Il Lisbon & Estoril film festival e la Battaglia di Solferino

Fondato nel 2007, il Lisbon & Estoril film festival è arrivato alla settima edizione, novembre 2013, con una novità: la sezione competitiva, che finora era stata riservata a film esclusivamente europei, ha aperto la partecipazione alle produzioni mondiali. Molte, come sempre, sono state le sezioni retrospettive e tematiche, tra cui segnaliamo quella dedicata a Giancarlo Rosi, fresco vincitore, con Sacro Gra, del Leone d’Oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il festival è diretto dall’attore e produttore cinematografico Paulo Branco, che ha fondato e dirige le società di produzione Gemini Film e Alfama Films in Francia e Madragoa Filmes e Clap Filmes in Portogallo. Tra le sue produzioni ci sono film di Manoel de Oliveira, Alain Tanner, Michel Piccoli, Wim Wenders, David Cronenberg.

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Una scena del film La battaglia di Solferino

Dopo il DocLisboa, (vedi le interviste al regista Gonçalo Tocha e a Cintia Gil, vicepresidente dell’Apordoc), abbiamo seguito questo festival in modo diverso. Ci siamo sentiti un po’ meno coinvolti dal red carpet del LEFFEST rispetto a piglio contestatario del DocLisboa, che ci è anche più vicino in termini generazionali, per la serie di registi e attori giovani del cinema portoghese che vi partecipano e che noi, con articoli e interviste, stiamo seguendo da vicino. E ci siamo sentiti in sintonia con la lettera aperta con la quale diversi cineasti, tra cui Pedro Costa, Margarida Gil e Manoel de Oliveira e scrittori e artisti come Herberto Helder, Maria Velho da Costa e Rui Chafes, hanno contestato la lettura, nell’ambito del festival, di alcuni testi del grande regista portoghese João César Monteiro da parte di alcune personalità, tra cui il Ministro dello sviluppo regionale Miguel Poiares Maduro (che, in seguito alla lettera, ha rinunciato alla partecipazione), perché, come hanno sostenuto i firmatari, César Monteiro non avrebbe acconsentito che le sue parole fossero state pronunciato strumentalmente dai politici, specie quelli di un governo che ha soppresso il ministero della cultura e che nulla fa di positivo per il cinema in Portogallo.

 

La selezione del Lisbon & Estoril film festival è stata però di grande qualità e vi proponiamo perciò un nostra lettura di cinque tra i più interessanti film in competizione.

 

Alina – Chi vedrà i tuoi film tra cinquant’anni?

 

Paul – Fra cinquant’anni non ci saranno più film come li intendiamo adesso. Con la pellicola è possibile girare solo per 11 minuti, una scena non può durare più di 11 minuti. Si continuerà a fare qualcosa, ma non saranno più dei film, perché saranno pensati a partire da limiti diversi, secondo mezzi diversi.

 

È l’incipit di Quando la notte cade su Bucarest o Metabolismo del rumeno Corneliu Porumboiu: il protagonista, un regista, Paul (Bogdan Dumitrache), spiega all’attrice del suo film, Alina (Diana Avramut) che lui è un regista nato con la celluloide e questa influenza tutto il suo modo di pensare il cinema.

Il limite degli 11 minuti non se lo è imposto invece il film vincitore del Lisbon & Estoril Film Festival 2013: Fish & Cat dell’iraniano Shahram Mokri, girato in un unico, lunghissimo piano-sequenza, in cui la telecamera segue i tre cuochi di un campeggio e i ragazzi accampati per partecipare a un festival di aquiloni. Il film è un continuo girovagare nel campeggio e tra gli alberi della zona circostante; il tempo sembra ritornare su sé stesso (ci accorgiamo di assistere più volte alla stessa scena, ripresa da prospettive diverse) in un nastro di Möbius che ha il potere di svelare sempre più, come in un circolo ermeneutico, e nello stesso tempo mantenere aspetti misteriosi e incomprensibili, che immergono lo spettatore in un’atmosfera rarefatta da film horror.

Il metacinema di Porumboiu guarda al passato, Mokri è già il cinema nel futuro. E tra un’idea cinematografica buona, esageriamo, anche un po’ geniale, quella di Mokri, girata con soluzioni stilistiche innovative e le tante idee di Porumboiu, che in un ambiziosissimo film omaggio a Michelangelo Antonioni non riescono ad amalgamarsi in qualcosa di interessante, fosse pure per restituire lo spleen della notte di Bucarest, è giusto che abbia vinto il primo.

