Italiano o Portoghese ? PORTULIANO, direi…

 

Il giorno dopo la partita passeggiammo nell’Alfama, dove ricordo che improvvisammo una partita a calcetto contro tre ragazzetti che giocavano in un patio, ricordo che mangiammo bene e che passammo il pomeriggio a passeggiare senza una meta precisa, godendoci il sole primaverile e l’aria di Lisbona

Foto tratta da airbnb.com

C’è sicuramente una mano del Fado (inteso come destino) nella storia della mia vita e degli avvenimenti che mi hanno portato fino a Lisbona. Eravamo nel 1997, in pieno governo Prodi (alcuni dei ministri di quel governo che, secondo alcuni, era pericolosamente di sinistra, forse ve li ricordate, erano Ciampi, Dini e Napolitano…), l’Italia stava in realtà molto meglio di come sta ora, ed io lavoravo già come architetto in un promettente studio grossetano, alle prese con il Progetto di restauro e ristrutturazione della cinta delle mura medicee della mia città.

So che per certi mitteleuropei il concetto di pausa pomeridiana è peccato mortale, ma la verità è che molto probabilmente, se non me ne fossi concessa una, tra l’altro pienamente giustificata dalla qualità della pizza ai funghi che il bar di Mario sfornava regolarmente verso le 5 del pomeriggio, non mi troverei in questo momento a Lisbona.

Si, perchè è stato tra un morso e l’altro che per puro caso ho visto un pezzettino di carta di un’agenzia di viaggi che invitava i tifosi della mia squadra del cuore a recarsi a Lisbona, per l’andata dei quarti di finale dell’allora Coppa delle Coppe, contro il Benfica, nel mitico Estádio da Luz (demolito e sostituito dall’attuale stadio in occasione degli Europei del 2004).

La stessa sera, fogliettino alla mano, ho telefonato ad un amico mio, con cui condividevo gioie e sofferenze calcistiche, per chiedergli cosa ne pensava, in realtà con pochissime speranze che mi dicesse di si, come invece sorprendentemente avvenne: nonostante la sincera passione calcistica, sarei andato per la prima volta a vedere la mia squadra in trasferta, come esordio non era male…

A quei tempi tutto quello che sapevo di Lisbona me lo aveva insegnato Tabucchi, con i suoi libri spesso misteriosi: immagini di luce e di città di frontiera attraversavano i miei pensieri, con la musica dei Madredeus come sottofondo. In realtà in quegli anni se chiedevi agli italiani dove era Lisbona molti ti dicevano che era in Spagna, e del Portogallo quasi nessuno sapeva niente, ben diversamente dai giorni d’oggi. Per farla breve, ci aspettavano quattro giorni e tre notti a Lisbona, in un albergo vicino alla stazione della Metro di Campo Pequeno.

Sulla partita poco da dire, se non che fu una festa, 2-0 secco con rete del mio idolo di allora, ho in casa ancora la vídeocassetta della partita, trasmessa da Italia 1: nelle bolgia dei festeggiamenti per il secondo gol mi sono rivisto ad esultare; chi ama il calcio, indipendentemente da quale sia la sua squadra, sa che la gioia di certi momenti é inspiegabilmente meravigliosa.

Il giorno dopo la partita passeggiammo nell’Alfama, dove ricordo che improvvisammo una partita a calcetto contro tre ragazzetti che giocavano in un patio, ricordo che mangiammo bene e che passammo il pomeriggio a passeggiare senza una meta precisa, godendoci il sole primaverile e l’aria di Lisbona, di cui mi colpí più che la luce, l’azzurro del cielo, soprattutto quando visto tra le case dei suoi quartieri più storici: una città strana, non facilmente catalogabile, ma che mi affascinò sin dal primo momento.

