Intervista al regista portoghese Gonçalo Tocha

Gonçalo Tocha – foto di Luca Onesti

Di ritorno a Lisbona dalla presentazione, a novembre 2013, al Festival internazionale del cinema di Roma, del suo ultimo film, A Mãe e o Mar, Gonçalo Tocha ci ha parlato di come lo ha girato, per un anno, insieme alle persone della comunità di pesca di Vila Chã, in un processo in cui erano spesso gli stessi protagonisti del documentario a rappresentare se stessi, a fornire all’autore le idee per raccontare le loro storie attraverso il cinema.

Il film, vincitore del Premio per il miglior lungometraggio nella competizione nazionale del DocLisboa 2013, va alla ricerca della tradizione delle donne pescatrici di Vila Chã, attraverso la memoria dell’ultima sopravvissuta, Gloria e riflette sul progressivo scomparire del lavoro nel settore primario, della pesca in particolare, in Portogallo.

 

Parliamo del tuo ultimo film, A Mãe e o Mar. Com’è nata l’idea di girarlo? Cosa che ti ha colpito di più mentre lo facevi? Quali sono state le difficoltà che hai trovato e quali le emozioni che il film ti ha dato?

 

Tutto è cominciato con una proposta, da parte del Festival dei Corti di Vila do Conde, di fare un film sulla comunità di pesca di Vila Chã. Mi sono recato lì, in questo paese sulla costa, ma appena arrivato non ho visto niente, non c’era niente a parte il mare. Mi avevano parlato però di due cose: della grande tradizione di contadini-pescatori, che lavoravano la terra e andavano al mare e anche della storia delle donne pescatrici. Mi sono attardato un po’ prima di accettare, sono tornato una seconda volta e mi hanno parlato di questa donna, Gloria, che ancora, ogni tanto, va a pescare. Sono andato a conoscerla ed è con lei che ho trovato la volontà di fare il film, perché lei ripeteva la tradizione di queste donne, da cento anni. Le riprese sono durate un anno: abbiamo stretto una relazione umana molto forte, speciale, con queste persone, ed erano loro a proporre, a voler fare più cose per il film. Abbiamo prolungato di mese in mese e ogni volta c’erano più idee di lavoro, ogni volta cose in più da fare con loro. E il film, che doveva essere un corto, è diventato un lungometraggio.

 

Raccontaci ancora del tuo rapporto con Gloria.

Il film non è solo su Gloria, ma c’è molto di lei, lei è l’ancora, lega tutto: è l’ultima sopravvissuta delle donne, ha consapevolezza di essere l’ultima e ha conosciuto bene le altre, quindi sembra che tutte le donne del mare che ci sono state lì vivano dentro di lei. Ho trascorso molto tempo con Gloria e con le persone della comunità. Mi dicevano: andiamo a vedere questo… E se se facessimo quello? Nel film Gloria va a cercare i discendenti, i figli, i mariti delle donne del mare e li riunisce tutti intorno a lei. La gran parte del film però è sul suo lavoro, anzi è su di lei che ha idee su come rappresentarlo in linguaggio cinematografico. Era lei a dire, per esempio: andiamo a fare la pesca del sargasso, in cui ci si bagna nel mare con le reti e lo facciamo per il film, era lei quindi che proponeva delle cose per rappresentare tutta una storia attraverso se stessa. Abbiamo creato una relazione umana molto forte, di fiducia. Gloria ha una presenza unica per l’immagine, ha quasi un’incoscienza cosciente di come stare di fronte alla telecamera, io non le davo mai indicazioni.

 

Il tuo legame con le Azzorre, con il mare, a cosa è dovuto?

 

Non lo so spiegare bene, ma la mia famiglia è delle Azzorre e la mia scoperta del cinema, del fare cinema, è nata lì. Il mio primo film è fatto in una barca a vela, otto giorni per il mare dalle Azzorre al Portogallo.

 

Quali sono le difficoltà dei registi, degli attori, del cinema in Portogallo?

 

Ci sono difficoltà ma anche possibilità. Io ho 34 anni e vedo che c’è molta gente giovane a fare film buoni adesso. Non si può parlare propriamente di una generazione perché non c’è un qualcosa come un gruppo organizzato. Quel che noto però è che c’è un’energia vibrante tra le persone tra i 20 e i 35. Stanno venendo fuori molti registi nuovi e penso che questo cambierà la situazione. Molti si sono abituati a fare film con quasi niente. Sono persone che hanno forza, spirito valente e ribelle per fare film con pochi soldi. Il sistema dei sussidi è male organizzato: continuano ad andare a persone, magari sopra i 40 anni, che già hanno un curriculum di vari film, mentre la generazione più giovane vi ha raramente accesso. Poi non si tiene conto delle esigenze di ciascun film. Per alcuni casi si avrebbe bisogno di appoggio solo per alcuni aspetti, ad esempio per la post-produzione, la divulgazione, e invece si continua a concedere i sussidi solo interamente e, viste le risorse limitate, per pochi film, quasi mai per le opere prime. Non sto parlando di una guerra tra le generazioni, ma di una differenza, in termini di condizioni di lavoro, di cui bisogna parlare e su cui bisogna lavorare.

 

Che importanza hanno avuto i festival come il DocLisboa e l’IndieLisboa per te e che ruolo hanno per i giovani portoghesi che lavorano nel mondo del cinema?

 

I festival stanno facendo un lavoro molto forte e importante, sono le finestre per i film di chi sta iniziando, attraverso le quali i film circolano, sono visti, se ne parla. È così che le carriere iniziano. Il DocLisboa ha 11 anni, l’IndieLisboa ne ha 10. Il Curtas di Vila do Conde ne ha 20: sono gli anni in cui è venuta fuori questa generazione di cui parlavamo, che comincia a mostrare i propri film nei festival, perché prima non aveva un posto dove mostrarli.

di Luca Onesti

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