917 Km Todos os caminhos vão dar a Bologna

Una giornalista portoghese e una traduttrice italiana; da quando si conoscono un blog multilingue: 917 KM Todos os caminhos vão dar a Bologna. Vi raccontiamo la storia di Silvia Liguori e Susana Marques.

Dove vi siete conosciute ?

Silvia: Ci siamo conosciute a Perugia, nel 2013, in occasione del Festival internazionale del giornalismo, ma già online ci sentivamo dal periodo delle selezioni per diventare volontari.

Susana: come ti ha detto Silvia, al festival del giornalismo. Une delle migliori esperienze fino ad oggi. Ho conosciuto un sacco di gente, giornalisti italiani, volontari ed ho fatto la mia ultima esperienza come giornalista in una web radio come speaker durante il Festival.

Perché il vostro blog si chiama 917 km?

Silvia: Lascio rispondere Susana.

Susana: Tutti mi chiedono il perché. Considera che quando ho creato il blog è stato dopo il mio erasmus, quando sono andata via da Bologna. Soffrivo della sindrome post-erasmus. Volevo scrivere su alcuni temi; l’idea generale era tuttavia riuscire a collegare tutti i tre paesi dove ho vissuto, Spagna (Bilbao e Pamplona), Portogallo (Lisbona) e Italia (Bologna). Siccome avevo solo intenzione di scrivere in portoghese, ho deciso di chiamarlo 917km perchè è la distanza che separa Lisbona da casa mia in Spagna ed è sempre stata presente in me quella nostalgia di tornare nel mio paese, poi ci sono riuscita nell’ estate del 2013.

Sotto il titolo c’è scritto “Todos os caminhos vão dar a Bologna”, “Tutti i cammini ci portano a Bologna” perché un’esperienza così importante come l’erasmus ti cambia la vita e Bologna mi ha portato a scrivere il blog e tutti i mini racconti che sono presenti sul sito.

Quando ho conosciuto Silvia, abbiamo deciso, grazie al suo aiuto, di proporre i post presenti sul blog in differenti lingue: italiano, spagnolo e portoghese.

Silvia, te però hai anche un tuo blog personale?

Silvia: Il mio blog è nato quasi per caso e conseguenza, in realtà non sono una grande blogger, infatti lo trascuro un po’. I post sono pubblicati tutti da me, ma si tratta delle stesse traduzioni che appaiono anche in “917 km”, li pubblico anche in questo spazio per una maggiore visibilità.

Il mio vero blog è appunto “917 Km” (susanamcardoso.wordpress.com) Ciò che è realmente mio, sono alcuni pensieri e un articolo sulle tasse universitarie, che Susana ha tradotto a sua volta in portoghese e alcune foto del festival del giornalismo del 2013. Le foto sono una parte fondamentale di me, mi aiutano a catturare attimi speciali e a conservarli nel tempo.

Cosa pensi invece della tua professione? Pregi e difetti?

In realtà la traduzione deve ancora diventare una professione. Finora ho svolto traduzioni solo ai fini dello studio e a livello amatoriale in collaborazione con Susana, alla quale sono grata per aver avuto l’idea di coinvolgermi. Sono consapevole che dovrò specializzarmi in modo costante e acquisire quelle conoscenze che ancora mi mancano, anche se sono convinta che, soprattutto in questa area, non si finisca mai di imparare. Al contrario non reputo che il mondo della traduzione abbia particolari difetti.

A volte i traduttori, soprattutto coloro che si occupano di letteratura, vengono rimproverati di togliere vitalità o addirittura snaturare un romanzo già a partire dal titolo. Invece quando si fa una traduzione, penso ci si debba immedesimare totalmente in ciò che si legge.

