all’aiuto di un crowdfunding, 5 mila euro raccolti, Isabel Soares, insieme alla sua “squadra” ha potuto dare il via alla sua attività alla fine dello scorso anno.

Diventare cliente di Fruta Feia è piuttosto semplice, per poter acquistare è necessario innanzitutto diventare socio, il costo annuale è di 5 euro e all’inizio della settimana è possibile raccogliere la propria frutta e verdura.

Le difficoltà semmai vengono in questo momento dalla grande popolarità che la cooperativa sta acquisendo, oltre ai 400 soci già iscritti, ci sono oltre mille persone in lista d’attesa. “Ma sarà possibile registrarle solo quando saranno presenti altri punti di distribuzione a Lisbona”. In fila per la frutta ci sono forse le due categorie più colpite dalla crisi: giovani, spesso disoccupati o precari e anziani.

C’è anche chi sposa la filosofia di fondo che sta alla base dell’idea di non buttare cibo buono, Diana Pompeia Fernandes, 30 enne, vive a Lisbona e lavora presso l’Universidade Nova de Lisboa, è proprio quel tipo di socio:

«Quando ho scoperto questa cooperativa ho deciso immediatamente che dovevo farne parte e acquistare la frutta e la verdura nei loro punti di distribuzione. Al di là del possibile risparmio, è la filosofia di fondo che condivido, quella di recuperare cibo che altrimenti andrebbe sprecato».

Nei punti vendita si trovano due tipi di cesti di “frutta brutta”, uno viene venduto a 3 euro e mezzo (la quantità di frutta e verdura è dai 4,5 ai 5 kg, dipende dalla varietà dei prodotti) mentre l’altra, da 8 kg, costa 7 euro. I cesti sono un modo per aggirare il rigore della normativa europea in materia di commercio, che si applica esclusivamente al cibo etichettato o confezionato. Non solo, la normativa europea, accompagna il ruolo della grande distribuzione che tende a fissare gli standard di qualità che sono soprattutto dettati dall’apparenza, da come la mela, il limone, il pomodoro sono fatti fuori.

I principi nutritivi sono un’altra cosa. ma la frutta brutta, a prescindere dalla sua qualità, sugli scaffali dei supermercati non ci finisce.

E questo è l’altro aspetto importante del discorso avviato da Fruta Feia, ridurre lo spreco, che in Europa, anche a causa del sistema di etichettatura è di decine di milioni di tonnellate l’anno.

E se un socio non può recarsi a raccogliere la propria cesta in quei due giorni alla settimana?

«Se non si riesce a venire, si può avvisare con cinque giorni di anticipo, oppure chiedere a un amico o a un parente di prelevare la propria cesta» ci spiega ancora Andrea Battocchi.

La cooperativa nasce per recuperare quei prodotti alimentari scartatati dal mercato e sarebbe una contraddizione se anche Fruta Feia partecipasse in qualche modo allo spreco alimentare.

 

di Daniele Coltrinari

Questo articolo è stato pubblicato su Pagina99 il 28 giugno 2014 

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