Anche se Porumboiu è uno dei registi più interessanti degli ultimi anni: basti citare A Est di Bucarest (A fost sau n-a fost?, 2006), film ironico e poetico che, ambientato in uno studio televisivo, si chiedeva cosa è stata e cosa rimane della Rivoluzione rumena dell’89, la prima rivoluzione trasmessa in diretta tv. Metatelevisione dunque, in quel caso, e riprenderemo il discorso fra poco, ma soprattutto, ed è quello che conta, un film artigianale, sentito, in una stagione del cinema rumeno bella e forse già finita.

Il filo conduttore del festival, la fine della pellicola e l’avvento del digitale, letto un po’ come la fine di un mondo, lo ritroviamo anche in La ultima pelicula, di Raya Martin e Mark Peranson (che ha vinto, ex-aequo con Harmony Lessons di Emir Baigazin, il Premio speciale della giuria João Bénard da Costa). Girato in Yucatan, Messico, alla fine del 2012, proprio nel periodo in cui si attendeva la fine del mondo prevista dai Maya, con 11 telecamere di diverso tipo e formato (dalla pellicola 8mm all’i-phone), il film è un omaggio allo psichedelico The last movie di Dennis Hopper del 1971. Un film che offre spunti di riflessione anche interessanti, a tratti divertente, per la sua comicità alla Monty Python, a tratti lento e irritante per la immagini volutamente banali, turistiche, montate in maniera sporca, a volte anche casuale.

Riguardo a Stop the Pounding Heart, di Roberto Minervini, regista marchigiano trapiantato negli USA, più che di un film, forse, dovremmo parlare di documentario, o meglio mockumentary, vista la commistione tra fiction e realtà di quest’opera. Perché i protagonisti non sono attori professionisti, ma persone reali e quella descritta è veramente la loro vita, solo filtrata dal montaggio e un po’ “sceneggiata” dalle indicazioni del regista.

Uno sguardo neorealista sulla società rurale, profondamente religiosa, del Texas, seguendo (è proprio il caso di dirlo, giacché la telecamera segue letteralmente la protagonista nei suoi spostamenti ed attività durante la giornata) le vicende di Sara, figlia adolescente, assieme ad altri 12 fratelli e sorelle, di una famiglia di allevatori di capre, che educa i figli secondo i rigidi precetti della bibbia. Un film che ci parla in fondo dell’America nella sua totalità, ricordandoci che le sue radici di fondamentalismo religioso (i Padri Pellegrini della Mayflower) e di violenza (il diritto al possesso di armi espresso nel secondo emendamento) sono qui e sono ancora fortemente presenti nell’America del ventunesimo secolo.

Non è pero un film di cinema sul cinema, ma un film di metatelevisione, se possiamo dire così, quello che ci è piaciuto di più tra quelli in competizione al LEFFEST ’13: La battaglia di Solferino, della giovane regista francese Justine Triet, con una straordinaria Laetitia Dosch nella parte di una giornalista televisiva che affronta la giornata dei risultati elettorali delle ultime elezioni in Francia vinte da Francois Hollande, in Rue de Solferino, storica sede del Partito socialista francese. Il film è stato girato in presa diretta tra i sostenitori socialisti che aspettavano il risultato elettorale; la sceneggiatura è stata scritta nel periodo dello scandalo Strauss Kahn, quando le chance di vittoria dei socialisti erano al minimo e la regista si aspettava una sconfitta di Hollande, quindi di girare le scene in mezzo a una delusione generale e si è trovata invece al centro dei festeggiamenti. Le interviste che l’attrice Laetitia Dosch fa alla gente sono un pezzo di giornalismo televisivo reale dentro un film di fiction: le persone credevano realmente che Lætitia fosse una giornalista e la telecamera una telecamera televisiva. L’attrice, presente alla proiezione al cinema Monumental di Lisbona, ha raccontato come la polizia abbia fermato davvero Vincent Macaigne, l’attore che interpreta, e molto bene, l’ex marito della giornalista che cerca in tutti i modi, in mezzo alla folla, tra grida e imprecazioni, di raggiungere Laetitia per vedere le sue figlie che sono state affidate alla madre e al suo nuovo compagno.

 

La “battaglia di Solferino” è dunque una battaglia che la protagonista combatte in pubblico, da cronista televisiva, e in privato, con l’ex marito.

 

Il film, giocato sull’equilibrio tra il tragico e il comico e sulla linea che divide il documentario dalla fiction non ha vinto nessun premio in questo festival ma secondo noi lo avrebbe meritato.
di Luca Onesti
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