Prima operazione fondamentale da svolgere per poter tradurre, che sia un romanzo o un libretto di istruzioni di una lavatrice, è cercare di capire cosa si vuole trasmettere al lettore finale, se si tratti di un romanzo bisogna che si provi quasi le stesse emozioni dell’autore iniziale, leggendo nella lingua di arrivo; se ti tratta di un libretto di istruzioni, deve essere chiaro e preciso, per poter capire al meglio le varie funzionalità.

Ecco perché ho affrontato, come lavoro di tesi, la questione dei famigerati traduttori automatici, che utilizzo anch’io e lo dico senza problemi, tutto sta nell’utilizzarli con cognizione di causa, e nel nostro campo, significa conoscere alla perfezione lingua di partenza e la lingua di arrivo, altrimenti si rischia di vedere solo “strafalcioni” come nel sito di una nota manifestazione che si svolgerà nel nord Italia nel 2015, dove l’utilizzo sbagliato dei traduttori automatici, al posto di seri professionisti, ha suscitato un certo imbarazzo.

Per quanto io non sia ancora una professionista, quando ho davanti un racconto di Susana da tradurre, utilizzo la musica come modello da seguire, come fossi una compositrice, finché la traduzione non “suona” bene, non è armoniosa nell’insieme, non suscita emozioni, il racconto non si pubblica. A volte ci sono espressioni portoghesi che non si possono rendere in italiano alla lettera, per motivi stilistici o semantici, quindi è necessario fare ricerca e andare a scovare la parola e l’espressione che meglio si addica al contesto.

Ora però non starò qui a spiegare tutte le singole tecniche che utilizzo per tradurre, svelerei i miei segreti del mestiere!

Susana, dove e quando hai lavorato come giornalista e di cosa ti sei occupata fino ad adesso?

Ho fatto dal secondo anno di università tanti stage fino allo scorso anno.

Sono stata in RNE (Radio Nacional de España) a Madrid a fare un programma per il Brasile, ho imparato tantíssimo là. Poi ho fatto un altro stage pagato presso El Correo (a Bilbao) nella sezione internazionale e per quasi un anno ho curato un programma di radio online in portoghese dove parlavo di Italia, Portogallo, Spagna, un’ora tutte le domeniche. Si chiamava “Cruzando Fronteiras”. Ho scritto quindi per un magazine culturale e un sito online di moda dove scrivevo di viaggi. Ho fatto anche un’esperienza alcuni mesi con una produttrice a Lisbona che si occupava di reportage e programmi per RTP.

Fare il giornalista è difficile in questo periodo. Precarietà, licenziamenti. Cosa pensi di questa situazione?

Fare il giornalista è ormai quasi impossibile. Sta diventando una utopia. Se vuoi dire che fai il giornalista lo puoi anche dire ma nessuno quasi ti prende sul serio. C’è troppa élite nel giornalismo, troppe rock star che se la tirano.

Non vorrei essere polemica con queste parole ma il giornalismo di una volta, quello che hanno fatto García Marquez o Hemingway esiste solo nei libri. Non mi sembra normale che nell’epoca in cui viviamo adesso, un’era virtuale, digitale, non esista lavoro degno per i giornalisti.

C’è poco giornalismo vero in giro. E quelli che lo praticano non vengono mai riconosciuti o valorizzati. Non mi sembra poi molto “normale” che in Portogallo, per esempio, per diventare giornalista hai bisogno sempre di avere un “attacco”, qualcuno che conosca qualcuno che poi conosce qualcun’altro che ti aiuta a trovare un lavoro. In Italia invece, per esempio, l’iscrizione a un albo, non mi sembra molto normale, se devi pagare ogni anno una rata e poi se non paghi per due anni e vuoi continuare devi pagare gli anni mancanti.

Una cosa che non definisce se sei più bravo di qualcun’altro a fare il giornalista. E poi per trovare lavoro devi almeno essere iscritto nell’elenco dei pubblicisti.

Per me, in Italia e in Portogallo, “il giornalismo è uno scherzo”.

di Daniele Coltrinari

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