Dopo cena avevo un forte mal di testa e fummo sul punto, in albergo, di andare a dormire senza uscire, ma poi la curiosità vinse stanchezza ed emicrania, e andammo fino al Bairro Alto, giustamente descritto dalla Guida che mi portavo dietro (dove sarà, ora?) come centro nevralgico della movida notturna lisboeta: effettivamente c’erano molte persone in giro, i bar erano tutti pieni, e tra i molti possibili ne scegliemmo a caso uno, il Bartist, nella Rua do Diário de Notícias.

Là dentro, le voci dei clienti che occupavano tutti i tavolini si diffondevano nel fumo del locale (altri tempi…), mi sembrò un bel posto, con una sua identità precisa, buona musica, buon ambiente e allegria nell’aria, però posto a sedere non c’era, per cui una birra in piedi e poche speranze di arrivare ad un tavolo, fino a che, proprio mentre stavamo andando via, due persone si alzarono liberando due posti a sedere, che occupammo rapidamente.

Davanti a noi, il destino ci regalò due ragazze portoghesi che stavano parlando tra di loro allegramente, una bionda ed una mora: quest’ultima mi guarda, è bella ed interessante, l’approccio era obbligatorio.

Francamente non mi ricordo di cosa parlammo, ma so che uscimmo da lì tutti e quattro, che ci portarono in altri locali, che la notte passò in un lampo, che tornammo in albergo poco prima dell’alba, e che quella ragazza vive con me dal 1998, è mia moglie dal 2001, e poi per due volte mamma dei nostri figli, Manuel e Sara.

 

Per un architetto scegliere di vivere a Lisbona a quei tempi non era cosi difficile, c’era lavoro per tutti con progetti molto interessanti, sarebbe stato molto più difficile per lei essere professoressa di filosofia in Italia, ma credo sinceramente che quest’aspetto fu secondario nella scelta: la verità è che Lisbona mi sembrò meravigliosa sin dal primo momento, che essere straniero in Portogallo mi sembrava – giustamente – un’ottima scelta, e che forse, come mi hanno sempre detto i miei amici portoghesi, uno dei miei trisnonni era portoghese…

 

Passati tanti anni, con la crisi che in Portogallo ha il triste primato di essere più aggressiva che quella italiana (è tutto dire…) mi sono trovato praticamente senza lavoro, ed ho approfittato di questa opportunità (è la cínica definizione della disoccupazione data da Passos Coelho, primo ministro del Portogallo) per concretizzare un progetto che avevo in testa da un po’ di tempo, quello di creare un sito che fosse tra una Guida del Portogallo ed un blog personale, dedicato a tutti gli italiani che vogliono visitare il Portogallo, e che ho chiamato appunto ilmioportogallo – www.ilmioportogallo.it – dove ho cercato di mettere quello che conosco e apprezzo di più di questo piccolo paese, à beira mar plantado…

Concludo dicendo che spesso mi sento più portoghese che italiano, ma che in realtà appartengo ad una strana categoria di “apatridi”, in questo caso specifico catalogabili come portuliani, ma che per altri miei conterranei che, come me, hanno lasciato lo stivale e deciso di vivere in un altro paese, avrà un altro nome, in un mondo dove le frontiere sono ogni giorno che passa  più deboli e dove la definizione di patria è sempre più difficile: lascio a voi decidere se sarà un bene o un male, vi confesso però che a me non dispiace averne a volte due, e a volte nessuna….

 

di Matteo Gabellieri

 

Matteo Gabellieri, nasce a Grosseto nel 1967, e dal 1998 vive e lavora a Lisbona, che é diventata ormai la sua città. Italiano di nascita e portoghese d’adozione, forse portuliano senza patria: in questi anni ha percorso il Portogallo in lungo e largo, e ha da poco deciso di trasmettere la sua passione per questo Paese, dove la terra finisce e comincia il mare, a tutti i turisti italiani che lo vogliono visitare, nel suo nuovo sito www.ilmioportogallo.it

 

 

 

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Matteo Gabellieri a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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