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Il mio amore per Lisbona e per il Benfica

Lisbona, aprile 2010, un tipico sabato di primavera: i turisti che affollano i bar del centro, l’andirivieni del tram, gli artisti di strada a Chiado. Potrebbe sembrare una giornata come tante altre. In realtà non è cosi: nelle tascas, nei quartieri, tra amici e colleghi di lavoro da giorni tiene banco un unico argomento.

In questo terz’ultimo weekend di campionato il Benfica potrebbe riconquistare, dopo 5 anni di delusioni, il tanto agognato Escudo de campeão. Per la città e per il Paese intero significherebbe notti di follia, settimane di entusiasmo, una vera e propria sbornia collettiva che coinvolge anziani, donne, bambini, ed è tale da fare passare in secondo piano ogni problema e difficoltà.

Sul Portogallo da qualche tempo hanno iniziato a manifestarsi le prime avvisaglie di crisi economica: il governo Socrates a pochi mesi dalla rielezione ha perso gran parte della propria credibilità, l’Unione Europea inizia a spingere per l’adozione di politiche di austerità per contenere il debito pubblico, sembra essere la conclusione di una fase di benessere e miglioramento delle condizioni di vita iniziate circa vent’anni fa.

Ovviamente, in questo sabato di aprile, sono pensieri che non sfiorano nemmeno la maggior parte dei portoghesi, non solo quei sei milioni di fede Benfiquista.

I rivali della segunda circular, tifosi dello Sporting, chiamati con disprezzo lagartos, non dormono la notte al pensiero di cosa succederebbe in caso di vittoria del campionato del Benfica, alla festa nelle strade, nei barrios (quartieri) alle “capas” dei giornali, alle prese in giro dei colleghi da turma e do trabalho.

La squadra guidata da Jorge Jesus, che ha fatto una lunga gavetta nelle serie minori prima di affermarsi alla guida dello Sporting Braga e di coronare il sogno di allenare il Benfica, è un autentico rullo compressore. Il tecnico di Amadora, che in passato frequentava le tribune del vecchio Estádio da Luz ed in particolare il mitico teceiro anel, cuore pulsante del tifo, è riuscito in pochi mesi ad entrare nel cuore del suo popolo, grazie al carisma e ai frequenti richiami alla mistica dei decenni andati.

In campo, l’incontro tra giocatori di esperienza come Luisão, Aimar, Saviola, l’esplosione di giovani talenti come Di Maria, David Luiz, Ramires, Fabio Coentrao e Javi Garcia e i gol dell’implacabile bomber Cardozo, hanno dato vita a una squadra che in quella stagione è tra le più forti d’Europa. La gestione di Luis Filipe Vieira, presidente dal 2003, che prima ha risanato la situazione finanziaria a lungo sull’orlo della bancarotta, poi ha costruito il nuovo stadio al posto della vecchia ed imponente Catedral, sembra finalmente aprire la strada anche a quei trionfi sportivi che negli ultimi tre lustri sono arrivati col contagocce.

Fuori dallo stadio l’atmosfera è frenetica, un misto di festa e di attesa.

Ovviamente non ho il biglietto, visto che sono esauriti da un paio di settimane e che come in tutte le partite di cartello la vendita è destinata ai soli soci, quelli che pagano le quote mensili e costituiscono l’ossatura, lo zoccolo duro, nonché i proprietari del club. Per me che sono un appassionato di calcio, nei suoi aspetti più popolari e folcloristici, e della cultura lusitana, vale la pena fare un giro fuori dallo stadio, anche se le speranze di entrare sono ridotte al lumicino, per vivere l’atmosfera di una giornata cruciale per il popolo del Benfica.

Ci sono gli emigranti che per l’occasione tornano dalla Svizzera, dalla Francia e dal Canada. Alcuni hanno attraversato il Portogallo, altri hanno fatto soltanto qualche fermata di metro o attraversato in macchina il ponte 25 de Abril.

L’importante era esserci, riempire lo stadio e colorarlo di rosso come ai vecchi tempi, quando il Benfica stava nell’olimpo del calcio assieme al Milan, al Real Madrid e al Manchester United. Noto vari gruppetti di ragazzi che chiacchierano e bevono aspettando il fischio d’inizio fuori lo stadio. Decido di farmi coraggio e di chiedere aiuto a loro se c’è un modo per recuperare un biglietto. Il loro tono, inizialmente un po’ scettico, cambia decisamente nel giro di pochi secondi.

Gli basta sapere che c’è un italiano che simpatizza per la loro squadra e che in vacanza vuole a tutti i costi vedere il Benfica, per accogliermi con la tipica cordialità ed ospitalità lusitana.

Riesco ad entrare: la partita in curva è un tripudio di cori, bandiere, fumogeni. Il risultato finale è di 5 a 0 per il Benfica, che purtroppo non festeggia la vittoria dello scudetto la stessa sera per la concomitante vittoria dello Sporting Braga, che mantiene invariate le distanze a 6 punti quando mancano due partite.

