La signora di Campo de Ourique

Quel giorno d’Agosto a Lisbona faceva veramente caldo e non avevamo la minima idea di dove andare per rigenerarci con un po’ di frescura.

Alla fine Alba prese l’iniziativa e propose di andare alla, quella che per i portoghesi è la cattedrale.

Ma prima bisognava fare un salto ad Amadora Este. Ci mettemmo in macchina e partimmo. Alla guida Alba era davvero spericolata ed in meno di un quarto d’ora già arrivammo alla nostra momentanea destinazione: giusto infatti il tempo di salire a casa a prendere dei libri per poi ripartire. Io però preferii non salire per rimanere in strada ad osservare. 

Non mi è mai piaciuta Amadora, nonostante nel tempo abbia sviluppato un certo fascino per le periferie delle grandi città; ma con Amadora Este è differente.

Certo, quale enorme e sovraffollato sobborgo ai margini di Lisbona, di certo non poteva risultare interessante; ma di fatto il motivo per cui non mi piace è un altro. Ad Amadora è confinato quel latente ed insidioso sentimento di intolleranza verso coloro i quali sono etichettati come “altri”, vale a dire gli abitanti delle ex colonie, gli immigrati.

Amadora è il capolinea effettivo di questo atteggiamento che in linea generale non attecchisce tanto in un popolo aperto, quale quello portoghese, abituato ai viaggi, alla diversità, al multiculturalismo, ma che tuttavia permane in alcuni individui, i più restii. Per questo motivo, ho sempre avuto come l’impressione che qui fossero relegate, tenute nascoste dagli splendori della città, tutte le brutture di una malriuscita integrazione. Quello che odio, quindi, non è tanto Amadora come luogo fisico, quanto la sua idea, il suo essere un confino della mente e dell’apertura.

Mentre pensavo a tutto ciò Alba finalmente era riapparsa ed eravamo pronte a ripartire. Tuttavia non mi andava più di arrivare fino alla Sé, ragion per cui proposi alla mia amica di fare un giro nel mio splendido quartiere, a lei sconosciuto. Campo de Ourique, oltre ad essere una zona tranquilla e suggestiva, vicinissima alle sfavillanti Lapa ed Estrela, è rinomato per essere pieno zeppo di pasticcerie uniche.

Una delle specialità della città è un dolce al cocco, il pão de Deus. Decisi allora di farlo provare ad Alba e così la portai in uno dei caffé più buoni di Lisbona, dove tra l’altro mi conoscevano. La mia amica accettò con entusiasmo e ci ritrovammo presto sedute ad un tavolino con un vassoio stracolmo di dolci.

Dopo aver gustato a lungo quelle prelibatezze, in preda alla gioia unita ai sensi di colpa, rimanemmo a lungo sedute a parlare. Ad un certo punto Alba si alzò per andare in bagno ed un’anziana signora, che sprofondava beata nella poltroncina al mio fianco, mi domandò con fare cortese di poggiarle la stampella al muro.

Io l’aiutai ed iniziai ad osservarla: era una donna di una certa età che curava in tutto e per tutto il suo aspetto.

Ben vestita e ben truccata, aveva delle sopracciglia disegnate con maestria da una mano stranamente ferma, qualora fosse stata la sua.

Questa signora iniziò a sorridermi teneramente e a domandarmi se per caso ero “aquela menina do Brasil que trabalhava na televisão”. Con fatica, finalmente riuscii a farle capire che non solo non lavoravo in tv, ma che ero semplicemente un’italiana disoccupata che viveva in Portogallo.

 

Al sentire la parola “Italia” i suoi occhi le si illuminarono di una luce magica e si lasciò andare ad un lungo e confuso flusso di coscienza: l’Italia, Roma, la Campania ed il sud, i profumi, la moda, mio marito, la guerra. Che ricordi! E tu, come sei bella e gentile, come parli bene il portoghese!

Parlammo molto ed avrei continuato a farlo con piacere, ma s’era davvero fatto tardi e dovevamo andare. Mi alzai dalla sedia e con premura le avvicinai la stampella. Allora un velo di tristezza misto a tenerezza prese forma sul volto della signora, evidentemente troppo avvezza alla solitudine.

 

“Io non ho nessuno e vengo spesso qui. E lei signorina? Se può venga questa domenica.

Avrò un regalo da darle”.

Purtroppo, alla fine, la mia sbadataggine è stata più forte della mia curiosità e la domenica seguente non mi sono recata all’appuntamento.

Ma sono sicura che quell’anziana signora ha già ritrovato tanti sorrisi di sconosciuti nei quali alleviare la sua esistenza solitaria ed andare avanti, aspettando un altro giorno, un’altra domenica.

 

di Michela Graziosi

 

Michela Graziosi, laureata in Lettere, collabora come freelance con alcune testate online. Al momento studia cinema, scrive, fotografa e viaggia. Quello per il portoghese e la cultura lusofona è un amore che si è consolidato fra viaggi in Portogallo e studio della lingua, destinato a crescere sempre più.

 

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Michela Graziosi a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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