Il verdetto è rimandato di una settimana, quando gli “encarnados” saranno di scena a Porto, contro gli odiati rivali “azuis”.

Nei giorni seguenti, l’attesa per la trasferta è spasmodica: quello contro il Porto è il classico per antonomasia della liga portoghese.

La rivalità sportiva e campanilistica ha origine antica, risale agli anni in cui il Benfica dominava la scena e vinceva in Portogallo e in Europa, mentre la cidade invicta si chiudeva a testuggine difendendo la propria identità cittadina, bairrista ed ovviamente i colori del Porto, covando una forte allergia per il vermelho del Benfica.

Quando i rossi di Lisbona, che raccoglievano tifosi in tutto il Paese e nelle ex colonie, erano di scena allo Estadio das Antas di Porto, venivano sempre accolti da un clima ferocemente ostile ed intimidatorio, ben diverso dai bagni di folla che raccoglievano in tutti gli altri stadi lusitani. Col passare degli anni, sotto la presidenza di Jorge Nuno Pinto da Costa, Dragões di Porto si scrollano di dosso l’etichetta di matricola e divengono un colosso del calcio, spodestando il vecchio Benfica, costretto nel frattempo, da metà anni Novanta, al triste ruolo di comprimario nel calcio nazionale e di comparsa nel calcio europeo.

Purtroppo la mia vacanza finisce poco prima, non posso andare a Porto coi ragazzi conosciuti fuori dallo stadio ed il Benfica viene sconfitto per 3 a 1 : il vento del nord è fatale ancora una volta ai diavoli rossi della Capitale e la festa è rimandata di un’altra settimana. L’attesa non fa che aumentare la liberazione e l’esplosione di gioia finale.

Chi si ricorda di Lisbona nella notte del 9 Maggio 2010, alla vigilia della visita dell’allora Papa Bento XVI, si ricorda di una città in pieno tripudio.

 

Lisbona, dicembre 2010

Approfitto di alcuni giorni liberi, prima di un imminente trasferimento in Irlanda (rivelatosi estemporaneo), per concedermi una breve vacanza nell’adorata Lisboa e ritrovare i ragazzi conosciuti nella scorsa primavera ed ovviamente, per andare allo stadio. Nel suo stadio, il Benfica affronta e sconfigge lo Sporting Braga nei quarti di finale della Taça de Portugal.

La coppa nazionale è un trofeo dal sapore antico, uno dei più ambiti da parte dei tifosi, e buona parte del suo fascino è dato dal fatto che la finale si disputa nell’Estádio Nacional do Jamor e le ore prima della partita per i tifosi costituiscono una fenomenale occasione di convivio, tra bevute e churrascos, che le valgono il soprannome di “festa da taça”.  Solito Porto che, vincendo per 3 a 1 a Lisbona, ribalta il 2 a 0 subito in casa all’andata ed elimina gli encarnados dalla competizione; peggio ancora andrà in Coppa Uefa, dove il Benfica che era assente da una semifinale europea da 17 anni (Coppa delle Coppe ’94, contro il Parma di Nevio Scala) viene sconfitto proprio dalla matricola Sporting Braga: nel classico Davide contro Golia, il gigante encarnado perde in un campo dove per decenni ha giocato in casa, essendo stata Braga a lungo una roccaforte di tifosi Benfiquisti, prima dell’ascesa della squadra locale.

Se la temporada 2009-10 era stata gloriosa, quella successiva è una delusione su tutti i fronti:

il presidente Vieira tradisce le aspettative ed inizia a gestire la società come una fonte di guadagno personale, smantellando in pochi mesi la squadra dello scudetto e mostrando più interesse verso le plusvalenze date dalla cessione dei giocatori più forti che ai risultati in campo; il tecnico Jesus perde lo smalto, la genuinità dell’anno precedente, ma soprattutto perde il controllo dello spogliatoio. Inevitabilmente quelle sofferenze sportive che sembravano un ricordo tornano ad essere una triste realtà.

Ma torniamo indietro a quella sera di Dicembre: finita la partita saluto i ragazzi, nella speranza di rivederli presto, e li ringrazio per l’ottimo fine settimana passato in compagnia.Rientrato a casa dell’amico che mi ospita, un concittadino in Erasmus, mi accorgo di essere senza chiave. Tento di telefonargli ma non mi risponde, cosi mi trovo in piena notte in una stradina della Baixa senza un posto dove andare a dormire. L’unica cosa che mi resta da fare è provare a chiamare un ragazzo incontrato in quei giorni sempre nel contesto dello stadio, uno dei pochi che abitano in una zona centrale della città, con l’incertezza e l’imbarazzo di chi si trova costretto a rompere le palle ad una persona conosciuta da pochissimo tempo in un orario del tutto inopportuno. Chiamo, risponde, non passano 5 minuti ed arriva un motorino: il tempo di salire e di fare il breve tragitto tra la zona di Campo das Cebolas e quella di Conde Redondo e siamo a destinazione.

Una volta entrati in casa, il mio stupore si trasforma in incredulità:

si apre la porta di una cameretta, piena di poster di giocatori recenti e di vecchie glorie del Benfica e della Seleçcao:  ci sono Cardozo e Javi Garcia, ma anche Rui Costa e Preud’Homme – con le immancabili sciarpe Glorioso SLB, Obrigado Pai para ter nascido Benfiquista, Amo-te Benfica e i gagliardetti sulle pareti che ricordano lo scudetto vinto pochi mesi prima, e un letto a castello con un bambino che dorme nella parte di sotto.

Tu dormi di sopra, il ragazzino è mio figlio, domani mattina svegliati all’ora che vuoi e prendi tutto quello che voi dal frigo, «mete-te a vontade e nao tenhas vergonha». Avevo appena conosciuto una persona destinata a diventare uno dei miei più cari amici.

 

Lisbona, gennaio 2012

Per caso, la vita mi riporta a Lisbona, proprio quando credevo che non ci sarei più tornato, se non in vacanza. Invece non è cosi, trascorro un anno nella capitale portoghese, lavorando in uno dei tanti call center spuntati negli ultimi tempi, di quelli che reclutano italiani a mani basse per offrire servizio di assistenza ed help desk dal Portogallo verso l’Italia. Ovviamente lo stadio è una tappa fissa durante questo periodo, anche se la partita è sempre di più un contorno, un pretesto per ritrovare gli amici, bere assieme già da parecchie ore antes do jogo e se capita proseguire la serata dopo il termine.

Al lunedì sera invece spesso e volentieri vado cena a casa del mio grande amico Paulinho e della sua famiglia, dove tra piatti tipici della cucina portoghese e oneste bottiglie di vino, commentiamo il fine settimana calcistico trascorso, magari davanti a qualcuna di quelle trasmissioni di polemiche da post-partita, di quelle che in Italia sono state relegate ai bassifondi delle reti regionali, mentre in terra lusitana continuano a riscuotere un certo successo grazie alle performance e alle baruffe tra il tassista Maximo del Benfica, vestito di rosso e col tradizionale bigode, ad un noto medico tifoso dello Sporting e  un anziano sanguigno che rappresenta il Porto.

A livello sportivo, per un tifoso Benfiquista, la frase che descrive anche questa stagione è mais do mesmo: iniziata sotto i migliori auspici, con gli encarnados in vetta fino alle prime partite del girone di ritorno tra l’euforia generale, finisce purtroppo nell’anonimato. Il mese decisivo del campionato è febbraio, quando nel giro di due partite il Benfica spreca un vantaggio di 5 punti per poi venire sconfitto e superato dal solito Porto, che ad inizio Marzo con un rocambolesco 3 a 2 sbanca Lisbona ancora una volta.

A fine marzo esce di scena anche la Champions league, dopo la qualificazione ai quarti ai danni dello Zenit di Spalletti, è il Chelsea di Di Matteo ad estromettere il Glorioso non senza polemiche dopo un arbitraggio discutibile. A livello calcistico non c’è nient’altro da dire, se non segnalare la sacrosanta contestazione di fine campionato ai danni del presidente Vieira, che anticipa di qualche mese il sostegno della parte più genuina e consapevole della tifoseria al candidato outsider Rui Rangel, nelle future elezioni per la presidenza della squadra in Ottobre (ovviamente rivincerà con ampio scarto Vieira).

Nel frattempo, sullo sfondo di quest’anonima stagione del Benfica, della frequentazione dello stadio e di tante altre splendide abitudini lisboete, trascorrono alcuni dei più bei mesi della mia vita, nel corso dei quali conosco e mi innamoro della ragazza con cui sto tutt’ora insieme in Italia.

Non riesco a raccontare tutto nei dettagli, perché i ricordi sono tantissimi e si confondono con le emozioni… so che agli eventuali lettori sembrerà una sciocchezza ma, probabilmente, senza l’incontro casuale con quei ragazzi in quel giorno di aprile fuori dallo stadio, la mia vita avrebbe preso una piega diversa.

Si chiamano Rui, Nuno, Ivo, David…per questo e tante altre ragioni li porto nel cuore.

di Giacomo Madia

3 risposte a "Il mio amore per Lisbona e per il Benfica"

  1. A vida por vezes apresenta-nos pessoas com um grande valor , Giaco ,Lisboa os teus Amigos e o Benfica estarão sempre aqui para ti.
    És sempre muito bem vindo,
    Um abraço , Caetano

    "Mi piace"

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